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Economia
giugno, 2018

Le cinque scommesse che Mario Draghi deve vincere per salvare l'euro

Mario Draghi
Mario Draghi

Euroscettici, fine del Qe, pressioni tedesche, poca crescita, banche: per il presidente della Bce sarà un’estate caldissima

Mario Draghi
Mario Draghi non avrà vita facile neppure nell’ultimo anno e passa di comando alla Banca centrale europea. Arrivato nel novembre 2011, quando c’era da gestire gli effetti della più grave crisi finanziaria del dopoguerra, si trova ora a difendere il sistema in una nuova ondata di turbolenze, con il crescente peso di movimenti e governi anti-euro, l’assedio tedesco, il dialogo tornato difficile tra Berlino e Parigi, le spaccature nella Ue sui migranti e su come comportarsi con la Russia di Putin, la guerra dei dazi scatenata da Donald Trump, la Brexit, il rischio che il vertice Ue di fine mese sia un fallimento.

Lui di politica non parla. Non dà giudizi, volendo con ciò dimostrare neutralità e autonomia. In genere non rilascia interviste a giornali italiani, per evitare di sembrare partigiano, preferisce quelli stranieri. Bisogna leggere i suoi interventi in filigrana e metterli in successione, seguire l’agenda (a proposito, lunedì 4 ha avuto con Angela Merkel un faccia a faccia senza testimoni durante il quale la Cancelliera gli ha spiegato i nuovi piani per l’euro), cogliere la battuta.

E sono almeno cinque le scommesse che l’amministratore Draghi dovrà giocarsi per garantire stabilità al condominio Eurozona.

Eurotremolii. La regola d’oro che ha sempre seguito alla Bce è quella di non distruggere la fiducia nella moneta unica. Se tale fiducia traballa, come ventilato in varie circostanze non ultima la formazione del governo Di Maio-Salvini, nulla aiuterà a salvare l’Euroedificio. Da fuori si guarda all’Italia con qualche timore perché nel nuovo esecutivo ci sono diversi esponenti dell’euroscetticismo nazionale anche se dal primo stop di Sergio Mattarella si è scatenata una corsa a negare qualsiasi piano di uscita. «L’euro è fuori discussione», avverte Stefano Caselli, esperto di finanza internazionale e prorettore dell’Università Bocconi, «si tratta di materia molto delicata e dobbiamo stare attenti a parlarne con leggerezza, se se ne vuole discutere va fatto in modo informato».

I Cinque stelle avevano proposto un referendum sull’euro, la Lega e Salvini in prima fila hanno fatto una campagna “No euro”. Ancora recentemente il responsabile economico, Claudio Borghi, l’ha messo in discussione, così come il suo collega Alberto Bagnai. Lo stesso Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, il 12 settembre 2017 spiegava tutti i danni della moneta unica in una video-lezione alla trasmissione televisiva “L’aria che tira” (si trova facilmente su Youtube), con tanto di slide e grafici. Tocca a lui, cugino tra l’altro del banchiere Massimo Ponzellini, tenere i rapporti con i cosiddetti poteri forti. Sostiene di darsi del tu con Draghi e secondo indiscrezioni riportate da un giornale sarebbe stata proprio una telefonata tra i due a spingere Lega e M5S per un accordo con Mattarella trovando una soluzione per Paolo Savona. «Ho parlato con il demonio, il governo va fatto» avrebbe detto ai leghisti nel momento decisivo della trattativa. Circostanza non confermata dagli interessati.

Improbabile che le voglie no-euro di questo governo siano sopite del tutto. Al Quirinale e al presidente della Bce toccherà il compito di rintuzzare ogni blitz verbale o tentativo di porre il problema. All’estero la fiducia scricchiola e basterebbe poco per scatenare l’inferno sui mercati. Quante telefonate dovranno arrivare a Giorgetti?

Qe, the End. Una partita che il residente ha giocato con coraggio è stata quella del cosiddetto Quantitative easing, l’acquisto di titoli di Stato da parte della Banca centrale. Un programma che molti in Europa avevano giudicato come strumentale al salvataggio delle finanze italiane ma che al contrario ha favorito tutti i paesi: nel portafoglio della banca sono finiti titoli tedeschi per 485 miliardi, francesi per 396 e italiani per 344. «La sua bravura», insiste Caselli, «è stata di non aver avuto rapporti con alcun governo, ha messo da parte le maglie nazionali con il merito di aver tolto i titoli di Stato dal tavolo della speculazione».

