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Il giorno dopo Michele Serra lo salutò così sulla prima pagina dell’Unità: «I capi hanno un nemico comune a tutti gli uomini, il proprio ego, e uno speciale e assai peggiore, il famoso “senso della responsabilità”. Al peso dell’amor proprio sommano quello, micidiale, delle pubbliche attese. Quell’autentica prigionia che è la vita di un leader minaccia così di mutarsi in ergastolo. Quando ho saputo che Occhetto si era dimesso ho pensato, istintivamente, che era finalmente evaso». E brindò alla sua salute.
Quelle elezioni fissarono dunque due passaggi storici. Il passaggio, compiuto, dalla Prima alla Seconda Repubblica: Silvio Berlusconi aveva vinto le elezioni politiche due mesi e mezzo prima, ma il voto europeo consolidò quel trionfo immediato e proiettò il suo partito verso quel ruolo di protagonista che avrebbe mantenuto per vent’anni. E l’inizio della ricerca per la sinistra di una forma nuova: un partito, una coalizione, un leader.
Ho ripreso in mano i risultati di quel voto di venticinque anni fa e l’ho paragonato alle elezioni europee del 2019, con qualche forzatura e con alcune sorprese. Nel 1994 Forza Italia conquistò poco più di dieci milioni di voti e il 30,6 per cento, meno del 34,2 raggiunto dalla Lega il 26 maggio di quest’anno, ma più dei nove milioni toccati da Matteo Salvini in termini assoluti. Il Pd di Nicola Zingaretti ha festeggiato come una vittoria o uno scampato pericolo il suo 22,7 per cento e i sei milioni di voti, che sono tuttavia poco meno di quanto prese Occhetto nel 1994 con il Pds (6.281.354 e il 19,6). Vero è che all’epoca a votare fu il 73, 6 per cento mentre nel 2019 sono stati appena il 54,5, sono spariti dalle urne otto milioni di voti, dunque il gioco si ferma qui.
Ma è irresistibile la tentazione di chiedersi se il 2019 sia paragonabile al 1994 in termini politici. E che i suoi effetti siano simili: la Lega nuovo partito egemone della destra per anni e il Pd formato ridotto, nonostante la tenuta, e costretto ad andare oltre il proprio recinto per tornare in gara per il primo posto.
In quella stagione ormai lontana la soluzione era a portata di mano e la classe dirigente dei progressisti dell’epoca ebbe il merito di costruirla rapidamente e con determinazione. Fondare un nuovo centro-sinistra. Ne parlò il candidato sconfitto per la successione di Occhetto, Walter Veltroni, con un lungo articolo sull’Unità e poi il vincitore Massimo D’Alema. Ma a nulla sarebbe servito se non si fossero trovati una coalizione, un progetto culturale e non solo politico e un leader. «Non è tempo di ritiri sotto la tenda, c’è un’emergenza, bisogna coagulare le forze in grado di affrontarla. Un impegno in politica serio diventa un dovere. Non so se si chiamerà Partito democratico, so solo che occorre riunire tutte le energie democratiche non assorbite nell’attuale destra», disse Romano Prodi alla Gazzetta di Reggio il 9 agosto 1994, il giorno che compiva 55 anni. Era un cattolico, un professore di economia, aveva appena riconsegnato al governo Berlusconi il suo incarico di presidente dell’Iri. Il leader si era fatto avanti. Il progetto e la coalizione arrivarono subito dopo. L’Ulivo, eccetera.
Di anni Prodi ne sta per compiere ottanta. Gli ho letto in pubblico la sua intervista di un’estate di un quarto di secolo fa in piazza Maggiore a Bologna domenica scorsa, davanti alla folla che ha concluso l’appuntamento di Repubblica delle Idee, la festa annuale del quotidiano fratello oggi diretto da Carlo Verdelli. Una folla appassionata, attenta, militante, che chiede a noi che facciamo questo lavoro, il mestiere di raccontare, un impegno che va oltre la professione giornalistica. Un di più di comprensione, di analisi, di orientamento, per non perdersi in questa tempesta.
L’altra Italia si è alternata sul palco, con il volto e la storia di don Luigi Ciotti, Aboubakar Soumahoro, Ilaria Cucchi, Mimmo Lucano, l’operaio della Whirlpool Luciano Doria, Michela Murgia, Evelina Santangelo, Roberto Saviano, i lettori dell’Espresso conoscono bene molti di loro, li leggono su queste pagine. E sotto il palco, nelle piazze e nei teatri: un popolo non rappresentato politicamente, non del tutto almeno, ma certamente non anonimo, anzi, carico di attese e di voglia di reazione. Prodi ha risposto che non cambierebbe una virgola di quanto detto all’epoca e che la soluzione, oggi come allora, è la costruzione di una coalizione riformista. «Chi pensa che oggi la situazione sia più difficile», ha detto il Professore, «dimentica la forza mediatica di Berlusconi. Lui aveva in mano tutto e noi nulla. Ma siamo riusciti a vincere lo stesso».
Inutile fare confronti. Ma qualche lezione dal passato va conservata. Nicola Zingaretti, il segretario del Pd cui dedichiamo la storia di copertina di questa settimana, è per molti elettori del Pd ancora un’incognita. Sul piano programmatico ha riportato senza dubbi il partito a sinistra, senza inseguire la destra sul terreno dell’economia o della sicurezza, come è avvenuto in passato, ha provato ad arroccarsi, con risultati alterni nelle città (ha riconquistato Livorno, ha tenuto Modena e Reggio Emilia, ha perso Ferrara e Forlì) e molto negativi nelle regioni (finora ne ha perse quattro su quattro, Piemonte compreso, tutte governate dal centro-sinistra), ma ora è di fronte al bivio delle prossime settimane.
