
Sui social network, meritori per certi versi e contemporaneamente discarica della post-modernità, i cliché contro i “galli” godono del consenso di tanti like. Scatenati soprattutto i followers di Matteo Salvini e Luigi Di Maio. I più sconci invitano a diffidare di chi avrebbe una supposta ritrosia nel lavarsi le parti intime perché nei loro bagni manca il bidet. Si rispolvera l’inveterato dileggio contro i mangiatori di rane. E poi via con una serie di derby da far invidia a quelli calcistici.
Prosecco contro champagne. Parmigiano contro camembert. Dieta mediterranea contro nouvelle cuisine. Roma contro Parigi, ovvio, che significa anche Colosseo contro Tour Eiffel, un capolavoro dell’antichità e «un ammasso di ferraglia». A corredo l’accusa agli italiani di correre a visitare la Ville Lumière quando il nostro patrimonio è assai più ricco. Non è necessario valicare le Alpi per trovare la bellezza, abbiamo Firenze, Venezia, Napoli, Siena... Senza contare che Parigi è piena di neri, arabi, immigrati.
Al netto della goliardia, monta un’ondata di avversione verso i cugini di cui le curve da stadio sono la spia più accesa non la più importante. Ilvo Diamanti su “Repubblica” ha pubblicato un sondaggio da cui risulta che la fiducia degli italiani nella Francia è scesa dal 41 per cento del 2014 al 24 attuale (al 14 se si considerano i soli elettori della Lega): sotto la Russia di Putin e al pari della Cina. Nando Pagnoncelli, in un’indagine per l’Ispi del dicembre scorso, ha la Francia al 14 per cento come “alleato più importante in Europa”, la metà rispetto al 2014, la Grecia la equivale e la Spagna sta sopra.
La stessa Francia è in vetta alla classifica del “Paese più ostile” dall’alto del suo 38 per cento (segue la Germania al 31). Lo sfregio, ma l’inquilino dell’Eliseo se ne farà una ragione, riguarda Emmanuel Macron che tra i personaggi più influenti della politica estera si becca uno “zero”. Meno di Federica Mogherini che lo precede pur con un misero “uno”.
Ma che è successo? Non che in passato non ci fosse rivalità, però sconfinava al massimo nello sberleffo. Perché ora tanta acrimonia? E può essere pericolosa, foriera di guai seri? In fondo la Francia non richiamava l’ambasciatore, come ha fatto stavolta dopo l’ingerenza di Di Maio e Di Battista andati a sostenere i gilet gialli che devastano la capitale, dai tempi della seconda guerra mondiale, e allora il diplomatico recava con sé sulla via del ritorno la dichiarazione di guerra! Eric Josef, storico corrispondente di Libération, da 27 anni romano d’adozione, così “italiano” da tifare per i giallorossi, ha una spiegazione: «È il risultato dell’esplosione di un sentimento nazionalista del tutto assente quando arrivai da voi negli Anni ’80».
Ne rintraccia gli albori nel 2006, all’ epoca del mondiale tedesco, quello della testata di Zidane a Materazzi e di capitan Cannavaro che alza la Coppa. Stava in uno studio televisivo, alcuni tifosi portarono una bara avvolta in una bandiera francese. Sorrise per lo sfottò, molto meno per il fatto che esponenti della Lega allora Nord esaltarono la vittoria della squadra bianca contro un team di “musulmani, islamici e meticci”. In trasmissione denunciò come inaccettabile la postura razzista e xenofoba di dirigenti di partito. Roberto Castelli, già ministro della Giustizia, si infuriò e ne nacque un battibecco al limite della rissa. Josef rimpiange l’epoca in cui avevamo un atteggiamento di grande apertura, addirittura di esterofilia «mentre ora, con questo clima, non mi fanno più sentire un individuo ma un francese».
