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Politica
ottobre, 2020

Così la destra fa la guerra all'aborto nelle città e nelle regioni che amministra

Le associazioni "pro-life" si allargano sul territorio nazionale, dove governano Lega e Fratelli d'Italia. E grazie alla loro vicinanza con la politica ottengono fondi pubblici ed entrano nei consultori rendendo ancora più difficile applicare la 194

Negano ci sia un problema con il numero di medici obiettori, definiscono “clandestino” e “fai da te” l'aborto farmacologico (intendendo anche la pillola del giorno dopo, quando di aborto non si tratta, ma di contraccezione di emergenza) e additano alle donne di usare l'interruzione di gravidanza per il controllo delle nascite. Auspicano, come la definiscono, “una rivoluzione copernicana dei consultori”, che si traduce in una proposta di riforma legislativa che metta al centro “la preferenza alla nascita”. 

Sono le associazioni cosiddette pro-life, che oggi hanno libero accesso ai consultori, detengono dei veri e propri “sportelli religiosi” all'interno degli ospedali e ottengono finanziamenti pubblici da Regioni e comuni che battono una sola bandiera: quella della destra italiana, Lega e Fratelli d'Italia.
Il loro unico scopo è la riduzione del numero degli aborti. «I diritti delle donne non sono diritti mai acquisiti», diceva Miriam Mafai, e aveva ragione. 

Le mozioni per la vita
Come un ragno che tesse la sua ragnatela il movimento antiabortista, che mai si è fermato, sta trovando nuova linfa dall'appoggio politico. Verona può essere considerata la città da cui tutto è partito, e che ha dato i natali all'ex ministro della Famiglia Lorenzo Fontana. Qui per la prima volta, con una giunta a maggioranza leghista due anni fa, in Italia si è firmata una mozione (proposta da Alberto Zelger, consigliere con una lunga storia in gruppi ultracattolici), che ha definito la “città a favore della vita”: «Per la prevenzione dell’aborto e il sostegno della maternità», proprio nel quarantesimo anniversario della legge 194. Un documento che a sostegno delle sue tesi porta solo dati e fonti dei movimenti prolife ed evidenze scientifiche false: che l'aborto causa cancro al seno, sterilità permanente, e la RU486 è ad alto rischio.. 

Da qui numerosi comuni hanno copiato e incollato il testo, per lo più respinto, partendo da grandi città come Milano e Roma, arrivando a macchia d'olio in medi e piccoli comuni, come Alessandria, Imperia, Ferrara, Trento, Treviso, Rivoli, Iseo. La Liguria tutta. Per ora soprattutto in nord Italia, dove le amministrazioni si organizzano in gruppi. Ma questi scritti sono il lasciapassare per entrare negli ospedali. Le mozioni partono sempre da alcuni capisaldi: il problema demografico e i passaggi della 194 dove si dice che i consultori familiari devono contribuire a superare gli ostacoli che potrebbero indurre l'interruzione di gravidanza, offrendo soluzioni alternative.

«Non c’è nulla di casuale sul fatto che tutto sia partito da Verona, dove nel 2019 c’è anche stato il Congresso Mondiale delle Famiglie. Non appena si insedia una giunta di destra poi, sembra che questi temi siano in cima all’agenda», racconta Beatrice Brignone, segretaria di Possibile, che in prima persona ha visto la violenza di questi movimenti, quando proprio nella città veneta, insieme ad alcune attiviste di Non una di meno, si è scontrata durante un incontro a cui presenziava il senatore Simone Pillon, colui che affermò di voler impedire con tutti i mezzi alle donne di abortire.

Agire dentro ai consultori
Il meccanismo delle associazioni è di inserirsi al momento dei colloqui per l'ivg, quelli dopo i quali è rilasciato il foglio medico per recarsi in ospedale. “Il colloquio non seguito dal rilascio del titolo costituisce il successo della prevenzione”, sentenzia il Movimento per la Vita (Mpv) in un suo rapporto. Il caso peggiore è invece quello in cui si arriva in consultorio già con il foglio del medico di base: lì non si può più far nulla per intralciare le decisioni della donna. Il Mpv descrive come drammatiche le situazioni di regioni in cui meglio funziona l’attuazione della 194, come Toscana e Liguria.

