Gli investigatori egiziani hanno prodotto in questi mesi solo depistaggi, sventati dagli inquirenti italiani. In Egitto hanno tentato di infangare l’immagine di Giulio Regeni e quando non ci sono riusciti hanno scaricato la responsabilità del rapimento e della morte su una banda di cinque rapinatori, tutti assassinati a sangue freddo.
Ma anche questa mossa non è riuscita agli egiziani. La responsabilità di apparati legati al governo di al Sisi è sempre più evidente e forse per questo motivo le indagini sono andate a rilento, gli investigatori hanno girato a vuoto e nonostante i solleciti italiani di accelerare negli accertamenti e scambiare le informazioni, poco o nulla è stato ottenuto. Anche il briefing a Roma fra gli investigatori italiani ed egiziani non ha portato a nulla di concreto. La missione si è trasformata in una vacanza per i poliziotti del Cairo, che la sera si sono goduti i locali della Capitale.

I magistrati della procura generale del Cairo hanno consegnato in tutto una trentina di pagine, in arabo. Ci sono le telefonate fatte da sei cittadini egiziani, che si vanno ad aggiungere alla lista di altri cinque che erano già state consegnate in precedenza, e ai verbali di audizioni di testimoni. La procura ne aveva chiesti una ventina, ma non tutti sarebbero stati consegnati.
Dall’Egitto sono anche arrivati i referti medico legali relativi alla morte dei cinque banditi ritenuti appartenenti al gruppo di rapinatori che erano in possesso dei documenti del ricercatore universitario. I cinque sono stati uccisi, secondo le autorità del Cairo, in uno scontro a fuoco con la polizia, ma per i familiari (le cui testimonianze sono state in parte inserite nel fascicolo consegnato agli italiani) quello scontro a fuoco non ci sarebbe mai stato.
I magistrati del Cairo hanno assicurato che consegneranno le relazioni scientifiche riguardanti gli esami degli abiti che Giulio indossava quando fu trovato morto. Di tutte le richieste avanzate con la rogatoria, ne restano dunque tre al momento ancora inevase.
Si tratta della testimonianza di una ventina di persone: i coinquilini di Giulio, gli amici, i docenti e i ricercatori universitari che frequentava al Cairo, i membri dei sindacati indipendenti e dei venditori ambulanti con cui era entrato in contatto per le sue ricerche, e chi ha ritrovato il corpo; l’elenco dei telefoni che il 25 gennaio hanno agganciato la cella di Dokki, il quartiere dove abitava Giulio, e che il 3 febbraio, giorno del ritrovamento del corpo, hanno impegnato la cella che copre la superstrada Cairo-Alessandria, richiesta che l’Egitto aveva definito incostituzionale (questione di privacy); i tabulati di 13 cittadini egiziani. Oltre a quelli dei sindacalisti, dei venditori ambulanti e di altri amici, la procura di Roma aveva chiesto i tabulati dei cinque presunti appartenenti alla banda di sequestratori che avevano i documenti di Giulio e che sono rimasti tutti uccisi dalla polizia in uno “scontro a fuoco”, che secondo i familiari non è mai esistito.
Quella che dovrebbe essere una normale procedura per tentare di risolvere un caso di omicidio, al Cairo si trasforma in un affare di Stato. In una complicazione internazionale. Forse perché gli autori dell’assassinio di Giulio sono persone che il governo di al Sisi deve proteggere? Qui tutto si complica e la verità si allontana.
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