La pacchia però è finita. L’operazione ideata a suo tempo proprio da Draghi (con la celebre frase del “whatever it takes”, a qualsiasi costo, per salvare l’euro) e avversata soprattutto dai tedeschi dovrebbe chiudersi tra settembre e ottobre, massimo dicembre. Alcuni membri del Consiglio direttivo dei governatori dell’Eurozona hanno fatto capire che bisogna anticiparne lo stop. Per esempio l’olandese Klaas Knot, il francese Benoît Cœuré, naturalmente il tedesco Jens Weidmann, il belga Jan Smets. Tutti a sottolineare gli effetti collaterali della politica espansiva, con il rischio di bolle finanziarie e immobiliari.

Il tarlo tedesco. Se sul Qe è riuscito a tenere il punto ora Draghi dovrà far fronte all’offensiva della Germania per un rialzo dei tassi di interesse. Già all’ultima riunione del Consiglio direttivo, secondo quanto riferisce il quotidiano bavarese Süddeutsche Zeitung, avrebbe respinto la richiesta del governatore austriaco Ewald Nowotny di parlarne. Secondo voci ricorrenti una decisione in questa direzione potrebbe essere presa all’inizio dell’anno prossimo, non prima.

Per la Germania l’ossessione è soprattutto l’inflazione. Le generazioni che hanno vissuto gli anni Trenta non ci sono quasi più, ma la memoria è lunga su quanto possa incidere nella vita di tutti i giorni. E il fatto che l’aumento dei prezzi si sia avvicinato alla soglia psicologica del 2 per cento manda in tilt le autorità tedesche.

Ma c’è di più. In un documento pubblicato sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung il 23 maggio 154 economisti tedeschi lanciano un duro attacco sia ai progetti del presidente francese Emmanuel Macron sia alle politiche permissive della Bce sostenendo tra l’altro che un ministro delle Finanze europeo con capacità fiscali e con interfaccia proprio a Francoforte porterebbe a una politicizzazione della politica monetaria. «Come già succede con gli acquisti di titoli di Stato per 2550 miliardi a tutto settembre 2018».

Viceversa, un recente articolo di un altro quotidiano tedesco, l’economico Handelsblatt, rileva che nel decennio 2008-2017 la politica di tassi bassi abbia fatto guadagnare all’Eurozona 1150 miliardi di euro: Berlino ha risparmiato 162 miliardi di spesa per interessi sul debito pubblico, la Francia 275 e l’Italia 216.

L’economia rallenta? L’andamento dei prezzi, e quindi delle paure tedesche, è molto legato all’espansione. Con qualche dubbio sul futuro. È vero che nel primo trimestre il Pil dell’Eurozona ha registrato una bella crescita (2,5 per cento, come previsto), ma ora arrivano segnali di inceppamento. In calo a maggio è la fiducia dei manager europei, mentre qualche banca d’affari ha rivisto al ribasso le stime del secondo trimestre dando la colpa all’aumento dei prezzi petroliferi e alla prospettiva di una guerra commerciale dopo la decisione trumpiana di imporre dazi su alcune importazioni dall’Europa. Molti operatori internazionali mettono anche il “caso Italia” tra le incognite che possono frenare l’economia europea.

È dunque possibile che nell’ultimo anno di mandato Draghi si trovi a fronteggiare una crescita meno brillante e un clima di turbolenza internazionale con origini extraeuropee. Senza dimenticare gli effetti della Brexit, che saranno più chiari nei prossimi mesi e sulla quale è nata una commissione di studio tra Bce e Banca d’Inghilterra.

Rebus banche. Ultima spina nel fianco l’Unione bancaria da completare. Come sottolinea Caselli, la gestione della Vigilanza bancaria da parte di Danièle Nouy, ha avuto meno successo della politica monetaria, con una serie di scelte discutibili, tra le quali elencare le richieste eccessive di capitale per gli istituti di credito che hanno imposto uno stop al processo di fusioni. Un tema solo apparentemente tecnico, con rilevanti effetti generali sul sistema.

Se ne occuperà il successore alla presidenza dal novembre 2019. Il toto-candidati è già partito da mesi. A Weidmann piacerebbe, ma la scelta di un tedesco potrebbe creare qualche problema di eccesso di poteri. Oggi il favorito sembra essere il banchiere finlandese Erkki Liikanen, di origine socialdemocratica e “falco” moderato. Ma c’è tempo. Più intrigante il quesito su cosa farà dopo Draghi. Una cosa è certa, in pensione non andrà.

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