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novembre, 2016

Da Vespa a Politics, tutte le spine della Rai: parla Antonio Campo Dall'Orto

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Il direttore generale è a viale Mazzini da più di un anno. Ma la tv di Stato fatica. Sia sugli ascolti che sulla qualità. Gli abbiamo chiesto: perché? 

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Si è presentato come l’uomo della rivoluzione e ci terrebbe a non diventare il simbolo della delusione. A quindici mesi dalla sua nomina a direttore generale della Rai Antonio Campo Dall’Orto, classe 1964, natali veneti targati Conegliano, a 28 anni già vicedirettore di Canale 5 e poi una carriera spesa sulle poltrone ai vertici di Mtv, La7, Telecom Italia Media e Viacom, naviga in un mare di continui attacchi e polemiche. Le accuse che si porta in spalla le conoscono tutti: assenza di idee e progetti sufficientemente chiari, nomine discutibili, assunzioni altrettanto discutibili, spese tanto per cambiare discutibili. E poi i palinsesti della collezione autunno-inverno: annunciati come la grande svolta, ma in realtà orfani di novità e ascolti incoraggianti. Anzi, c’è chi ha parlato soprattutto di ritorno al passato tra un Pippo Baudo alla guida di “Domenica in”, Vespa sempre e comunque in auge e il ritorno senza euforie di Michele Santoro. Ora il numero uno di viale Mazzini accetta di ripercorrere il proprio percorso a ostacoli all’interno dell’azienda, e lo fa seduto nel suo ufficio al settimo piano in maniche di camicia, senza cravatta e con un gilet grigio addosso. Butta di striscio gli occhi alla parete di televisori che gli sta davanti, e inizia a carburare con un’analisi della situazione presente: «L’azienda sta attraversando un periodo di transizione», dice,«una profonda riforma che il pubblico mostra di cogliere e apprezzare. Pensi che l’altro giorno, sui social, riguardo alla serata che Rai1 ha dedicato a Roberto Bolle, qualcuno ha addirittura scritto: “Queste sono le cose che mi riconciliano con il pagamento del canone...”».
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Toccante. Però, come lei sa, c’è anche chi la pensa molto diversamente. Nicola Porro ad esempio, a cui è stato chiuso su Rai2 il talk show Virus, e che ora conduce su Canale 5 Matrix, ha dichiarato in un’intervista a Libero che lei è come lo sgangherato Conte Mascetti di Amici miei: un professionista che ha costruito «il fallimento più grave della Rai degli ultimi vent’anni». Soltanto una botta d’astio, o c’è qualcosa che anche lei stesso con sincerità si rimprovera?
«Diciamo che nei momenti in cui si investe in innovazione, ci sono cose che riescono bene e altre invece male. E aggiungiamo pure che ciò in cui vorrei migliorare è la formula per comunicare a tutti che la trasformazione in Rai non riguarda solo noi che ci lavoriamo, ma è una priorità per il Paese intero, mentre qui alla fine si finisce sempre a discutere su un punto in più o in meno di share. Dopodiché non va dimenticato che chi mi critica si chiama Nicola Porro: un giornalista che è stato toccato in prima persona dal nostro cambiamento...».

Il problema, però, non è tanto Porro quanto la situazione complessiva della tv di Stato. Se da una parte è in corso una crescita tecnologica, con il lancio dell’app RaiPlay che ha portato finalmente on line tutti i contenuti Rai, dall’altra durante la sua gestione ha trionfato la più consueta realpolitik. Giannini criticava il governo Renzi a Ballarò? Guarda caso, rimosso. Il Tg3 non aveva una linea renziana? Bianca Berlinguer, combinazione, sostituita e spostata nella fascia pomeridiana. Persino il placido meteorologo Mercalli ha alzato la voce ipotizzando manovre censorie dietro la soppressione del suo programma di approfondimento scientifico. Il tutto, mentre l’offerta del servizio pubblico ha continuato a perdere peso specifico.
«No, no, le cose non stanno così. L’errore è quello di guardare sempre a ciò che si è tolto senza considerare ciò che c’è ora. Chi segue i canali Rai, oltre ai telegiornali trova un panorama informativo che spazia da Fabio Fazio a Lucia Annunziata. Arrivando appunto a Bianca Berlinguer, che ora porta l’informazione in una fascia che prima non ne aveva».

Si può anche vedere in modo diverso, la questione: lei le ha tolto un telegiornale e l’ha mandata alla ventura alle 18.25. Al di là degli ascolti, non può essere considerato un premio.
«È l’inizio di un progetto. E in primavera la trasmissione si arricchirà di una seconda serata. Tutto all’insegna del servizio pubblico e del racconto della nazione».