L’Italia nazionalista? Marc Lazar, politologo, docente a Sciences Po a Parigi e alla Luiss a Roma, dunque anche lui con uno sguardo duplice, rispolvera un termine che nella lingua di Dante risulta desueto, non nazionalista ma “nationalitaire”, nazionalitaria. Qual è la differenza? «Il nazionalismo allude a una certa aggressività. Il nazionalitarismo alla riscoperta di una fierezza nazionale che Matteo Salvini sfrutta e approfondisce. E la Francia è un bersaglio facile, permette di scaricare le colpe se le cose vanno male. Un po’ come con l’euro, bollato come fonte dell’impoverimento».
Sono frizioni che dureranno, nel suo vaticinio, almeno sino alle elezioni europee, naturalmente soprattutto per calcolo politico. «Ma attenzione, una tensione permanente potrebbe avere contraccolpi importati che andrebbero valutati. Soprattutto perché le nostre economie sono strettamente interconnesse. Posso certificare che diverse grandi aziende con interessi corposi in Italia stanno esitando nel procedere agli investimenti che avevano già previsto. Si sono messe nella posizione di “aspettare e valutare”, se la situazione dovesse degenerare ulteriormente sono pronte a un passo indietro».
Nega, Lazar, che esista, simmetricamente, un uguale atteggiamento antitaliano da parte dei suoi connazionali: «Il perché è molto semplice. La Francia è importante per l’Italia. Spiace dirlo ma non vale il contrario, abbiamo altre preoccupazioni rispetto a quelle di litigare con voi». Usa infine anche lui un esempio calcistico a sostegno della tesi dell’ostilità italiana: «Quando l’estate scorsa in Russia si è giocata la finale del campionato del mondo di calcio, la stragrande maggioranza di voi era per la Croazia, non per la Francia. Un comportamento rivelatore». Certo la Francia ha fornito corposi pretesti per diventare oggetto di contumelie.
La posizione sugli immigrati tanto per cominciare, la frontiera blindata a Ventimiglia e le invasioni di territorio dei gendarmi a Bardonecchia visti come una violazione di sovranità da parte del Paese che sui diritti predica bene e razzola male. Ma questo non giustifica la costruzione ossessiva di un nemico, con conseguenze impronosticabili. Ilvo Diamanti da tempo vive parte dell’anno e insegna a Parigi. Osserva: «La costruzione europea ha coinciso con il più lungo periodo di pace sul Continente. E ora noi fabbrichiamo muri, premessa di scontri. Come con i francesi, i luoghi comuni diventano luoghi topici se si generano le condizioni congiunturali. In un momento di spaesamento causato dalla globalizzazione il confine serve a delineare la tua identità perché non sai più chi sei. Questo genera una campagna permanente per ottenere un facile consenso. Ci stupiamo dell’atteggiamento dei francesi nei nostri confronti ma non di quello nostro verso i magrebini. E se si va in Germania, in Svizzera o altrove si troveranno gli stessi cliché verso i vicini».
La politologa Sofia Ventura, madre francese e dunque doppia cittadinanza, è abituata «fin da bambina» ai luoghi comuni sull’arroganza e l’antipatia dei francesi. Stereotipi che stavolta vengono astutamente usati per fini diversi della semplice rivalità. «Servono», dice, «per scatenare le nostre frustrazioni, in un momento particolare in cui il cattivismo è stato sdoganato e il buonismo non gode di buona fama.
Esempio. Succede che un gilet giallo si massacri una mano mentre sta lanciando qualcosa e io devo leggere sui social che i poliziotti francesi mozzano le mani e picchiano la gente per strada. La Francia è come Bankitalia, come quel ragazzo che ha vinto Sanremo e viene offeso perché si chiama Mahmood e nella canzone ha inserito due parole in arabo. In tutto questo vedo lo sfruttamento ideologico dei nostri governanti alla ricerca di un capro espiatorio. Gli italiani si infiammano per cose stupide, come Sanremo appunto. Usano nei confronti di quel ragazzo sentimenti razzisti perché siamo fanatizzati come tifosi da stadio, siamo con la bava alla bocca, ci piace vedere i cristiani sbranati dai leoni».
