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Mondo
novembre, 2016

A Washington, tra democratici delusi e repubblicani del 'white trash'

Elettori “rurali”, ex-operai, Repubblicani conservatori decisi a “tornare a casa”, come figliol prodighi, dopo un iniziale momento di disillusione verso il loro bizzarro candidato alla Presidenza. E poi asiatici, un paio di ebrei ortodossi, alcuni giovani latinos ed afroamericani. Già. D’altronde “What the hell do you have to lose?”, ha chiesto chiaro e forte The Donald

È che portiamo avanti una vita così monotona, così piatta, così miserabile.. Questi qui non faranno nulla per noi, seguono tutti quanti lo stesso sistema idee.. Almeno lui non è telecomandato, non è venduto.. Preferisco vedere che succede buttandosi nel buio, che continuare così, che il more of the same..” .

Sono le parole di Alex, il mio coinquilino, pronunciate giovedì scorso davanti a un bicchiere di vino. Il giorno che l’ho conosciuto si era finiti a parlare di politica, ovviamente, e Alex si era detto “più democratico che repubblicano”. Poi, a poco a poco, ha deciso che la Clinton no, non la poteva proprio sostenere. Gli ho parlato, mi sono appassionato, e ci ha pensato un po’ su. Il giorno dopo, venerdì scorso, mi ha annunciato per sms che avrebbe votato la candidata dei Verdi, Jill Stein. Una preferenza che lo ha fatto sentire meglio, che lo ha “rappresentato totalmente”: parole sue. Gli ho creduto.

La verità è che Donald Trump Presidente degli Stati Uniti se lo aspettavano soltanto quelli che poi non hanno abbastanza voice per farlo sentire. Quelli che non scrivono sui giornali, che non parlano dalla mattina alla sera negli all news 24/7 delle cable tv, che non hanno fatto il corso di debate al college. Quelli che, tutt’al più, brandiscono quotidianamente Facebook e Twitter come un megafono, un bastone o un arco, e che al tycoon di Manhattan di like e di commenti eccitati in questi mesi ne hanno messi tanti. Per poi ricordarsi anche di andare a votare.
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Sono andato a conoscerli, domenica sera. A Leesburg, contea rurale a quaranta miglia di Washington DC, in una farm isolatissima, dove Donald Trump stava per chiudere una lunghissima giornata di comizi, un tour infinito di cinque swing states. Infinita, ed estenuante, è stata anche la fila e l’attesa, durata più di quattro ore. Da chi è composto il “basket of deplorables”, così battezzato da Hillary Clinton in uno dei discorsi più sciagurati della sua campagna elettorale?

Tante famiglie apparentemente normali, con bambini al seguito, assieme ai rappresentanti del cosiddetto “white trash”, altro nomignolo poco fortunato affibbiato ai bianchi poveri e incazzati del ventunesimo secolo americano. Elettori “rurali”, ex-operai, Repubblicani conservatori decisi a “tornare a casa”, come figliol prodighi, dopo un iniziale momento di disillusione verso il loro bizzarro candidato alla Presidenza. E poi asiatici, un paio di ebrei ortodossi, alcuni giovani latinos ed afroamericani. Già. D’altronde “What the hell do you have to lose?”, ha chiesto chiaro e forte The Donald.

I Democratici sono invece gli unici che vanno per strada, a bussare alle porte. Li ho accompagnati qualche volta, ne ho assaporato la dedizione. Con Darryl, ultra-cinquantenne afroamericano, ho passato un pomeriggio a registrare elettori di Arlington, Virginia. Mi ha detto: “Noi siamo gli unici che si impegnano, che si mobilitano. I Repubblicani non fanno mai nulla gratis, vogliono sempre qualcosa in cambio.”
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Può essere. Ma stavolta non ha funzionato. Il pomeriggio del voto, eppure, era ottimista la signora con lo sticker di Clinton, impegnata a consegnare fac-simile della scheda elettorale davanti al seggio. Era ottimista Thomas, il ragazzo tedesco che per settimane ha coordinato i turni di canvassing. Era ottimista Joan, la padrona della casa trasformata in quartier generale dei volontari dem, che mi ha portato a casa prima di darsi al vino. Era ottimista Khadijah, la kenyota di seconda generazione scoppiata a piangere non appena Florida e North Carolina sono stati assegnati a Donald Trump. “Sarà terribile, da oggi”, mi ha detto: forse, sperando che il vino, almeno quello, sia buono abbastanza.

Davanti alla Casa Bianca, la notte delle elezioni, non pensavo di trovarne così tanti. Di ragazzi delusi, increduli, e pazzi di goduria. Sono andato a dare un’occhiata seguendo i coinqulini in cerca di “storia”, ad un’ora della notte in cui il risultato finale era sostanzialmente già dichiarato. Una bolla interessante: latinos che fanno un cerchio cantando El Pueblo Unido Jamas Sera Vencido, giovanissimi liberal già in protesta contro il President-elect, ragazzi bianchi col cappello rosso che urlano “IU ES EI! IU ES EI!”, afroamericani che intonano “Black Lives Matter”. A un certo punto, sotto lo sguardo di un sostenitore di Trump che dall’albero non vuole proprio scendere più, scoppia una sorta di rissa, subito sedata da un poliziotto col casco da ciclista. È proprio l’ora di inforcare la bici e tornare a casa.

Gli americani sono gli uomini della frontiera. Ma gli uomini della frontiera, della continua scoperta e della sanguinosa conquista, dell’uccisione iconoclasta dei limiti e della conservazione gelosa dei simboli, hanno sempre bisogno di un orizzonte a cui mirare. E in questo momento l’orizzonte sembra non esserci più, o perlomeno non si vede. E gli uomini della frontiera, se non vedono nulla, preferiscono chiudersi in casa. Me lo ha detto Kayvon, 24 anni, americano di famiglia iraniana, ben educato, un ragazzo brillante: “Non ci siamo andati noi, a votare Hillary Clinton. E a votare Obama invece c’eravamo andati. Se non ci andiamo noi, a votare la Clinton, chi ci va?”. Erano solo le 9 di sera: queste elezioni, tra gli altri, le avevano già decise Alex e Kayvon.

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