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Solo oggi, attraverso le indagini svolte sugli Esposito, si conosce il vero motivo della gita e chi si trovava in compagnia del bomber. All’epoca il presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis, aveva usato parole forti contro il capitano azzurro Paolo Cannavaro. C’è un video, ripreso con un cellulare a margine di un incontro con gli studenti, in cui il produttore dà dello «stronzo» a Cannavaro, che reputa l’organizzatore della gita a Capri. De Laurentiis domanda agli studenti: «Il capitano vero chi è?». E i ragazzi rispondono: «Hamšík». Il presidente approva, poi aggiunge: «Ma te pare a te che arriva Higuain e sto’ stronzo di Cannavaro cosa fa? Piglia una barca, senza fattura, pagata al nero, lo porta a Capri e lo fa “infrocià” (sbattere, ndr) su uno scoglio». Il video fa il giro del web e a De Laurentiis tocca precisare con un tweet: «Mi sorprende che vengano prese seriamente battute fatte in un chiaro momento goliardico. Anche con Paolo mi sono fatto quattro risate». Chissà se il presidente si farà ancora quattro risate quando avrà la possibilità di leggere la ricostruzione di quella gita a Capri fatta dagli investigatori. Oppure le intercettazioni in cui sono scivolati i suoi calciatori. Perché di una cosa gli inquirenti sono certi: il Calcio Napoli ha sempre respinto ogni tentativo di infiltrazione dei clan. Ma i campioni del “San Paolo” non hanno saputo riconoscere la camorra.
Il procuratore aggiunto di Napoli Filippo Beatrice, che sta coordinando l’inchiesta condotta dalla Dia, sta valutando l’ipotesi di accertare se, oltre a regali e favori fatti ai calciatori da parte degli Esposito, ci siano anche affari in comune con gli imprenditori dei giocattoli, accusati anche di avere intestato a un prestanome un’agenzia di scommesse del brand Eurobet in piazza Mercato a Napoli per evitare sequestri, con l’aggravante di aver commesso il fatto per agevolare i clan.
I fratelli Esposito sono imparentati con Bruno, Mario e Vincenzo Palazzo, quest’ultimo ritenuto reggente del clan Sarno. A questi tre detenuti, come accertato durante le indagini, i tre imprenditori hanno fornito sostentamento economico. Gabriele Esposito è stato condannato in primo grado a sette anni di reclusione perché, secondo i giudici, affiliato al gruppo camorristico. Dalle intercettazioni e dalle rivelazioni di collaboratori di giustizia è emerso che i fratelli Esposito hanno avuto assidue frequentazioni con noti boss, in particolare con Ettore Bosti, esponente di vertice del clan Contini. Proprio la vicinanza al clan gli ha consentito di avere protezioni rispetto a richieste estorsive provenienti da altri gruppi camorristici.
Gli Esposito sono anche personaggi noti della movida napoletana: nelle foto che hanno postato su Facebook e altri social compaiono accanto a calciatori che indossano, o hanno indossato, la maglia del Napoli. Da Maradona a Higuaín, da Callejón a Reina e Paolo Cannavaro. Selfie scattati durante feste e cene da cui si comprende come non si tratti di casi isolati o sporadici. Secondo quanto emerge dalle indagini infatti, si tratta di ripetute frequentazioni, tanto da far definire agli indagati questi contatti come amicizia. Circostanze, comunque, che non sono oggetto delle indagini penali. Ma un rilievo sportivo forse potrebbero averlo, e lo vuole accertare il procuratore della Federcalcio Giuseppe Pecoraro, il quale ha chiesto gli atti ai magistrati per valutare il profilo di ogni calciatore. Perché se nulla vieta a indagati e camorristi di frequentare i campioni del calcio, c’è invece un articolo della norma della giustizia sportiva che «fa divieto ai tesserati di avere rapporti con sostenitori e associazioni senza autorizzazione del delegato della società». È una figura chiamata “Slo” introdotta dalla Federcalcio poco tempo fa. L’ex prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro vuole vederci chiaro, e per questo ha aperto un fascicolo dentro il quale finiranno conversazioni dei calciatori, intercettate, foto, video e informative di polizia giudiziaria in cui compaiono alcuni campioni del Napoli.
[[ge:espresso:attualita:1.298230:image:https://espresso.repubblica.it/polopoly_fs/1.298230.1490793346!/httpImage/image.jpg_gen/derivatives/articolo_480/image.jpg]]C’è pure una conversazione registrata dagli investigatori in cui un intermediario del capitano del Napoli Marek Hamšík contatta Gennaro De Tommaso, noto come “Genny ’a carogna”, coinvolto nei fatti di violenza avvenuti all’Olimpico di Roma il 3 maggio 2014, prima della finale di Coppa Italia Fiorentina-Napoli, per condividere una versione dei fatti: episodi non collegati con i tragici eventi culminati nell’uccisione di Ciro Esposito. L’intermediario di Hamšík chiama “Genny ’a carogna” alla vigilia della convocazione del calciatore davanti agli investigatori, e comunica ciò che Hamšík dirà a verbale da testimone agli inquirenti. Non è stato accertato se il calciatore fosse a conoscenza di questo ipotetico accordo con Genny, e quindi potrebbe essere estraneo al tentativo.