Un racconto, va specificato, che non la mette affatto al riparo dai venti di sfiducia che le soffiano addosso dalla politica. Non è paradossale che lei prima abbia frequentato la Leopolda, incubatrice storica dei sogni renziani, poi sia diventato il numero uno in Rai, e infine venga percepito con disagio proprio dai fedelissimi del premier?
«Se fosse vero sarebbe paradossale».

Ma è vero. Tra i suoi detrattori seriali, per dire, c’è Michele Anzaldi del Pd, che ha chiesto il suo commissariamento. Cosa pensa di lui e del suo bombardamento?
«Credo che le critiche costruttive siano sempre bene accette, mentre la violenza verbale non fa onore a chi la utilizza».

Ribadisco: cosa pensa, al di là delle diplomazie, di Michele Anzaldi?
«Penso a lui come a un politico che esprime le proprie opinioni. Niente di più».

Resta il fatto che la materia su cui attaccarla non manca. Tra le accuse più scivolose, c’è quella che per la grande Rai lei ha ingaggiato collaboratori provenienti soprattutto da due micro mondi: quelli di Mtv e Vanity Fair. Dal direttore di Rai Sport Gabriele Romagnoli (Vanity) a Massimo Coppola (Mtv), da Antonella di Lazzaro (sempre Mtv) alla direttrice di Rai3 Daria Bignardi (Vanity e anche La7, di cui lei è stato amministratore delegato). Qualità delle persone a parte, il punto sta nel passaggio dalla lottizzazione selvaggia a un gruppo di amici che monopolizza la struttura televisiva pubblica. Per giunta con esiti incerti.
«Guardi che la verità è un’altra. È che ho introdotto i concetti di meritocrazia e selezione in un luogo come la Rai dove prima non c’erano. La mia linea è stata quella di scegliere in base ai curricula e alle attitudini professionali, e l’ho fatto anche in occasione del cambio dei direttori di tg - tutti interni - e di rete, che invece sono due esterni e due interni. Per me conta sempre e soltanto una cosa: la qualità».
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Parole encomiabili, alle quali però si sommano tracce di solida conservazione. Ad esempio, nel campo giornalistico Bruno Vespa resta il caposaldo della Rai serale. Davvero lo considera l’uomo più adeguato a interpretare l’informazione di viale Mazzini nel 2016? Tocca sottolineare che è lo stesso conduttore che la scorsa stagione è inciampato nell’ospitata dei Casamonica e nell’intervista al figlio di Totò Riina a Porta a Porta. È anche lo stesso titolare di talk show che si prestò ad annusare l’odore di santità dalla mano di Silvio Berlusconi. Non sarebbe ora di guardare oltre?
«Questo è un punto chiave: il rapporto tra continuità e innovazione. Il nostro scopo primario è parlare a tutti, anche al pubblico consolidato di Rai1. Le abitudini vanno rispettate».

Però non ha risposto su Vespa.
«Vespa non è un manifesto della nostra Rai. È soltanto una delle voci che la compongono».

Guarda caso, una presenza in linea con palinsesti che avrebbero dovuto segnare il salto della Rai nel presente, se non nel futuro, e invece affogano in troppo passato. Pippo Baudo alla guida di Domenica in, ad esempio. Il programma che affiancherà Lorella Cuccarini a Heather Parisi, per fare un altro esempio. Per non parlare del Rischiatutto di Fabio Fazio che celebra Mike Bongiorno. Tutti ingredienti rivolti a un pubblico maturo che si ritrova faccia a faccia con ciò che ha già visto e sentito da giovane. Non sarebbe meglio costruire progetti nuovi e fortemente identitari, invece di sfruttare il fascino della nostalgia?
«Attenzione: ci tengo a rivendicare che abbiamo inaugurato quarantadue programmi nuovi. E poi su Rai1, in particolare, stiamo puntando soprattutto sul ripensamento in chiave internazionale del comparto fiction. Ci vanno dati tempo e fiducia. Tenendo presente che nella mia testa il mix perfetto per la Rai attuale è quello tra Domenica in, l’esperimento su Rai2 di Nemo e la serie de I Medici».
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Un angolo nei suoi pensieri, direttore, deve tenerlo anche per i molteplici flop che hanno scandito questa stagione. Ne cito tre per tutti: il post talk show Politics, arrivato sotto quota 3 per cento, il già citato e incolpevole Nemo che naviga dalle stesse parti, e le Dieci cose suggerite da Walter Veltroni che hanno ucciso lo share dei sabato sera. La sensazione, fatta salva la voglia di cambiamento, è che non sappiate ancora bene da che parte andare.
«Assolutamente no. Stiamo seminando. Il che non significa che, dopo qualche mese, non si debba setacciare. Però è importante, dal mio punto di vista, sottolineare la necessità e il valore di assumersi dei rischi. Perché i programmi nuovi sono delle startup che richiedono molte cure, mentre in Italia si schiaccia il coraggio criticando prima del tempo. E comunque, segnalo che da inizio gennaio a oggi le prime serate Rai sono cresciute dello 0,7 per cento, con un +1,3 nella fascia tra i 15 e i 44 anni. Numeri che inducono a un certo ottimismo».