In tutto questo, giudica, i francesi sono un soggetto ottimo. Perché «con loro abbiamo sempre avuto un rapporto emotivo forte che può prendere una direzione o quella opposta, come succede tra parenti stretti. Adesso prevale la ferocia, l’estremismo. Si può essere contrari alla politica di Macron ma non pensare che si tratti del male assoluto». Solo tre anni fa o poco più, dopo il Bataclan, eravamo “tutti francesi”. All’esterno dell’ambasciata di Francia facevamo fiaccolate di solidarietà. Eppure, aldilà delle manifestazioni esteriori e di quanto generalmente si crede, noi e loro non ci conosciamo affatto, stando a quanto sostiene Francesco Maselli.
Dal 2016 cura un sito molto frequentato in cui racconta la Francia di Macron perché anche lui, napoletano d’origine, si divide tra Roma e Parigi. Cita un episodio. «Durante un dibattito all’Ecole Normale Supérieure prende la parola un ragazzo italiano che dice: con quello che avete fatto in Libia è chiaro che poi nasce un sentimento antifrancese. E una ragazza francese di rimando: perché? Cosa c’entrate voi con la Libia?». Ignoranza diffusa in tutte le classi sociali. «Molti dei miei amici, e parlo della borghesia napoletana, hanno delle convinzioni sui transalpini basate su una sequela di luoghi comuni. Per questo non li sopportano».
Siamo così vicini e così lontani. Presi entrambi a enfatizzare gli altrui difetti. Nonostante sia così evidente che noi li abbiamo influenzati dal punto di vista culturale e loro dal punto di vista politico. Per lavoro Maselli frequenta assiduamente le cancellerie e rivela: «Credo che l’ambasciatore tornerà nella sua sede tra un paio di settimane al massimo. Ma negli ambienti diplomatici sono preoccupati per il fatto che, a furia di tirare la corda, l’antifrancesismo può esplodere in modo ancora più corposo. Di Maio e i 5 Stelle in generale credono che nei rapporti internazionali non ci siano regole, si possa alzare i toni e fare casino come usano su tutto il resto. Invece non è così. Una serie di tabù sono stati infranti, principalmente da Salvini con uscite che, solo 5-6 anni fa, lo avrebbero reso un paria della politica. Assistiamo a un degrado, a una bancarotta intellettuale che sta portando verso un imbarbarimento di forme nelle relazioni tra nazioni. E la forma in questi casi è sostanza».
Siamo alla perfida Albione di mussoliniana memoria? «In qualche modo sì. L’algoritmo dice loro che la Francia è bassa nella considerazione popolare ed ecco che sparano senza pensare alle conseguenze, litigano senza ragione con gli altri Paesi perché sono esterni e immaginano non ne possano derivare dei danni». C’è da capire, a questo punto se sia la base, i cittadini, che influenzano le élite (piaccia o meno loro, Lega e 5 Stelle, ora sono élite politica...) o invece la semina dell’odio proceda in direzione opposta, dal vertice alla base.
Nando Pagnoncelli accredita entrambi i percorsi, in un perverso circuito di rispettive influenze: «Verso la Francia abbiamo sempre avuto un atteggiamento ambivalente. In alcune epoche prevale quello positivo, in questa si mettono in luce solo le criticità e il risultato è sotto gli occhi di tutti. Sono stupefatto della risalita di consenso alla Russia nel giro di pochi anni, eppure si tratta sempre della stessa Russia di Putin. È la dinamica opposta rispetto alla Francia verso la quale prevale l’emotività perché non c’è conoscenza approfondita dei temi in discussione tra noi e loro. Si mette in risalto lo shopping di aziende che i francesi hanno fatto da noi, e nessuno parla del progetto Fincantieri che potrebbe portare a una potenza mondiale della cantieristica navale».
Conclude Pagnoncelli: «Noi crediamo di essere vaccinati rispetto ai conflitti, di averli superati. Sotto traccia invece esistono sempre. Vanno maneggiati con cura». Ma questo è tempo di piromani. C’è da augurarsi che i pompieri arrivino in fretta per far sentire Eric Josef un individuo e non un francese a Roma.