C’è un’immagine però che è difficile dimenticare: è la sera di maggio di tre anni fa e il capo ultrà del Napoli è seduto sulla balaustra dell’Olimpico che chiede di parlare con l’incolpevole Hamšík. Quella messa in atto da De Tommaso è una strategia per alzare la tensione che si è venuta a creare tra i tifosi dopo la notizia del ferimento di Ciro Esposito. Genny minaccia l’invasione di campo ma, dopo aver ottenuto di parlare con Hamšík, si placa e le autorità ottengono il via libera per l’incontro.
Le intercettazioni ai fratelli Esposito sono un pozzo senza fondo e in parte conducono anche a Genova. E qui si potrebbe aprire un altro filone “sportivo”, perché viene coinvolto in alcuni affari anche Enrico Preziosi, presidente del Genoa. Il contatto iniziale, secondo quanto emerge dalle indagini, parte proprio da uno dei calciatori del Napoli che va spesso a mangiare con i fratelli Esposito. I giocattoli sono il punto in comune fra il presidente del Genoa e gli indagati per riciclaggio. Non ci sarebbe nulla di strano in tutto questo se non fosse che su alcune operazioni dall’ammontare di quasi venti milioni di euro, effettuate fra i due imprenditori triangolando anche con una grossa concessionaria di pubblicità di Milano, sono intervenuti gli ispettori dell’Unità di informazione finanziaria per l’Italia (Uif) della Banca d’Italia. La Uif ha segnalato l’operazione alla Direzione investigativa antimafia come da prassi e ora la procura di Napoli sta valutando quali documenti di questa inchiesta possono essere stralciati per trasmetterli agli uffici competenti che potranno verificare eventuali operazioni sospette.
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Di contatti e amicizie con alcuni giocatori del Napoli ha parlato nei mesi scorsi ai pm anche il collaboratore di giustizia Antonio Russo. Il boss era solito assistere agli incontri al San Paolo da bordo campo, grazie a un pass da giardiniere. Per spiegare meglio gli intrecci fra tifosi e campioni del calcio, Lo Russo ha ricordato ai magistrati che lo interrogavano un episodio avvenuto alcuni anni fa e che è stato rivelato alla Commissione antimafia dalla pm Enrica Parascandolo che si occupa dell’inchiesta: «Vi erano stati dei dissidi tra giocatori e società, per cui si paventava l’allontanamento del giocatore Lavezzi dal Napoli, e quindi ci fu l’esposizione di uno striscione a tutela del giocatore, per dimostrare alla società che la tifoseria voleva Lavezzi a Napoli». Il magistrato riportando la versione del pentito dice: «Lavezzi aveva interesse che la tifoseria stesse dalla sua parte e quindi esponesse uno striscione in sua difesa del tenore “Lavezzi non si tocca” o qualcosa del genere e si rivolse a lui (a Lo Russo ndr) per ottenere lo striscione su entrambe le curve, che non è una cosa così facile, così scontata, perché significa avere il placet di due aree geo-criminali diverse». Secondo la narrazione di Lo Russo riportata dalla pm Parascandolo ecco cosa è avvenuto: «Il suo intervento ha consentito, grazie alle conoscenze di personaggi della curva A, che questo striscione venisse esposto su entrambe le curve, a tutela di Lavezzi, facendosi promettere in cambio come favore personale, dato il rapporto di amicizia che lo legava al giocatore, che non sarebbe mai andato a giocare in una squadra come la Juventus o l’Inter, ma solo all’estero. Cosa che poi è accaduta».
Il pentito racconta il suo rapporto con Lavezzi, conosciuto come capo ultrà: «Veniva a casa mia, giocavamo alla Playstation». Per comunicare senza essere intercettati usavano cellulari “dedicati”, e quando Lo Russo ha iniziato un periodo di latitanza ha fatto avvisare il giocatore di disfarsene per non essere scoperto.
Di relazioni pericolose tra glorie sportive e malavita organizzata è piena la storia del calcio, e neppure una divinità sportiva come Diego Maradona seppe sfuggire alla regola, facendosi travolgere dalla parte negativa di Napoli. Tuttavia neanche lo scivolo nella palude di qualche fuoriclasse ha evitato alla storia di ripetersi. Come dimostra il caso dell’attaccante del Palermo, Fabrizio Miccoli, mito per i tifosi rosanero che però si è schiantato contro un martire della mafia, Giovanni Falcone. Perché Miccoli, frequentando il figlio di un mafioso latitante e poi il nipote di Matteo Messina Denaro, parlando al telefono ha offeso il giudice. La conversazione registrata fra Miccoli e il suo amico indagato, che non aveva una rilevanza penale, ha svelato il lato oscuro del campione e una ricaduta sociale innescata dal clamore suscitato sulla stampa. E, nonostante i tanti gol segnati dall’attaccante rosanero, davanti all’offesa a Falcone i palermitani non hanno avuto dubbi su quale parte sostenere e lo hanno allontanato.
Degli intrecci della malavita con i calciatori ha parlato nelle scorse settimane anche il capo della polizia Franco Gabrielli durante un’audizione in Commissione antimafia, presieduta da Rosy Bindi. «Da oltre 15 anni c’è la consapevolezza che l’industria del football è esposta a ingerenze della delinquenza comune e organizzata. Sono documentati casi di contiguità e intrecci con ambienti malavitosi in cui sono coinvolte società sportive, calciatori e indotto del calcio», ha detto Gabrielli, aggiungendo: «Il crimine intravede nella gol economy l’occasione per ampliare traffici illeciti e insinuarsi in modo pervasivo sul tessuto sociale».