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Dopo Medhi , tocca al figlio Ahmad lo stesso trattamento. Quando vengono gettati stremati al suolo e rilasciati sembra loro di poter catalogare l’episodio sotto la voce “equivoco”. Ma il peggio deve ancora arrivare. Passano due settimane e l’unità di intelligence dell’Erd (ce se sono tre, oltre agli 007, i cecchini e la task force propriamente detta) si riprende padre e figlio. Stavolta vanno per le spicce: li ammazzano assieme ad altri detenuti vicino al villaggio di Qabr al-Abd, nell’area Hamman al-Alil, sud di Mosul.
Si poteva sospettare che i diritti umani non siano merce corrente nemmeno adesso che a Baghdad c’è un governo insediato, “amico” dell’Occidente che, oltretutto, si preoccupa anche dell’addestramento delle truppe. Ora ci sono le prove perché in quelle stanze c’era un coraggioso fotografo iracheno, Ali Arkady, 34 anni, “autorizzato” a seguire il lavoro dei soldati da qualcuno che deve essersene pentito se ora il reporter vive in un luogo segreto, minacciato per il lavoro che vedete in questi scattie, straordinario e raccapricciante documento della faccia più oscura di una guerra che in Iraq dura ormai, in forme diverse, da 14 anni.
Come Arkady sia stato ammesso in quei luoghi che avrebbero dovuto restare segreti è una storia nella storia. Il cui elemento principale è la dedizione di un professionista che non ha lasciato nulla di intentato per essere laddove le cose accadono, per testimoniare a un mondo troppo spesso dimentico gli sviluppi del conflitto infinito.

Quando nel 2014 a Baghdad decidono che è finalmente l’ora di riprendersi la provincia di al-Anbar, con le città simbolo di Falluja e Ramadi, finita sotto controllo del sedicente Stato islamico, il fotografo chiede di essere ammesso in prima linea. Si scontra con l’arcigna burocrazia militare però non demorde finché ottiene un lasciapassare con tutti i timbri necessari. Segue gli uomini agli ordini del capitano Omar Nazar, usa i social media per rilanciare le gesta, invero anche eroiche, di chi cerca di ridare un’identità statuale al martoriato Paese. Diventa un beniamino delle forze speciali, ne apprezzano qualità umane e coraggio.
Nessuna sorpresa se quando inizia la battaglia per Mosul, “la madre di tutte le battaglie”, vuole esserci. Stavolta è, se possibile, ancora più pericoloso. Ma Alì è Alì e il comandante in capo delle forze Erd, colonnello Mohamed Ismail Thamer, nome di battaglia Abu Turab, alla fine cede. Eccolo di nuovo, e siamo al fatale novembre scorso, al fronte, col capitano Nazar, sunnita, col caporale Ali Haider e coi loro uomini, in maggioranza sciiti. Però, in questo caso, le due confessioni in lotta per l’egemonia dell’intero Medio Oriente, stanno insieme contro il comune feroce nemico Stato islamico. Non sa ancora, Arkady, che scenderà i gironi di un inferno dove vede “torture, stupri, uccisioni”, di civili iracheni, suoi concittadini, ad opera di altri suoi concittadini iracheni. Ossessionati dall’idea di aver davanti per forza dei miliziani islamisti in chiunque sia stato nei territori occupati dagli uomini del sedicente califfo.
Sono talmente abituati, i soldati dell’Erd, ad avere a fianco il fotografo da considerarlo uno di loro, se ne dimenticano persino. E Arkady scatta, scatta, scatta. Per lui non hanno tabù, è un amico ormai. «Chi ci ha addestrato? Gli americani». «Anche gli italiani?». «Sì anche gli italiani». È con loro quando, di notte, per un semplice sospetto fanno irruzione nella casa di Fathi Ahmed Saleh, lo buttano giù dal letto e se lo portano via mentre la moglie grida, li implora di non farlo. E per tutta risposta il caporale si chiude la porta della camera alle spalle, vuole violentare la donna e desiste solo quando scopre che ha il suo ciclo mensile. Assiste, sbigottito, alla cattura di Raad Hindia, «che aveva la sola colpa di essere un inserviente in una moschea, ma non per questo era per forza un fanatico estremista», con la madre che, intuendone il destino, si aggrappa a quei rapitori piangendo e pregandoli come solo una genitrice. Non sarà necessario alcun processo per decretarne la condanna a morte e la sepoltura nello stesso luogo dei Mahmoud.

Per tutta una notte il fotografo ha assistito alle torture sui corpi di due fratelli, Leith e Ahmed Abdullah Hassan. È stata la polizia federale irachena a consegnarli alle “cure” delle forze speciali dopo che sono stati sorpresi, con le rispettive famiglie, nell’area di Gogjali. Vicini e conoscenti hanno testimoniato sul fatto che sono due brave persone, assai lontani dalla dottrina fondamentalista. Niente da fare. Ci si sono messi in quattro a farli pentire di essere nati. A Leith hanno messo le dita negli occhi e premuto con forza fin quasi a cavarli dalle orbite. Ad Ahmed hanno puntato un coltello lungo la schiena e lo hanno fatto scorrere lentamente per fargli provare i brividi della fredda lama che penetra nelle carni. Poi con le mani hanno premuto forte sulla sua gola: «Adesso te la spezziamo». Quando ormai albeggiava, si sono stancati di tanta crudeltà e li hanno ammazzati, seppellendo i corpi nella zona di Bazwaia.
Ali Arkadi, oltre che fare clic centinaia e centinaia di volte, scrive tutti i dettagli su un taccuino, nomi, fatti, circostanze («non sono solo fotografo e regista, anche giornalista»). Sa che per rendere credibile quella che diventerà questa potente denuncia ha bisogno di pezze d’appoggio. E stavolta, per lui, è peggio delle altre, quando è stato un implacabile divulgatore delle nefandezze dello Stato islamico, quando ha documentato il genocidio degli ezidi e si è prodigato in prima persona per aiutare un gruppo di donne di quel popolo che erano fuggite dopo essere state ridotte in schiavitù dagli islamisti.
Stavolta il suo “j’accuse” è contro il suo stesso esercito, dunque il suo stesso governo. Sa che il prezzo da pagare è quello di essere considerato un traditore. Però non si ferma. È necessaria la verità, solitamente la prima vittima di ogni guerra. Quella verità che, prima o poi, lentamente, si afferma. Era già successo con le violenze degli sciiti che andarono a liberare la popolazione sunnita di al-Anbar dall’Isis ma non resistettero all’idea di punire i nemici confessionali. Succede, proprio in questi giorni, appena oltre il confine, nella Siria del conflitto gemello, dove gli americani sostengono che il dittatore Bashar Assad abbia da anni messo in funzione un forno crematorio per incenerire i cadaveri dei prigionieri eliminati. Nella battaglia di Mosul per sradicare lo Stato islamico, salutata finalmente come la resa dei conti col Califfo, la tortura è l’ingrediente indigeribile anche per chi plaude alla guerra giusta. Perché sia tale fino in fondo non si può scendere sotto il livello della civiltà.