
Ogni giorno, adesso, vi si recano centinaia di persone. Innanzitutto sono le vittime dei crimini dell’Isis che vengono a sporgere denunce per le loro case, macchine, vite bruciate: figli spariti, arrestati, uccisi. Poi, bendati e legati, arrivano accompagnati - e strattonati - dalle forze irachene, anche i prigionieri, ovvero i membri dell’organizzazione terroristica criminale che sotto forma di Califfato islamico ha commesso tutti i tipi di atrocità. Vittime e carnefici di fronte ai giudici di Mosul.
«Hai giurato fedeltà al califfo?» chiede il giudice all’imputato. «Sì, signore» risponde Ismail H., trent’anni. «Che lavoro facevi prima di lavorare per Daesh?». «L’operaio. Mi sono arruolato per pagare un’operazione a mia sorella». «Sai quante persone sono morte ?a Mosul in questi anni? Non era meglio sacrificare tua sorella ?che fare morire diecimila persone nella tua città?». «Sì, signore».
Le domande si susseguono, una dietro l’altra, ma l’interrogatorio si basa solo sulle loro confessioni. «Il 75 per cento ammette di essere colpevole, ma pochi elencano crimini e battaglie. A sentir loro, erano tutti cuochi del Califfato o facevano i vigili urbani», ?ci dice spazientito il giudice. Per lui e i suoi colleghi non è facile ?il compito: hanno tutti subito minacce di morte nel 2014 prima ?di lasciare Mosul e ben quindici sono stati assassinati.
Oggi ?si ritrovano ad interrogare gli uomini catturati durante i mesi ?di battaglia e che servivano l’Isis. «Ti sei pentito?», chiede il magistrato a un altro imputato. «Sì, mi sono arreso». «Non hai ?più nessuna relazione con Daesh». «No, nessuna, mi sono consegnato all’esercito iracheno pochi giorni fa». «Perché ne ?hai fatto parte?». «Distribuivano acqua gratuitamente solo ?a chi si arruolava». «E se ti metto in libertà, torni con Daesh?». ?«No», «Se domani sarai libero torni al-Ayman a combattere?». «No». Il giudice scuote la testa: «Dichiarano tutti di essersi pentiti e arresi, ma se gli slegassimo le mani, ci sgozzerebbero».
Alla destra del magistrato, un aiutante scrive parola per parola le dichiarazioni del prigioniero, dettate in arabo standard dal giudice stesso. Alla sinistra invece, un avvocato difensore pagato ?dallo Stato resta silenzioso e annoiato. Durante l’intera settimana di interrogatori seguiti, nessun avvocato ha rivolto ?la parola al suo assistito né commentato le parole del giudice. ?La condanna spetterà alla Corte criminale di Baghdad e secondo la legge irachena sul terrorismo del 2005 si partirà da quindici anni di reclusione, per passare all’ergastolo e alla pena di morte nei casi più gravi.
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Nella stanza accanto, molte meno parole di fronte al giudice: gli abitanti di Mosul, vittime per due anni e mezzo dell’occupazione dell’Isis, portano foto, carte d’identità e provano a chiedere un compenso allo stato iracheno per la distruzione subita. Molti sanno che non vedranno neanche un dinaro, ma ci provano ?lo stesso. Del resto la priorità adesso è sconfiggere lo Stato Islamico.
Nella speranza che nel frattempo nessuno voglia ?farsi giustizia da solo.