L’immagine choc è questa: il premier polacco Mateusz Morawiecki che, il 17 febbraio, depone un mazzo di fiori ?in un cimitero tedesco, sulle tombe dei polacchi che durante la Seconda guerra mondiale collaborarono con i nazisti, considerando i sovietici e i comunisti ?un nemico peggiore.
Si tratta dei militanti della Brigata Santacroce delle Forze armate nazionali (Nsz), un raggruppamento militare che nelle foreste polacche dava la caccia ?ai partigiani comunisti e agli ebrei.
Morawiecki è un signore cinquantenne, colto e istruito. Ha studiato economia in Europa e negli Stati Uniti, è diventato un importante banchiere. Insomma, è un uomo che conosce il mondo. Eppure, quel mazzo di fiori in onore di gente che nell’inverno del 1945 lasciò il territorio polacco assieme ai reparti nazisti - ?e che tradì la Polonia - veniva deposto proprio nei giorni in cui lo stesso premier spiegava che c’erano ebrei tra ?i perpetratori della Shoah; e a poche settimane dall’inizio delle commemorazioni del cinquantesimo anniversario dell’espulsione, nel 1968, degli ultimi ebrei rimasti in Polonia: traditi quindi dalla Polonia.
Si dirà: la memoria - o la smemoratezza - dell’attuale governo riguarda i polacchi. Ma non è così; le menzogne sulla storia diffuse a Varsavia e il clima antisemita nel Paese (un settimanale filogovernativo parla di «aggressione ebraica contro la Nazione») rischiano ?di rovinare l’Europa intera.
In questi giorni a Varsavia arriveranno da tutta Europa migliaia di polacchi di una certa età, persone che nel 1968 erano adolescenti o studenti universitari e che furono costrette a lasciare il Paese. Assisteranno alle mostre, spettacoli, happening per ricordare la campagna antisemita di 50 anni fa. Quando il partito comunista al potere reagì alle manifestazioni degli studenti e alle proteste accusando gli ebrei di essere una “quinta colonna” al servizio dell’imperialismo e del sionismo (si era all’indomani della Guerra dei Sei giorni; l’Unione Sovietica appoggiava gli arabi contro Israele). Seguì l’esodo forzato. E restò un trauma, non solo tra gli esuli, ma prima di tutto tra i democratici polacchi.
Quando la Polonia è tornata libera, caduto il comunismo, la discussione pubblica si è aperta: non solo su quell’episodio del 1968, ma in genere rifacendo i conti con l’antisemitismo e con il fenomeno della delazione contro gli ebrei ai tempi dell’occupazione nazista.
Sono state dette cose importanti su eventi tragici: come quando, in alcuni centri minori polacchi, la stessa popolazione uccise gli abitanti ebrei ?del luogo. La libertà, la democrazia, l’ingresso nell’Unione europea hanno favorito una riflessione sul passato ?e la costruzione di una memoria a lungo rimosse. Perché senza una memoria onesta è impossibile costruire ?un futuro democratico.
Poi è arrivata al potere , tre anni fa, l’équipe di Jaros?aw Kaczynski. E questa disse che il dibattito in questione era solo «pedagogia della vergogna»: chi parla ?di antisemitismo polacco è un «traditore ?al servizio della élite cosmopolite di Bruxelles». Era quindi l’ora di «levarsi dalle ginocchia» (lessico del potere), di mettere in atto «una politica della storia» (sempre lessico del potere). Secondo la nuova versione dei fatti, la campagna antisemita del 1968 non era opera dei polacchi perché «allora la Polonia non era Polonia». E per quanto riguarda le denunce contro gli ebrei ai tempi della Shoah, un’apposita legge è stata approvata per punire ?chi «denigra la nazione».
Adesso, dopo le proteste israeliane, ?il governo cerca di rassicurare gli ebrei ?nel mondo che non si tratta di posizioni negazioniste. Ma il consenso all’attuale potere si basa proprio su questo: sul dare ai polacchi la sensazione che la loro nazione sia immacolata, virginale, vittima della storia. Un po’ come facevano i nazionalisti serbi negli ultimi decenni ?del Novecento. E, detta brutalmente, ?non esiste un nazionalismo in Polonia ?che non sia antisemita, anche se Jaros?aw Kaczynski personalmente non lo è.
Intanto i fascisti polacchi hanno celebrato la memoria di un comandante di un reparto delle Forze armate nazionali, che nel 1946 - nel villaggio di Hajnowka, al confine con la Bielorussia - uccise 79 persone in un’azione di pulizia etnica. ?La polizia ha impedito agli antifascisti di protestare. E pochi mesi fa il Parlamento ha reso omaggio a quelli che vengono chiamati romanticamente “i soldati maledetti”: i militanti della destra armata degli anni Quaranta, che avevano come modello ideologico Francisco Franco.?
Ecco: in Polonia, nel territorio cuore dei crimini nazisti, il potere sta assassinando la memoria antifascista. E senza quella memoria l’Europa, come la vogliamo, ?è destinata a morire.