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aprile, 2019

Mettetevelo in testa: onestà e competenza non bastano per governare

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Lo spiegava già Tocqueville a metà Ottocento e oggi tanti leader politici farebbero bene a rileggerlo. Essere onesti è un prerequisito. E non ha alcun senso opporgli la presunta competenza

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L’oblio della politica è l’oblio delle idee della politica. Ramsay MacDonald, uno dei fondatori del Labour Party britannico e primo premier laburista della storia, diceva che i partiti mangiano idee, si nutrono di idee. Se privi un partito di idee, gli sottrai la possibilità stessa di nutrirsi e, quindi, di perseverare nei propri scopi e prosperare a beneficio di se stesso e della nazione. Più in generale, si potrebbe dire lo stesso riguardo alla politica, della quale nelle democrazie liberali i partiti sono i macchinari aziendali e gli attrezzi di bottega.

Che cos’è un’idea politica? Pensare che chi nasca in Italia sia italiano e lottare perché ciò venga in qualche modo riconosciuto, è un’idea politica. Per quanto possa spiacere (o piacere), anche non pensarlo e lottare perché non sia riconosciuto, è un’idea politica. Tutto ciò che dà sostanza e direzione all’azione di governo, e s’incarica così di guidare i processi sociali, è un’idea politica. Com’è evidente dalla cronaca quotidiana, i partiti e i leader in salute sono quelli che esprimono idee. Chi non ha nulla da dire, è subalterno ?o viene dimenticato.

Certo, si può fare politica anche non avendo idee politiche (la grandezza di quella cosa che chiamiamo politica sta anche in questo); per un po’, in momenti di crisi, può funzionare. Ma soltanto per poco. Un’idea politica che non è tale mostra presto tutta la propria inconsistenza storica. Una non-idea politica può andare di moda come, di tanto in tanto, tornano di moda le paillettes. Ma viene derubricata nel giro di una stagione, come le paillettes finiscono riposte e dimenticate negli armadi.

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L’onestà, per esempio, non è un’idea politica. Nonostante in Italia abbia avuto periodi di fortuna e abbia ispirato intense stagioni, sull’onestà non è possibile costruire una visione d’insieme e un indirizzo di governo. L’onesta è un prerequisito della professione politica. Una persona non onesta non dovrebbe neppure avvicinarsi alla gestione della cosa pubblica, oppure, se impegnato in politica e smascherato disonesto, deve essere escluso dalle istituzioni. Non a caso, in tutti gli ordinamenti giuridici che si rispettino, esiste la pena accessoria dell’interdizione temporanea o perpetua dai pubblici uffici.

Tocqueville, che qualcosina di idee politiche capiva, a metà Ottocento ha scritto che siccome l’onestà in politica «consiste soltanto nel rivolgere una censura di ogni atto di governo e dell’amministrazione, non può servire per un testo di discussione della Camera, né diventare un terreno parlamentare». L’onestà, secondo Tocqueville, «può appena servire ad attaccare quelli che si combattono, ma senza fornire punti di convergenza a quelli che vi sostengono. ?È una formula molto vaga e pertanto molto impotente, ?se non viene precisata in certi cambiamenti che ?si chiedono nelle leggi».

Di recente all’onestà degli onesti si è andata contrapponendo la competenza dei competenti (s’intenda, la prima, come l’onestà dei sedicenti onesti e, la seconda, come la competenza dei sedicenti competenti). Una specie di presunzione intellettuale che tende a opporre la tecnica di una supposta competenza all’etica di una presunta onestà.

Il fatto è che, come l’onestà, anche la competenza non è un’idea politica. Se l’onestà è un prerequisito della partecipazione alla vita pubblica, la competenza ne è sicuramente un suo fondamentale attributo. Tuttavia c’è una precisa ragione se l’appartenenza all’elettorato passivo (l’insieme di coloro che possono essere eletti alle cariche pubbliche) non è determinata sulla base del titolo di studio. Che è poi una ragione non dissimile da quella che spiega perché anche a un analfabeta è riconosciuto il diritto di voto (ovvero la sua appartenenza all’elettorato attivo).

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La competenza che si richiede al politico non è tecnica, ma politica: la competenza di saper trasformare in azioni di governo le proprie idee politiche. Chi si vanta di essere competente e di avere così un maggiore diritto a ricoprire cariche pubbliche, nasconde quasi sempre un’assenza imbarazzante di idee politiche. Dopo tutto, anche l’italico richiamo ciclico ai governi tecnici ha in parte a che fare con questa tendenza. Ovvio che il sedicente competente, anche se realmente in possesso di competenze tecniche, possa fallire l’azione politica di governo e ispirare se non ostilità, almeno diffidenza.

Ancora una volta è Tocqueville che ci aiuta a sciogliere questo nodo. Com’è noto, Tocqueville è stato non solo un politico di successo, parlamentare e finanche ministro degli esteri, ma anche uno dei più brillanti scrittori politici del suo tempo. Sul finire della carriera, in un discorso all’Accademia delle Scienze morali e politiche, ammettendo che può accadere che una persona effettivamente competente possa essere anche un buon governante, Tocqueville si chiede che tipo di relazione possa esistere tra l’arte politica, da un lato, e la preparazione teorica, la competenza tecnica e la cultura generale dall’altro. In questo specifico caso, l’essere un buon governate discende dalla propria preparazione, dalla propria competenza e dalla propria cultura?

Così Tocqueville risponde a se stesso: «Non so, signori, se in un paese che fra i suoi grandi pubblicisti e i suoi grandi scrittori ha contato tanti uomini di stato eminenti, sia permesso dire che fare bei libri, perfino sulla politica o su ciò che vi si riferisce, prepari piuttosto male al governo degli uomini e alla conduzione degli affari. Mi permetto tuttavia di crederlo e di pensare che quegli scrittori eminenti che insieme si sono rivelati uomini di stato, hanno brillato negli affari non perché erano autori illustri, ma benché lo fossero».

La competenza, insomma, non è garanzia di buon governo. Anzi, secondo Tocqueville, quando capita che un competente riesca anche bene nell’arte politica, siamo di fronte a un’insolita e infrequente eccezione. D’altronde, dal suo viaggio in America, Tocqueville aveva appreso che una moltitudine di esuli europei, considerati lo scarto del vecchio continente dall’aristocrazia europea governante, stava dando vita al più eccezionale esperimento politico della storia. E che mentre in Europa le idee nuove di libertà ed eguaglianza faticavano ad affermarsi, in America scoppiavano di salute ed erano le fondamenta di un regime democratico mai visto.

L’onestà e la competenza non salveranno neanche oggi la democrazia liberale dalla sua crisi. Men che meno può essere di qualche utilità la zuffa permanente tra onesti e competenti (o sedicenti tali). La politica democratica reclama idee per rinvigorire il proprio fisico e tornare in salute. È una sfida interna agli stati nazionali liberaldemocratici, che mette in gioco la capacità di destra e sinistra di recitare la loro parte in commedia. Ma è anche una sfida esterna, tra la porzione di mondo istituzionalmente organizzata in nome dei diritti universali dell’uomo e l’altra porzione, che si espande ignorando o avversando quei diritti. Non è improbabile che l’esito storico del secolo che viviamo sia legato a questa doppia sfida.

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