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Berlino città aperta

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Un cantiere frenetico che si ridisegna in continuazione. Trent’anni dopo la caduta del Muro la metropoli tedesca sfida il mito dell’identità (Foto di Sirio Magnabosco)

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Quando vanno al cinema i berlinesi si godono, nei minuti di pubblicità, un video ormai cult di una birra locale, il cui refrain fa: «Berlin, du bist so wunderbar Berlin!». Le prime immagini sono quelle di coppie che danzano nei mille psichedelici club della capitale o, d’estate, si rilassano sulle sponde della Sprea. «Berlino, tu sei così meravigliosa…», insiste lo spot. E la zoomata inquadra i monumenti-simbolo di questa magmatica metropoli di 4 milioni di esagitati berlinesi (880.000, quasi uno su quattro, di origine straniera). Ed ecco la colonna della Siegesäule, immortalata da Wim Wenders nel “Cielo sopra Berlino”, con un giovanissimo Bruno Ganz sulle ali dorate dell’Angelo della Vittoria (dell’esercito prussiano sulle armate francesi). Poi la Porta di Brandeburgo, con la Quadriga che pare volare sul viale Unter den Linden. Quindi ragazzini che scorrazzano sui prati del Flughafen-Tempelhof, l’ex aeroporto (il più lungo d’Europa!) che Hitler volle erigere nel centro della città. La Berlino neogotica guglielmina; quella dei nazi accanto alla più tetra Ost-Berlin dell’ex Rdt, il tutto mixato alla città ridisegnata da plotoni di archistar - Daniel Libeskind e Norman Foster, Frank Gehry o Renzo Piano.

Quale sarà mai l’identità di questa città dai mille volti, rasa al suolo dalle 45.517 tonnellate di bombe sganciate dagli Alleati, dal 1939 all’aprile del ’45?
«Il fascino o la malìa di Berlino sta nel fatto che non ha una identità, ma una serie di luoghi», risponde lo scrittore Ingo Schulze: «Spostarsi da una zona all’altra della città è attraversare mondi completamente diversi e distanti fra loro». Dopo un attimo di riflessione, l’autore di “Semplici storie” e “Vite nuove”, confessa: «Come scrittore vivo benissimo in una città così proteiforme e dissonante».
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Anche il Nobel Günter Grass, che nella minuscola Nied Strasse della capitale ha scritto i suoi grandi romanzi, vedeva nella sua “gomma da cancellare” il mistero della metropoli sulla Sprea: «Dalla prospettiva della mia gomma da cancellare», cantava Grass, «Berlino è una bella città». Dal 1989 a oggi, infatti, Berlino è un frenetico cantiere, e “cancella”, e rifà di continuo le linee dei suoi quartieri. Una città che incarna la “liquida postmodernità” di cui parlava Zygmunt Bauman. Sarà per questo suo ibrido aspetto «che Berlino attira sempre più turisti e oggi cultura e turismo», spiega Olf Dziadek, «sono il traino di questa città». Da 20 anni Dziadek è l’amministratore di “Berlin.de”, il portale ufficiale della capitale cliccato da 12 milioni di visitatori al mese. E i dati sulle ondate di turisti che invadono la capitale sono impressionanti: «Nel 2017 gli hotel di Berlino», precisa il manager, «hanno superato i 31 milioni di pernottamenti e circa 14 milioni di visitatori internazionali». Fanno un fatturato di 11,5 miliardi nel settore turismo che, da solo, dà lavoro a Berlino a 235 mila dipendenti. Gli inglesi - ne sono arrivati 1,7 milioni l’anno scorso - sono in testa al ranking della categoria “affascinati da Berlino”, seguiti da americani (oltre 1,2 milioni) e da spagnoli e italiani: l’anno scorso 837 mila connazionali sono stati stregati dalle meraviglie di Berlino. Cosa cercano questi milioni di curiosi per le piazze e i monumenti della città?
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«I turisti», risponde Dziadek, «cercano tracce delle due tragedie di questa città, i resti del nazismo e del Muro». Non per niente l’Holocaust Mahnmal, il Memoriale alle vittime della Shoah, è - insieme alla Porta di Brandeburgo - il monumento più fotografato. E le maledette cantine sulla Niederkirchner Strasse su cui sorgeva la centrale delle SS e della Gestapo, e dove oggi c’è il centro di documentazione “Topographie des Terrors”, richiamano ogni anno più di un milione di visitatori. Che subito dopo fanno un salto al Check-Point Charlie per un selfie tra due ragazzi travestiti da soldato americano e russo sull’ex punto di frontiera fra West e Ost-Berlin. Visitatissima anche la “Gedenkstätte Berliner Mauer”, il museo a cielo aperto sulla Bernauer Strasse dedicato al Muro, che l’anno scorso ha contato 1,1 milioni di visitatori. E lo Jüdisches Museum, il Museo ebraico che ogni anno ne accoglie 680 mila (di cui oltre 100 mila italiani).

