Non sono le mafie a infiltrare gli ultras. Gli ultras sono una mafia a sé, con i suoi vertici, i suoi capitani, i suoi picciotti e una grande zona grigia che si identifica nella “cultura ultrà” - c’è davvero chi la chiama così - senza necessariamente violare la legge. O violandola soltanto un poco, portando in curva qualche bomba carta o uno striscione, svuotando un autogrill o declinando il pactum sceleris nei vari aggiornamenti di sistema.
Dopo l’indipendenza finanziaria, la quinta mafia italiana ha ormai raggiunto lo status che la distingue da un’organizzazione criminale comune. Il tifo organizzato ha la capacità di intermediare i rapporti fra istituzioni e cittadini. La trattativa o «interlocuzione», per usare l’eufemismo del prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro, si è svolta in diretta Rai all’Olimpico la sera di sabato 3 maggio sotto gli occhi del premier Matteo Renzi e della seconda carica dello Stato, il presidente del Senato Piero Grasso, che di mafie se ne intende avendole combattute da magistrato per decenni. Simbolico anche il luogo visto che l’Olimpico è l’unico stadio italiano di proprietà statale, attraverso l’ente pubblico Coni, rappresentato in tribuna autorità dal presidente Giovanni Malagò.
Due giorni dopo i fatti è intervenuto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a mettere il veto su questa nuova versione della trattativa. Sacrosanto dirlo, difficile farlo. Sabato 3 all’Olimpico tutto era a favore di Gennaro “Genny ’a carogna” De Tommaso, capo ultrà napoletano nelle vesti di diplomatico, se non di vero e proprio sostituto tutore dell’ordine pubblico. Con lui non si poteva non trattare. Alle spalle aveva le truppe e le armi, che continuano a entrare senza ostacoli dai passaggi riservati agli ultras.
Le rassicurazioni dei massimi dirigenti sportivi, dei politici presenti e degli addetti all’ordine pubblico («la partita si sarebbe giocata comunque») sono fanfaronate ex post. Alla seconda bomba carta, o petardo, il portiere di turno sotto la curva dei napoletani se ne sarebbe andato a centrocampo a badare alla salute e dopo un po’ l’arbitro avrebbe rimandato tutti negli spogliatoi. L’Olimpico è pur sempre lo stadio dove il tifoso laziale Vincenzo Paparelli fu ucciso durante un derby da un razzo sparato dalla curva sud a 250 metri di distanza. E una carica della polizia sugli spalti in queste condizioni equivale a una strage.
La finale di Coppa Italia tra Fiorentina e Napoli non è la prima “interlocuzione” tra Stato e ultras ma è di sicuro la più spettacolare. La sceneggiata di Genny ’a carogna fa rivivere un film di dieci anni prima nello stesso impianto, con gli ultras di Roma e Lazio che bloccano il derby del 21 marzo 2004. Certo, lì il casus belli - un bambino ucciso da una camionetta della polizia - era stato inventato dai tifosi. Era una “tragedia”, per usare il termine mafiologico. Era l’incredibile usato per destabilizzare e mostrarsi potenti. Ma è ancora più incredibile che il primattore della trattativa di dieci anni fa, Daniele “Gastone” De Santis, immortalato accanto al capitano romanista Totti mentre gli dice «’a France’, ricordate, io c’ho parlato co la mamma del regazzino», sia di nuovo il protagonista nella tragedia senza virgolette del 3 maggio 2014.
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Ironia della storia? Più modestamente, inerzia del potere. I Daspo, le interdizioni dalle partite, la tessera del tifoso, la chiusura delle curve per cori razzisti, i tornelli smart e le perquisizioni per togliere la bottiglia di minerale dalle mani dei bambini non sono serviti a nulla. De Santis, già arrestato per estorsione al presidente giallorosso Franco Sensi nel 1996, è stato prescritto dall’inchiesta per procurato allarme sul derby del 2004.