Non ha più l’obiettivo della sopravvivenza, come in fondo erano le elezioni europee, il craxiano primum vivere è superato, ora deve dimostrare di saper vivere, camminare, fare politica, cercare almeno di essere competitivo, se non di vincere. Le condizioni non ci sono ancora, né si è capito cosa intenda fare il segretario del Pd per metterle su. Zingaretti ha più volte annunciato di essere pronto alle elezioni anticipate nel caso dovesse verificarsi la rottura dell’attuale maggioranza di governo, Prodi è meno convinto: «Bisogna aspettare che la crisi si produca e vedere se dalle macerie sia possibile veder nascere qualcosa di diverso». Se ci dovessero essere elezioni in autunno, Zingaretti avrebbe la possibilità di fare una campagna elettorale tutta all’insegna dell’anti-salvinismo e di riscrivere i rapporti di forza dentro i gruppi parlamentari, ancora oggi favorevoli a Matteo Renzi, ma poi si troverebbe di fronte una legislatura con la prospettiva grama di un Salvini prenditutto. Se invece dovessero arrivare nella primavera del 2020 ci sarebbe il tempo per fare quel salto che in molti auspicano, dall’opposizione (che c’è) all’alternativa (che non c’è ancora).
Questioni di cultura politica: Massimo Cacciari questa settimana sull'Espresso spiega che l’inseguimento dei moderati è finito e che «la radicalità è l’opposto dell’estremismo, significa affrontare il problema alla radice, in termini di sistema». Questioni di programma: Alessandro Gilioli prova a interrogare il Pd con sette domande su lavoro, ambiente, diritti, welfare, sanità, scuola. Questioni, anche di leadership. Ilvo Diamanti (Repubblica, 3 giugno) ha dimostrato come negli ultimi anni sia cresciuta la quota di elettori che votano per la persona di un leader più che per il progetto di un partito. Vale per il partito di Berlusconi e per il PdR, il Pd di Renzi. Alle ultime elezioni europee 7 elettori della Lega su 10 hanno votato per Salvini più che per il partito, mentre sul versante opposto solo il 17 per cento ha votato Pd per la personalità di Zingaretti. Nella sconfitta di M5S si legge anche la delusione verso il capo politico Luigi Di Maio: appena il 15 per cento vota per fiducia personale nei suoi confronti.
La leadership personale appare agile, elastica, attrattiva, sexy, spregiudicata quel che basta per inseguire gli umori sempre più mutevoli e capricciosi dell’elettorato senza dover convocare congressi, comitati centrali, consessi ideologici, come accadeva un tempo. Ma ha anche un difetto gigantesco: è nevrotica come le persone che la ricoprono, ne fotografa le bizze, le fragilità, le ossessioni, gli amori e gli odi. È il motivo per cui figure in apparenza poco carismatiche come Angela Merkel sono sopravvissute per più di un decennio al potere, mentre leader da copertina, disposti a tuffarsi in mezzo al popolo con empatica superficialità, sono durati lo spazio di un selfie.
Oggi non ci sono più gli estremisti di sinistra o di destra, ma solo gli estremisti del sé. Zingaretti appare, al confronto, rassicurante. Fin troppo. Indeciso sulla scelta degli uomini e delle donne cui affidare il partito. Timido con il renziano Luca Lotti sul caso delle nomine del Csm. Ordinato, ma ordinario. Un leader da tempi di pace, non di guerra come sono questi.
Eppure, si può diffidare dell’infantilismo dei leader che si sono spacciati come personalità di ferro e che si sono rivelati di burro, si può contenere il narcisismo degli uomini soli al comando ma non si può fare a meno di un leader o addirittura di un capo. «Finché sarà necessario uno Stato, finché sarà storicamente necessario governare gli uomini, qualunque sia la classe dominante, si porrà il problema di avere dei capi, di avere un “capo”», scriveva Antonio Gramsci nel 1924, quando il capo del fascismo stava per blindare la sua dittatura.
Oggi serve «una leadership collettiva», ha detto Aboubakar Soumahoro durante un confronto a Milano alla fondazione Feltrinelli con il sindaco Beppe Sala, un altro personaggio che appare molto interessato a giocare un ruolo nazionale.
Difficile spartire e condividere con altri una posizione che garantisce potere ma che richiede scelte, decisione, velocità di esecuzione, capacità di trascinamento. Ma il Pd di Zingaretti deve dedicare le energie da qui alla primavera del 2020 a mettersi al servizio di questa causa collettiva. Richiamare le sue energie migliori, soprattutto quei sindaci e quegli amministratori locali che nelle città al primo turno e nei ballottaggi hanno combattuto e vinto spesso in solitudine e a mani nude, contro eserciti potentissimi. E poi andare fuori da se stessi, uscire dal proprio recinto, dalla confort zone, come si usa dire oggi.
A ricucire con un elettorato che oggi si astiene o che fatica a votare. Gli altri, quelli che non si sentono rappresentati da questo partito, hanno l’obbligo di fare la loro partita, mettere in campo il loro progetto. Un impegno in politica serio diventa un dovere, ha detto Prodi nel 1994. Di fronte alla destra salviniana triste e pasticciona è ancora più vero.