«Berlino è un paradiso della cultura», riassume Ingo Schulze, «non conosco nessuna altra città in Germania e forse in Europa con una tale offerta di festival, istituzioni letterarie e musei di ogni tipo». Non è un caso se una delle più importanti case editrici, la Suhrkamp, che pubblica Brecht, Hesse o Max Frisch, dal 2010 si sia trasferita da Francoforte, capitale delle banche, a Berlino, “Hauptstadt der Kultur”. Dai primi anni ’90 a oggi, le visite nei musei sono esplose dalle 481 mila del ’95 a quota 9 milioni già raggiunta nel 2016. Ora che il Pergamon Museum è in parte chiuso per restauro è il Neues Museum - con 777 mila visitatori annui - l’attrazione dell’Isola dei Musei che con i suoi cinque musei richiama in media 3 milioni di visitatori l’anno. In una Berlino esagerata in tutto - dove la trovate al mondo un’altra città con tre teatri dell’Opera: la Staatsoper, la Komische Oper e la Deutsche Oper Berlin? - non sono solo i musei o i deliri della storia a mutare in cultura, e in calamite turistiche. Ma anche i luoghi della politica. Dal 2014 è il socialdemocratico Michael Müller, il sindaco del Senato “rosso-verde” di Berlino. Ma mentre la Spd berlinese si prepara ad incassare, alle prossime europee, una batosta, i Verdi - a dar retta ai sondaggi - saliranno nella capitale oltre al 20 per cento delle preferenze.
«L’edificio del Reichstag con la nuova cupola del Bundestag è il simbolo della politica della “mediazione” che la Repubblica di Berlino rappresenta nella crisi che scuote l’Europa», spiega il politologo Herfried Münkler». Se l’Inghilterra è in preda alla follia della Brexit, se da Roma a Budapest i sovranisti isterizzano mezza Europa, «Berlino e lo stile pacato della Merkel appaiono un’isola di razionalità», aggiunge Münkler.

Sarà per questo che davanti all’edificio del Reichstag, a cui Hitler il 27 febbraio del ’33 appiccò il fuoco, si forma ogni anno una coda di 3 milioni di curiosi. Attirati non solo dalla cupola trasparente - alta 23,5 metri, con un diametro di 40 - che Sir Norman Foster vi ha costruito sopra, ma anche dalla possibilità di sbirciare i lavori dei parlamentari, e forse la Merkel. Persino “die Kanzlerin” è una delle tante meraviglie sotto il cielo di Berlino. Una metropoli fra l’altro che con l’Humboldt Forum, e cioè con i due Musei Asiatico ed Etnologico che a fine anno apriranno i battenti nel Castello che fu degli Hohenzollern, «sta riscoprendo nel suo centro la sua identità classica ispirata ai modelli architettonici del Sud d’Europa», spiega Horst Bredekamp. Il famoso storico dell’arte a questa ritrovata matrix meridionale di Berlino ha dedicato un libro dal titolo: “Berlin am Mittelmeer”, Berlino sul Mediterraneo. La sua tesi, a tutta prima bizzarra, è semplice: la facciata dello Schloss che l’architetto vicentino Franco Stella sta finendo di costruire esattamente lì dov’era e com’era il Castello, è una copia di Palazzo Madama a Roma. Anche per i portali interni della residenza l’architetto Andreas Schlüter si ispirò ad archi romani e modelli greci. Per non parlare dell’Altes Museum di Schinkel, del teatro dell’Opera (evidente remake di Villa Rotonda del Palladio) o della stessa Porta di Brandeburgo: «Tutti edifici e monumenti che con il Castello ritrovano ora», tiene a dirci Franco Stella, «il “regista” a cui si rivolgevano e a cui si orientano».