Oggi i suoi ex colleghi dicono che “Gastone” non andava in curva sud da anni. Ma non era un pazzo isolato e si sentiva ancora abbastanza hooligan da aspettare insieme al suo gruppo di fuoco i nemici napoletani, lanciare bombe carta sui loro pullman, lasciare Ciro Esposito a terra in fin di vita e subire la vendetta istantanea con il linciaggio in viale di Tor di Quinto 57, sulla strada che porta all’Olimpico. Lì De Santis lavora e lì si è rifugiato sotto gli occhi inorriditi di Donata Baglivo, produttrice cinematografica passata dall’amicizia con il regista russo Andrej Tarkovskij alla candidatura con Gianni Alemanno alle comunali del 2008 (1 voto di preferenza) insieme al figlio Jonathan Zonin (28 voti).
È difficile che sia efficace un Daspo se viale di Tor di Quinto 57, in una zona centrale della capitale, ospita da anni sotto gli occhi di tutti una società di produzione cinematografica (Ciak 2000), un locale da ballo, i campi di calcetto dove De Santis faceva il custode, il circolo di estrema destra il Trifoglio-Popolo per la vita e le partite dell’Unione sportiva Boreale. Tutto su terreni del Demanio. Tutto abusivo. Tutto sotto sequestro dallo scorso marzo. E tutto a disposizione come base per il raid di sabato.
Adesso c’è la corsa al provvedimento emergenziale. Un classico. Intanto la cronaca dice che la stagione calcistica 2013-2014, quella dei Mondiali di Rio, è stata trionfale per il potere ultrà. Il coro pro Vesuvio è diventato un must in tutti gli stadi italiani. Serve al tifo organizzato per evidenziare disprezzo delle leggi e, allo stesso tempo, per esercitare pressione sui club. Il risultato - le gradinate chiuse - non ha impedito alla Lega calcio di ottenere un aumento sul contratto dei diritti televisivi. Ma all’estero non vedono con altrettanto entusiasmo una partita giocata con mezzo impianto deserto.
Il premier Renzi ha detto che i club devono occuparsi della sicurezza. Si potrebbe obiettare che mancano le coperture finanziarie. O registrare che, se l’esempio viene dall’alto, i grandi club non sono d’esempio. La Juventus, campione d’Italia per tre volte di fila e unica società di A con lo stadio di proprietà, dopo la squalifica delle curve ha riempito il suo settore ultrà con 12 mila bambini che, per imitare gli adulti, hanno urlato “merda” a ogni rinvio del portiere avversario, l’udinese Zeljko Brkic (5 mila euro di multa). Due mesi dopo, il 23 febbraio 2014, gli ultras hanno esposto uno striscione lungo 30 metri che inneggiava alla sciagura di Superga, l’incidente aereo che distrusse il grande Torino 65 anni fa (25 mila euro di multa, tre tifosi denunciati).
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I tifosi granata hanno aspettato che il sindaco Piero Fassino, di fede juventina, celebrasse l’anniversario di Superga, domenica 4 maggio, il giorno dopo Napoli-Fiorentina di Coppa Italia, per insultarlo e ricevere in cambio un dito medio.
Fin qui è quasi folklore, come l’irruzione degli ultras milanisti a San Siro per chiedere conto all’allenatore Clarence Seedorf della sconfitta in casa contro il Parma, a marzo. Gli stessi ultras rossoneri a maggio del 2009 avevano fischiato l’ultima partita di Paolo Maldini, capitano e campione che aveva il vizio di evitare i flirt con il tifo professionale.
Meno folkloristica è la contestazione dei laziali al presidente Claudio Lotito, sotto scorta da anni per le minacce ricevute dagli ex padroni della Nord, gli Irriducibili, poi colpiti da varie inchieste giudiziarie. L’oggetto del contendere riguardava la gestione del merchandising che Sergio Cragnotti, predecessore di Lotito, aveva dato in outsourcing agli ultras, che avevano anche creato un loro marchio di abbigliamento (Original fans).
