Prendiamo il Natale, mettendo rispettosamente da parte le implicazioni religiose. Il Natale
“e basta”, il Natale pop. Quello con le lucine intermittenti, i pacchi sotto l’albero e i ninnoli a forma ?di renna. Quello con la neve spray, il cenone killer del 24 dicembre ?e la vexata quaestio pandoro-panettone. Ci siamo? Perfetto. Qualche bravo psicologo (anzi, ?no: qualche bravo psichiatra) saprebbe spiegare a noi comuni mortali il senso del linciaggio ?che si consuma ogni anno, principalmente via social, appena scatta il conto alla rovescia?
Perché il Natale, quello con “Jingle Bells” e la cotonatura sovrumana di George Michael, innesca tanta rabbia e tanto disprezzo?
Una volta il placido Babbo panzone vestito di rosso non dava fastidio ?a nessuno, adesso arriva novembre e l’Armata delle Tenebre si mette già in marcia. Bisogna sbrigarsi, bisogna accanirsi, bisogna bombardare senza stancarsi qualunque simbolo natalizio (vischio incluso). E poi? Poi arriva il 6 gennaio e il branco si allontana, pronto a riprendere l’appassionante vita di sempre: cercare subito un altro nemico.
Va bene chiunque, da Gandhi ?a Carletto, il camaleonte dei Sofficini! L’odio è un mestiere: lavorare in miniera spezza la schiena, certo, ma anche sprizzare veleno 24 ore su 24, 7 giorni su 7, dev’essere un bell’impegno. ?Ce l’avranno un sindacato, questi signori?