Che il Grande Friedrich e gli altri sovrani e architetti prussiani si siano ispirati, a Berlino come per la reggia di Potsdam, alle forme classiche è indubbio. «Il problema è che ricostruire un castello barocco nella Berlino nel 21° secolo non mi convince», dice Ingo Schulze: «Suona artificiale». Anche l’altro scrittore berlinese, Peter Schneider, trova che le «dimensioni del nuovo-vecchio Schloss siano esagerate, ma Berlino è così indeterminata da accogliere sia castelli che grattacieli nel suo enorme corpo». In effetti, Berlino cresce e si rimpasta di continuo su una superficie di 891 km quadrati, 8 volte quella di Parigi. Non sorprende che abbia spazi per sperimentare di tutto e di più, ricostruendo, con il Castello, le sue radici barocche, e rivendicando al contempo il più frizzante primato di capitale dell’arte contemporanea. Le stime al riguardo variano: c’è chi a Berlino ne conta 500, chi 400 tra medie o grandi “Galerien” che, ogni anno, sfornano 3 mila mostre.
«Berlino ha ancora oggi il suo carattere inconfondibile di isola creativa», dice Harry Lybke accogliendoci negli spazi della sua Eigen + Art. Siamo al 26 della August Strasse e questa di Lybke è una delle fucine più gettonate della “nuova arte tedesca”, dato che pittori come Neo Rauch e Tim Eitel, David Schnell o Martin Eder (come anche Nicola Samorì) espongono da lui le loro opere. Mentre alle pareti osserviamo i lavori dell’americana Melora Kuhn, Lybke ricorda che «basta uno sguardo alle biografie dei più interessanti artisti internazionali per scoprire quanti di loro abbiano scelto Berlino come città d’adozione». Olafur Eliasson per esempio, o l’inarrestabile Ai Weiwei, è sulla Christinen Strasse che hanno i loro (giganteschi) atelier.E al numero 11 della August Strasse, di fronte al tempio del “KW”, i Kunst Werke, il centro d’arte contemporanea fondato nel ’93 in una ex-fabbrica di margarina, anche un collezionista come Frieder Burda ha aperto il suo Salone.

Certo, in una metropoli con l’8 per cento di disoccupati e una marea di 55 miliardi di debiti non è facile vendere arte. E neanche a Berlino è tutto rose e fiori: gli scandali del “Ber”, il nuovo hub del Berlin Brandenburg Flughafen che doveva aprire nel 2007 e costare 1,5 miliardi, ma che sinora di miliardi ne è costato 7 e anche dopo mille errori di progettazione non decolla, non ha gettato buona luce sull’immagine della città. Per non parlare del fallimento di “Air Berlin”. Sì, la Osram sta aprendo un centro di tecnologie per la guida autonoma. E la Siemens, da qui al 2030, investe 600 milioni in un “Campus per tecnologie digitali” in quel di Spandau. Ma Berlino è tutto, fuorché una città industriale. «La nostra linfa«, spiega Olf Dziadek di Berlin.de, «sono i giovani che vengono qui a studiare da tutto il mondo». Agli istituti della Humboldt, della Technische o della Freie Universität risultano iscritti 191 mila studenti, uno su cinque straniero.

Ma oltre agli studi e ricerche del Max Planck e Max Born Institut o nei laboratori dell’Adlers Hof - il parco tecnologico in cui lavorò una certa Angela Merkel - è anche una “Party-Szene” di dimensioni pazzesche ad attrarre milioni di giovani sulla Sprea. I numeri parlano chiaro: ogni anno i bar, club e locali sparsi su tutta Berlino attraggono nella capitale 3 milioni di turisti. Una vera “economia dello sballo” che, da sola, fattura sui 168 milioni l’anno e alla gastronomia, trasporti e hotel della capitale fa guadagnare altri 1,48 miliardi. Per la rivista inglese “DJ Mag” il leggendario Berghain, la disko numero uno nel quartiere di Friedrichshain, è nella rosa dei Top 10 al mondo. Anche il Watergate, come l’intramontabile Tresor, il tempio della Techno, sono fra i club più frequentati del pianeta. Oltre a mille altri locali dai nomi più bizzarri, come “Suicide Circus” o “Bar dell’Hobby sporco”, a Berlino ci sono intere aeree, come i 52 mila metri quadrati del “Raw Gelände”, votati allo sballo. Ci sono poi i riti di massa - come i 4 scatenati giorni del Carnevale delle culture - ma i festini improvvisati davanti agli “Späty”, i tabaccai o baretti di quartiere, sono il nuovo trend giovanile. Delle fumose nottate nelle “Kneipe”, i fetidi localini berlinesi narra “Zur Wildnis”, “Terre selvagge”, gli ultimi racconti di Helmut Krausser. Ma questa è solo la Berlino più dark e casinista. Poi c’è il volto primo Novecento e più raffinato della città: il gomitolo di stradine dietro al Volkspark di Schöneberg, lì dove Walter Benjamin passò i suoi ultimi anni, o le amene piazzette di Friedenau. E le più sontuose ville fra le betulle di Grunewald o sui placidi laghi di una capitale che, con i suoi 16 mila ettari di boschi, laghi e fiumi è la metropoli più verde d’Europa. Una giungla di contraddizioni Berlino: immensa e calma, caotica e serena ma al contempo schizzata. Come sapeva bene il più grande poeta della sua folle bellezza, Bertolt Brecht. Che d’estate, nella sua casetta sul lago di Buckow cantava: «La piccola casa sotto gli alberi sul lago. Dal tetto sale il fumo. Se mancasse, quanto sarebbero desolati la casa, gli alberi, il lago!».  

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