L’uscita di scena degli Irriducibili nel 2012 è stata un semplice cambio di pelle. Lo slogan “riprendiamoci la lazialità” è stato lanciato dal capo della Nord Fabrizio “Diabolik” Piscitelli, arrestato lo scorso ottobre dopo un mese di latitanza con l’accusa di narcotraffico. Trenta giorni dopo, a novembre, la trasferta dei tifosi biancocelesti per la partita di Europa league contro il Legia Varsavia si è conclusa con il fermo di 200 italiani. Molti, da destra e da sinistra, hanno parlato di affronto ai diritti umani da parte della polizia polacca e per qualche giorno il caso è diventato un bis in salsa pallonara dei due marò detenuti in India. Superata la crisi polacca, Lotito ha incassato un Lazio-Atalanta a marzo con lo stadio vuoto per lo sciopero del tifo.
Il fronte napoletano è stato relativamente calmo, fino agli scontri del 3 maggio. Forse un segno del prestigio in curva di Genny ’a carogna, colpito da Daspo martedì ma capace di sollevare in campo la Coppa Italia vinta dal Napoli due anni fa come se fosse il vero capitano della squadra. In questa stagione sono diminuite le rapine ai giocatori ma si è saputo finalmente perché i vari Hamsik, Lavezzi, Cavani erano nel mirino. Lo ha spiegato a dicembre un collaboratore di giustizia, il camorrista Salvatore Russomagno: le rapine erano la punizione degli ultras ai calciatori che si rifiutavano di partecipare ai loro eventi. Ancora una prova di una logica mafiosa a se stante anche se i responsabili non sono stati ancora individuati. L’omertà nel tifo organizzato è ferrea. La punizione, sempre incerta.
Il doppio binario della giustizia ordinaria e sportiva continua a provocare incidenti di percorso. Uno dei più gravi di quest’anno riguarda il calcio professionistico di terza serie. Il 10 novembre 2013 il derby fra la Salernitana, controllata dal presidente laziale Lotito, e la Nocerina è durato 21 minuti per insufficienza di personale sul terreno di gioco. Otto calciatori della Nocerina hanno finto l’infortunio perché minacciati dai loro ultras. I tifosi, dopo che la Prefettura aveva vietato loro la trasferta per ragioni di ordine pubblico, hanno stabilito che il match non si sarebbe disputato. A gennaio, per decisione della Disciplinare della Federcalcio, la Nocerina è stata retrocessa fra i dilettanti e dieci tesserati sono stati squalificati.
Forti coi deboli? Di sicuro il trattamento riservato ai deferiti (gli indagati della giustizia calcistica) per Genoa-Siena del 22 aprile 2012 è stato molto più mite. Quella domenica gli ultras genoani avevano interrotto la partita e imposto ai loro giocatori di togliersi la maglietta disonorata da una prestazione negativa. Il mediatore tra la curva e la decina di poliziotti presenti era stato il calciatore Giuseppe Sculli, nipote di un boss della ’ndrangheta e unico squalificato per un mese. Il club di Enrico Preziosi, che con gli ultras ha spesso intrattenuto rapporti cordiali e ha subito un Daspo, ha pagato 30 mila euro di multa, il ricavo di qualche centinaio di biglietti di tribuna.
I fatti dello stadio genovese di Marassi hanno ispirato i fan del Padova che a marzo hanno imposto il rito della svestizione ai loro beniamini. Ma sempre a Marassi, diciotto mesi prima di Genoa-Siena, si è vissuta un’altra pagina istruttiva del potere ultrà, stavolta in versione internazionale. Il 12 ottobre 2010 il match Italia-Serbia è stato interrotto dai tifosi ospiti, capitanati dal capo-ultrà della Stella Rossa Ivan “il Terribile” Bogdanov, un colosso vestito di nero e con un mefisto in testa che ha tenuto in scacco il sistema di sicurezza e impedito lo svolgimento della partita. Bogdanov ha scontato una condanna a un anno e undici mesi nella sua Belgrado ed è stato scarcerato un anno fa. In Serbia e non solo, molti lo considerano un eroe. Nell’ambiente ultrà lo stesso accadrà a Genny il napoletano e a Gastone il romanista. L’epopea del fuorilegge è indispensabile per ogni associazione di questo tipo.