
Scrivi tu la battuta giusta, non lasciarla a me. Io ti do il soggetto: un personaggio che si chiama Matteo Renzi ha rotto il partito da lui guidato per anni e bombarda un governo che ha fatto nascere un mese prima...
«Forse si sarebbe fatto una passeggiata e avrebbe pensato, in silenzio. “Ho occupato parte della mia giovane età a indire riunioni con amici che mi odiavano. Un giorno alzai la mano, che pesava, appoggiai un governo che consideravo a me lontano, come un dono alla loro vita, poi chiusi quella porta che non avrei più riaperto”. Ma questo lo direbbe un Renzi placato, che ricorda un tempo finito. Non è certo quel tempo. Forse, guardando la politica dalla posizione del narratore, in questo frammento di ricordo immaginario, c’è quello che a me sembra il suo tratto. L’istinto vorace di chi non teme di far coincidere la sua storia con una storia politica, senza camuffare limiti e difetti. Questo mi appassiona. Uno sconosciuto vincitore perde anche per colpa sua la battaglia campale, si esilia e viene esiliato, ma il circolo delle opinioni politiche rimane ossessionato dalla sua assenza: dov’è Renzi, che fa, che dice? La sparizione e al tempo stesso la perduranza della centralità è carisma».
«Nelle loro grandi sconfitte Craxi e Renzi (e Berlusconi) hanno mostrato il cuore conservatore del nostro paese. Sono tre caduti perché hanno sforato il nostro tabù: la riforma istituzionale. Hanno chiesto, ciascuno a suo modo e ciascuno con i propri errori: possiamo assomigliare ai paese a noi vicini? Siamo così tranquilli della nostra democrazia per lasciare che il peso della decisione, nel tempo veloce delle nostre vite, liberi tutta la sua efficacia? In altre parole: è possibile anche per noi assistere allo spettacolo di una decisione e assistere al suo trasformarsi in un fatto? Quei tentativi sono falliti perché questo Paese ha paura di se stesso, si teme. Ogni narrazione nasconde un paradosso: in questo caso temendo quella struggente definizione della “deriva anti-democratica”. invece di avere una riforma anche imperfetta, ci siamo trovati di fronte a un vero, purissimo potenziale eversore».
Sei sicuro che Renzi stia combattendo ancora quella battaglia? Non ti sembra che stia anche lui lucrando sulla sua piccola rendita di posizione?
«La posizione è parola ferma. Cosa c’è di fermo in Renzi? Semmai come tutti i leader è schiavo del suo demone. Per come la vedo io mi sembra sia l’ambizione sfrenata a innovare. Il prezzo dell’innovazione - la condizione fondamentale - è presumere di poterla concretizzare. Quindi essere presuntuoso. Provo pena per un Paese che si accapiglia sul “brutto carattere” di un leader. Non serve aver letto Hillman per dire che quando un Paese vuole associare un aggettivo alla parola carattere di un protagonista della vita pubblica, ebbene quel Paese è diventato un enorme, sonnolento, ospedale specializzato in cure per la depressione. Io sono tornato ad appassionarmi di politica con Renzi perché finalmente ritrovavo un tratto, incredibile ma vero, della grande politica classica. Finalmente un’impresa, cosa molto diversa dal fare politica. Vittorie, sconfitte, errori, esili, colpe, umiliazioni, ritorni. Finalmente posso dire: chissà come andrà a finire. E questa è la sua potenza».
Lasciamo perdere il carattere, per favore. La questione che ti pongo è se Renzi sia ancora un innovatore o non sia assuefatto ai riti della politica che lui ha sempre dichiarato di voler combattere.
«Mi sto appassionando molto di musica e dai musicisti ho imparato una parola fantastica: prosopia. È la scelta di quando la parola si associa a un suono, l’accento. La scelta di Renzi di chiudere quella porta e andare verso un nuovo accamparsi, non ha nulla di reattivo, non è “un gesto causato da”. È un gesto che si fonda su se stesso. Prima chiedevano che coltivasse sementi in India, poi sono passati a chiedergli come mai se ne va. Io invece vorrei, che producesse un presunzione sfacciata per ritrovare il desiderio dell’innovazione. Che riconciliasse due semplici pensieri che ancora avvertiamo come nemici. Sembra, nella vulgata, che fragilità, povertà, fatica di vivere, ingiustizia, dolore, non chiedano innovazione ma protezione. Sembra che innovazione, merito, talento, riconoscimento del talento sia patrimonio del privilegio. È vero l’opposto. Sono proprio gli ultimi che chiedono di non essere lasciati al loro posto sofferente. La verità sta nell’opposto. Chi si ferma, chi non inventa, chi non riforma, marmorizza lo status quo e colpisce il debole che non ha la forza per farcela. Nella melma di Matteo Salvini c’era almeno una cosa vera, una sola. Ha ragione quando dice che un pezzo di Paese, le élite, hanno il braccetto corto, non vogliono fare. È rinato l’odio per il verbo fare. Non ha conosciuto logorio la chiusa di John Kennedy: non chiedete cosa farà lo Stato ma cosa potrete fare voi».