Meno incoraggiante, invece, è un altro capitolo a cavallo tra etica e amministrazione. Mi riferisco ai maxi stipendi di dirigenti facenti e nullafacenti che tanto scandalo hanno procurato nei mesi scorsi. C’è voluta l’indignazione pubblica perché vi rendeste conto di quanto tutto questo fosse inaccettabile. È normale?
«Punto primo: è una situazione ereditata da come sono stati costruiti finora i percorsi di carriera. Punto secondo, già ad agosto stavo lavorando per identificare tutti i casi in questione: ne ho trovati 51, e ora ne restano da risolvere solo nove».

Non dovrebbe essere troppo difficile. Prendiamo il caso dell’ex direttore di Rai3 Andrea Vianello. È un ottimo conduttore, per giunta esperto di dirette, eppure voi lo lasciate nella sua stanza a far nulla mentre riceve oltre 300 mila euro l’anno.
«So che due reti stanno lavorando a progetti che lo riguardano, anche se al momento non è deciso che forma prenderanno. A riguardo, però, vorrei anche ristabilire il principio che tutti i nostri professionisti devono mettersi a disposizione delle strategie aziendali. È questo, il corretto modo di procedere».

Un altro modo corretto di procedere, a brevissimo, sarà quello introdotto dalla riforma della legge sull’editoria, secondo cui d’ora in poi le retribuzioni in Rai non dovranno sfondare il tetto dei 240 mila euro. Il problema è che per la prima volta non è esplicitamente prevista l’esclusione per gli artisti, che si ritroverebbero a guadagnare assai meno rispetto ai contratti con televisioni private. Può dire, una volta per tutte, cosa ne pensa?
«Dico che, al momento, l’interpretazione prevalente dei nostri legali è che gli artisti resteranno esclusi, anche se per sicurezza abbiamo chiesto lumi al ministero dell’Economia che è il nostro azionista. Resta il fatto che io considero l’eventuale applicazione di questa misura un clamoroso regalo alla concorrenza, peraltro senza precedenti nelle principali tv europee».

C’è pure chi prevede che d’ora in poi, per aggirare la legge, la Rai includerà i compensi degli artisti in quelli delle case di produzione, che a loro volta pagheranno le star. Si sente di promettere che non ricorrerete a questo trucco?
«Ma guardi che è un falso problema. Già oggi, in certi casi, la Rai acquista programmi da società terze che poi retribuiscono gli artisti. Solo che grave, anzi gravissimo, sarebbe perdere il contatto diretto con i personaggi che connotano l’offerta quotidiana Rai».

A proposito di personaggi e contratti. Quando Gianni Minoli, in una recente intervista al Festival della tv e dei nuovi media di Dogliani, le ha chiesto chi le sarebbe piaciuto portare in Rai, lei ha detto Paolo Bonolis. Ottimo professionista, ma anche un entusiasta interprete del trash catodico. È questo lo stile che auspica per la sua Rai?
«La Rai che a me piace è quella vista negli ultimi tempi il lunedì sera con una buona fiction sulla prima rete, Pechino Express sulla seconda e Report sulla terza. Poi sì, è vero, ho trattato con Bonolis, che è un conduttore poliedrico. Ed è pure finita male».

Dipende dai punti di vista. Anche Asia Argento è un’artista assai poliedrica, ma il suo esordio ad Amore criminale al posto di Barbara De Rossi è stato un disastro di ascolti. Ha condiviso questa scelta?
«Rispondo dicendo che credo davvero nell’autonomia di testata e di rete, altrimenti tutti sarebbero autorizzati a considerare la Rai un’entità mono-pensiero».

Traduco: lei non ha condiviso.
«Non ho detto questo. Condivido, al contrario, il progetto complessivo di Rai3 e il suo stile nel raccontare ogni aspetto della quotidianità».

