«Avimmo scassato». Cinque anni dopo la scena si ripete, con risultati quasi identici. Senza bandana (almeno per ora) né grandi sorprese, Luigi De Magistris incassa la riconferma al ballottaggio contro il candidato del centrodestra Gianni Lettieri, già sconfitto del 2011. Una passeggiata sul velluto, praticamente senza storia. Nel 2011 il capovolgimento del risultato del primo turno - con l'ex pm indietro di oltre dieci punti in grado di doppiare l'avversario al secondo - fu un imprevisto assoluto nelle dimensioni. Adesso è un risultato annunciato, una partita senza storia esito di una campagna elettorale in cui De Magistris è stato l'unico vero protagonista della scena. Anche se è un dato che deve far riflettere la fuga dalle urne: ha votato solo il 37,9% degli aventi diritto, quasi 20 punti in meno di due settimane fa.
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Un “incantesimo napoletano” costruito grazie anche alle debolezze altrui, al quale il sindaco riconfermato dovrebbe il suo ringraziamento. Il rissoso e autolesionista Pd in primis, che dopo aver puntato su una candidata praticamente sconosciuta ha pensato bene di ufficializzare proprio sul Golfo l'alleanza nelle urne con Denis Verdini, tanto da restare tagliato fuori dal ballottaggio. E arrivare addirittura in alcune sue componenti a invitare apertamente a votare Lettieri al ballottaggio, come ha fatto un suo esponente in questio giorni. Una catastrofe che non resterà senza strascichi: «A Napoli sulla scheda elettorale ben 22 simboli. Manca il Pd, eppure è il partito al governo del Paese. È stato compiuto un vero e proprio delitto politico» ha attaccato nuovamente Antonio Bassolino su Facebook, a urne ancora aperte.
Ma un sincero ringraziamento “DeMa” dovrebbe rivolgerlo anche al centrodestra, incapace di schierare altro che lo sfidante già sconfitto cinque anni fa, in un remake fin troppo prevedibile nella conclusione. E se è eccessivo definirlo “un Cetto Laqualunque in salsa partenopea” come ha fatto Lettieri, è innegabile che l'allure che il sindaco ha costruito su di sé ha drenato anche parte del consenso che nel 2011 andò al centrodestra. Perché, piaccia o no, il “miracolo” di De Magistris è stato essenzialmente questo, la capacità di coagulare su sé praticamente tutti gli opposti: il voto di protesta e quello per la continuità, il riformismo di solida tradizione Pci sul Golfo e la rivoluzione sempre decantata, centri sociali e alta borghesia, il consenso dei grillini storicamente affini e quello dei bersaniani del Pd che lo hanno appoggiato ufficialmente al secondo turno (se in cambio di qualcosa, si vedrà). E, capolavoro, la sindrome o quanto meno la vulgata del sabotaggio e dell'accerchiamento: rivendicare i meriti e addebitare al governo e al Partito democratico gli insuccessi.
Un collettore di spinte antitetiche, insomma, ma senza abbandonare mai l'identità costruita e in parte visibile in nuce quando ancora indossava la toga: trascinatore di folle, tribuno della plebe che all'occasione non rifugge la volgarità (memorabile il “Renzi ti devi cagare sotto”), l'autorappresentazione di sé come sindaco di strada, l'antirenzismo come matrice, il reddito di cittadinanza, le venature terzomondiste, con le citazioni di Guevara e la promessa dell'autogoverno zapatista in un ardito parallelo fra Mergellina e il Chiapas.
Forse troppo, per limitarsi a restare davvero altri cinque anni a Palazzo san Giacomo senza aspirare a riempire il vuoto cosmico a sinistra. Del resto De Magistris stesso l'ha già ammesso: «Dopo le elezioni nascerà un movimento politico non leaderistico, un movimento popolare che vada oltre i confini di Napoli». E su chi lo guiderà davvero, al netto delle rassicurazioni sul “non leaderismo”, non paiono esserci dubbi.