È l’Egitto di al Sisi. Un Paese in guerra. Contro i suoi cittadini. Li tortura e li uccide. Lo fa ?da diverso tempo. Con un modus operandi consolidato.
Lo dimostrano i numeri forniti dalle associazioni per i diritti umani. ?E lo confermano le notizie pubblicate dai giornalisti che ogni giorno rischiano ?di essere parte di quei numeri. «Potrei fare la fine di Giulio Regeni», ripetono. L’organizzazione El Nadeem, che offre sostegno alle vittime di violenze e tortura, pubblica ogni mese i dati sulle violazioni ?dei diritti umani. Un rapporto che fa venire ?i brividi. È l’archivio dell’oppressione.
Mette insieme tutti i casi riportati dai media. Persone sparite forzatamente, uomini uccisi perché hanno tagliato la strada a un agente di polizia o perché non hanno voluto cedere gratis la propria merce a un militare. Bambini finiti in mezzo a un blitz delle forze speciali e ragazzini morti nei luoghi di detenzione. Dalla morte di Regeni quell’archivio viene letto in tutto il mondo. Prima, si perdeva tra le vie del Cairo.
Nel rapporto di gennaio c’è la storia dei tre ragazzi torturati come il ricercatore italiano e uccisi sul posto. In questo caso la polizia non si è nemmeno impegnata in versioni poco credili e depistaggi fallimentari. Qualche ora prima che il sole illuminasse ?la giornata del 7 gennaio scorso, i militari hanno circondato un palazzo nella zona universitaria del Cairo.

Da gennaio a oggi 136 persone hanno subito violenze da parte delle forze dell’ordine. Spesso quelle violenze si sono trasformate in omicidi. Com’è avvenuto ?il 10 gennaio a Kafr el Sheikh, a nord del Cairo. I servizi segreti si sono presentati a casa di Naser Mhanna, 25 anni. I genitori hanno rifiutato di consegnarlo. Sapevano bene che fine avrebbe fatto se l’avessero lasciato nelle mani degli egiziani.
Gli agenti se ne sono andati ma senza allontanarsi troppo. Di notte, quando ?il giovane si è sentito abbastanza
al sicuro da poter uscire di casa, lo hanno circondato e aggredito. Quando ha tentato di fuggire, è stato investito e ucciso. Il suo corpo è rimasto abbandonato sulla strada. A poco sono servite le proteste degli abitanti della zona. Nessuno li ha ascoltati. Regeni era ancora vivo.
Da gennaio a oggi 130 persone sono ricomparse. Alcune di loro dopo aver passato un anno nei bunker dell’orrore. Vengono portati con gli occhi bendati davanti a un giudice per essere accusati ?e processati. Tutto il tempo passato ?al buio non viene considerato. Spesso la famiglia è costretta a subire anche ?la beffa della polizia che ogni tanto bussa a casa in cerca del familiare scomparso per poterlo arrestare. La prigione comincia solo dopo la condanna del tribunale. ?E in prigione, da gennaio a oggi, ?sono morte almeno 23 persone.
Chi per mancate cure e chi perché ?si è tolto la vita. Tutti i numeri sono confermati. E sono approssimati per difetto. «E ciò che è nascosto è ancora ?più grave», recita un famoso detto arabo. Quei numeri, per quanto possano sembrare grandi, restano comunque più piccoli di quella che è la realtà.
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