A proposito di racconti, narrazioni e storytelling, che sono le sue passioni, può spiegare come siete riusciti a farvi scappare lo storyteller numero uno Fiorello e la sua omonima Edicola? Non è il tipico prodotto di intrattenimento per regalare a viale Mazzini un’aria meno stantia senza rinunciare alla qualità?
«È andata così: quando gli ho parlato io, era già in parola con Sky. Il che non significa che in futuro non si possa tornare a lavorare assieme. Anzi: a mio avviso, anni fa Fiorello ha realizzato il sabato sera televisivo che rappresenterebbe alla perfezione la nostra Rai di oggi».
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Quindi? Lanci un’offerta meno generica.
«D’accordo. Già da domani ospiterei con gioia qualcosa di simile allo spettacolo teatrale che Rosario ha portato in giro per l’Italia. La porta è aperta, e a questo punto lo sanno tutti».

In realtà lo sapevano tutti anche prima, che Fiorello voleva dire applausi e ascolti sicuri, a prescindere dai direttori generali di turno. Ma è sull’insieme dell’offerta, come lei stesso ha accennato prima, che si valutano i risultati. In piena onestà, ritiene di essersi meritato i 650 mila euro annui che ha guadagnato finora?
«Io non ho negoziato lo stipendio, è stato definito in automatico rispetto al mio ruolo. Quanto al giudizio sul mio operato, vorrei esprimermi a fine mandato, e sarebbe bello che lo facessero anche tutti coloro che seguono quotidianamente i nostri programmi».

Viceversa, si può ragionare da subito su alcune questioni economico-culturali aperte. Ad esempio, dopo il clamore per l’arrivo in Italia del tele-supermercato mondiale Netflix, e la sensazione che da quel momento il mercato sarebbe stato stravolto, tutti hanno preso atto che i numeri degli abbonamenti al servizio sono ancora modesti (circa 300 mila), e hanno capito che la tv generalista continuerà a lungo ad esistere, come dimostra anche la crescita della pubblicità Rai nell’ultima semestrale (+27 milioni rispetto al 2015) e la crescita dell’11,5 per cento dei ricavi rispetto all’anno precedente. Ma sarà ancora in grado, la Rai, di elaborare un suo immaginario, o si appellerà per vincere alla forza della tradizione?
«Prima di rispondere, è il caso di ragionare sul punto da cui è partita la sua domanda. Nel senso che Netflix non è valutabile soltanto in base ai suoi 300 mila abbonati attuali. È il capofila, piuttosto, di una rivoluzione che trasformerà anche la televisione generalista. A tal punto che noi stessi abbiamo fatto un accordo con Netflix per produrre assieme Suburra, e crediamo che sia un passaggio fondamentale per diventare ciò che più ci sta a cuore: cioè una realtà industriale in grado di esportare le proprie storie nel resto del mondo».
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Ciò non toglie che mentre ci si dedica a questo sacrosanto obiettivo, in Rai persistano antichi freni. Tipo il potere degli agenti che rappresentano gli artisti e trattano a nome loro. Non l’ha imbarazzata, ad esempio, quando Fabio Fazio ha fatto in diretta da Che tempo che fa gli auguri di compleanno al suo agente Beppe Caschetto? Non sono forse dettagli spiacevoli, simbolo dell’invadenza di questi manager nella televisione pubblica?
«Mi creda: tutto dipende dalla forza degli editori e dall’autorevolezza dei direttori di rete. È in base a questo che deriva il comportamento degli agenti di spettacolo. Oggi, in Rai, mi sento di dire che non ci sono interferenze nei palinsesti, e neppure scelte specifiche che le facciano presumere. Se ha degli esempi lei, li faccia...».

Va bene, eccone uno. Molti addetti ai lavori sono rimasti stupiti dal fatto che Rai1, in questa stagione, abbia bocciato il sabato pomeriggio di Unomattina in famiglia, buon prodotto d’intrattenimento e divulgazione popolare, per sostituirlo con Parliamone... sabato, salotto di chiacchiere condotto da Paola Perego. La quale è sposata con il manager Lucio Presta, e che guarda caso dopo la desolante Domenica in dello scorso anno ha trovato subito nuova collocazione. Come commenta questo episodio?
«No, su questo non dico niente. O meglio: Andrea Fabiano, il direttore di Rai1, sostiene che sono scelte sue».