E per fare questo, intanto, si è fatto un partito suo, ovvero il massimo del particolare. Non ti sembra una contraddizione?
«Quello che arriva a me è un pensiero ingenuo, perché adoro le storie ingenue. Quello a cui mi sembra stia lavorando è una chiamata a chi pensa che non viviamo in terapia intensiva ma che con un po’ di fatica si può uscire presto dall’ospedale. Ci vuole empatia per il dolore ma avere il coraggio di affermare che non sempre chi soffre ha ragione. È necessaria un’empatia critica, anche impopolare. E poi facciamo pace con la verità: Renzi non sarà mai un padre che rimbocca le coperte prima degli incubi notturni, non sarà mai babbo bonario che ci fa infilare la canottiera di lana. È un esploratore».
Lo accusano di avere messo l’io prima di tutto, al posto del noi. Soprattutto a sinistra.
«Il noi è una bugia, un ricordo trasfigurato. La leadership nel Pci era fondata su un ossimoro perfetto: siamo un noi, ma il noi è la somma di ognuno e voi scegliere chi idolatrare. Per esempio tutti ricordiamo una idolatria laica verso Pietro Ingrao, il leader più visionario e meno riformista».
Visto da fuori, credo che tra i drammi del comunismo ci sia anche la proliferazione degli ex comunisti che odiano la loro storia... In cui c’è anche l’attitudine al compromesso: ieri il Pci con la Dc, oggi il Pd con M5S.
«Questo accordo di governo, tra due mondi e lingue incommensurabili, nel senso letterale, è nato in sei giorni e in sei notti. Due lingue incomprensibili hanno prodotto un esperanto in sei notti, a quaranta gradi, tra tramezzini e Prosecco, migliaia di caffè. Chiedo, si fa così? No, non si fa così. Il modo non è fondere gli elettori producendo sintassi morbide. Almeno avessero chiamato un filologo classico per renderle più eleganti. Formulare un nuovo vocabolario richiede tempo, pensieri, studio. Il baco del governo sta nella sua approssimativa e frenetica nascita. Non è Renzi, è l’assenza di un pensiero e la presenza ossessiva delle liste. La tragedia della politica normale, è la figura retorica della lista delle cose da fare, che dovrebbe essere costituzionalmente proibita. Con la lista si fa un governo, ma non si governa. Ho pensato: Matteo stacca adesso».
Chi è Conte? Da oggetto misterioso a nuovo leader: come racconteresti la sua parabola?
«Chi è leader, è tossico. Chi non è leader, è infermiere. Chi è leader, ha un destino cui non può sfuggire. Ha un’ambizione in cui non si specchiano gli altri. Conte è una buona giacca. Ho la sensazione che creda di essersi trasformato da cugino piccolo a cugino grande».
Abbiamo dedicato in estate una copertina alla coppia dei Mattei sbagliati, oggi la tentazione di associarli è diventata irresistibile, forse anche per loro. Il faccia a faccia in tv e poi il fine settimana della Leopolda renziana a Firenze e del comizio di Salvini a Roma.
«Nessuno è unico. Ma se si specchiano non c’è un lobo di Renzi che possa ricordare quello dell’altro Matteo. L’unica cosa che li può far somigliare - per un vignettista - è il fatto che entrambi non nascondono nulla di se stessi, c’è chi si è denudato volgarmente e chi l’ha fatto con le parole e i fatti, ma sono entrambi nudi».
E Grillo? Che parte ha in questa commedia?
«Grillo è l’autore della mostruosa idea per cui il mondo è semplice e la complessità non esiste. Renzi invece pensa che il mondo sia complesso ma che si possa rendere in modo semplice. Renzi e Grillo hanno una moral suasion così potente da diventare indicazione concreta delle dinamiche politiche. Sono leader naturali. C’è una parola esatta che li descrive. Influenza. È una malattia e una capacità di indirizzare senza esistere. I 5 Stelle nella loro assenza di pensiero indicibile sono vittime di una influenza, di un virus che si è modificato ma che nasce in molti aspetti dalla fine sfilacciata di quella grande esperienza che fu il Pci».
Per la verità in questa settimana l’hanno superato: taglio dei parlamentari. Il primo passo del nuovo governo, con Renzi e il Pd che votano la riforma di M5S.
«Abbiamo assistito con nitore alla differenza tra un reality e una storia. Il reality è una situazione senza personaggi e senza storia. Quando arriva un personaggio finisce il reality. E il personaggio è uno che dice: non voglio sopravvivere, voglio vivere».