Il che sarà sicuramente vero, ma non cancella la sensazione che in Rai si dicano certe cose e poi se ne facciano altre. Come nel caso di Storie vere, il programma condotto da Eleonora Daniele sempre su Raiuno. In quello spazio, e lei di certo ne è al corrente, il dolore viene cucinato in ogni salsa. Eppure era proprio questo ciò che non le andava a genio, quando nel marzo scorso si è schierato contro il cinismo delle emozioni e ha tolto la cronaca nera da Domenica in.
«È vero. Abbiamo intrapreso, assieme a Fabiano, un percorso per togliere gli elementi più dissonanti rispetto alla missione che ci siamo dati. Ma il problema, lo specifico, non è tanto la cronaca nera quanto l’eccesso di cronaca nera che diventa elemento di spettacolo. Su questo, confermo, dobbiamo sempre lavorare».

Quanto a casa Mediaset? Affacciandosi un momento sul cortile della concorrenza, e immergendosi scarpe e piedi nel settore dell’ultra-pop, apprezza le performance di due regine degli ascolti come Barbara D’Urso e Maria De Filippi?
«Le reputo due professioniste estremamente brave. In particolare stimo il lavoro di Maria De Filippi e la sua versatilità».

Ma come? Lei, il paladino delle multi-piattaforme, il teorizzatore dell’evoluzione televisiva in chiave internazionale, che accetta lo squallore di trasmissioni come Uomini e donne Over, dove si va a caccia di share con i sentimenti degli anziani, o anche come C’è posta per te, affollata sempre e comunque di lacrime e drammi?
«Il discorso è un altro. Questi programmi sono pensati per il servizio commerciale, non certo per quello pubblico. Ma vorrei precisare che il mio non è un giudizio morale. Ciascuno fa il suo, l’importante è farlo bene».

Sarà. Però proprio per questa dedizione al prodotto, resta difficile comprendere perché la Rai continui ad acquistare format da fuori, invece di ragionare e produrre con la propria testa. Esistono cervelli buoni anche all’interno del servizio pubblico. O no?
«Ascolti questo elenco: Stato civile, Carta Bianca, Italia di Michele Santoro, L’importante è avere un piano con Stefano Bollani... Sono tutte nostre produzioni, e ce ne sono ancora molte altre. Stiamo facendo il possibile, non siamo immobili. Neppure sull’ostico fronte della burocrazia, contro la quale sono intervenuto costituendo un gruppo di lavoro con funzioni chiave - dagli acquisti all’amministrazione, dall’ufficio legale al responsabile anticorruzione - per semplificare le procedure cardine».

Risultati effettivi?
«Ora avviare una trasmissione è più facile. Ma devo aggiungere con onestà che siamo ancora lentissimi sul versante degli acquisti tecnologici. Basti dire che per impostare e assegnare una gara mirata all’acquisto di telecamere Hd, impieghiamo circa un anno».
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Problemi dei quali parla, con il presidente della Rai Monica Maggioni?
«Con lei parlo spesso di macrotemi, tipo il rinnovo delle concessioni o simili. E posso dirlo? Se penso ad argomenti sui quali siamo in disaccordo, non mi viene in mente niente».

Davvero? Non dissente neppure sull’iscrizione di Maggioni alla presidenza della Trilateral, la potente associazione internazionale fondata negli Usa da David Rockefeller?
«L’ho scoperto, come tutti, leggendo i giornali. E sono sicuro, aggiungo, che troverà il modo e la misura per non confondere questo nuovo ruolo con la sua figura istituzionale».

Nell’attesa di verificarlo, le novità più scomode per lei e per la sua Rai arrivano ancora una volta dal governo, che abbassando con la nuova legge di Bilancio il canone da 100 a 90 euro ha fatto - immagino - sballare le vostre prospettive di spesa. Quali saranno, a suo avviso, le conseguenze concrete?
«Sto cercando di capirlo in questi giorni con il Consiglio d’amministrazione e con il ministero delle Finanze. Un punto è indubbio: un progetto come il nostro, basato al cento per cento sull’innovazione, richiede solidi investimenti. Senza denari, gioco forza, finisce tutto il ragionamento sulla vocazione internazionale».

L’augurio, sincero, è che la Rai torni al più presto a rappresentare l’anima brillante e paziente di chi continua a seguirla. Però permetta, fa anche una certa impressione rileggere una sua intervista del 2005 in cui diceva che quella italiana era «una tv malata», che poteva guarire soltanto «stando lontano dall’esempio di Rai e Mediaset». A che punto siamo, oggi, della terapia?
«Proviamo a trasformare ogni risorsa Rai in un enzima per il cambiamento. O ancora meglio, un anticorpo contro l’appiattimento sulla banalità. Speriamo bene».

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