Il Mpv è la maggiore di queste associazioni cattoliche, partner della rete ultraconservatrice del Congresso Mondiale delle Famiglie. Inizia la sua attività nel 1975, con l'istituzione del primo Centro per la Vita (Cav) a Firenze, al posto di una clinica che operava aborti abusivamente. Ha instaurato negli anni una rete capillare sul territorio: vanta 19 federazioni regionali e circa 400 Cav: più degli ospedali dove è possibile praticare un'interruzione di gravidanza.

Dopo la batosta del 1978 l’operato non si è fermato, ma ha acquisito nuove terminologie, di vicinanza e sostegno alla vita: «Usano parole positive che servono soltanto a nascondere il vero scopo: la repressione dei diritti. Le donne sono le vittime preferite, ma non dimentichiamo le persone Lgbt, i migranti. Come modello si ispirano a quello russo, che vuole limitare in ultimo la libertà», continua Brignone, che aggiunge di come questo parallelismo riguardi anche i numerosi fondi che queste associazioni vantano, come ha raccontato l'Espresso

Lo statuto del Mvp è chiaro: «La Federazione si oppone alla legge 194, così come ad ogni provvedimento che voglia introdurre o legittimare pratiche abortive, eutanasiche e di manipolazione intrinsecamente soppressive della vita umana». Com'è possibile allora avvalorare negli ospedali chi si dichiara apertamente contro una legge dello Stato?

Contro le nuove linee guida per la RU468
L'ultima battaglia in ordine di tempo è il tentativo di limitare le nuove linee guida sulla RU468 volute dal ministro della Salute, Roberto Speranza. Prevedono la somministrazione della pillola abortiva fino a nove settimane, anche in regime di day hospital. Un'intenzione che si è tradotta in un appello, sottoscritto da 50 associazioni cattoliche, a tutto il mondo politico.

E per primo sta andando in scena l'esperimento in Piemonte grazie al neo assessore Maurizio Marrone di Fratelli d’Italia. Un precedente pericoloso che potrebbe essere imitato da altre regioni di centrodestra, oggi 14 su 20. Nella regione, ora in mano ad Alberto Cirio di Forza Italia, ci aveva provato già Roberto Cota nel 2011. Allora la Casa delle donne di Torino, insieme ad altre associazioni, presentò con successo ricorso al Tar. “La vita fin dal concepimento”, su questo concetto il tribunale bocciò la richiesta.

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«Solo una provincia non funziona, quella da cui arriva la maladìa (morbo in piemontese, ndr), ed è Novara», racconta Carla Quaglino della Casa delle donne di Torino, ricordando la sede di Difendere la fede con Maria, l’associazione che da vent'anni si occupa del seppellimento dei feti abortiti. «Noi siamo pronte, in Piemonte abbiamo una lunga tradizione di difesa dell'autodeterminazione della donna, li fermeremo di nuovo». E ricorda anche la scrittura della 194 a cui ha partecipato: «Il movimento delle donne di allora voleva un aiuto morale nei consultori, ma era un modo per rivendicare la nostra presenza di donne in quello spazio, non per imporre l’integralismo, come oggi». 

«L’ultimo che ha tentato di ficcare le associazioni religiose negli ospedali è stato Francesco Storace (Fratelli d'Italia, ndr), senza riuscirci», racconta Elisabetta Canitano, ginecologa, docente e presidente di Vita di Donna, memoria storica di quanto avviene nel Lazio. La stessa regione dove non è stata presa bene dagli antiabortisti la decisione nel 2017 del presidente Nicola Zingaretti di istituire appositi concorsi per i non obiettori. «Una volta è arrivato un volontario con dei volantini: lo abbiamo spintonato via. In un'altra occasione abbiamo avuto una riunione con delle volontarie: volevano insegnarci la “contraccezione naturale”». Si tratta del metodo Billigs, basato sul muco cervicale, insegnato dai volontari nei Cav.

Queste violenze e disinformazioni avvengono molto più di quanto si pensa: non bastano le affissioni pubbliche o i manifesti mobili su camion, le associazioni pagano il suolo pubblico di fronte agli ingressi dove si praticano le ivg. Distribuiscono volantini, portachiavi a forma di feto e appendono bambolotti embrione per suggestionare le donne.
Uno dei 'gadget' distribuiti durante il 13/o Congresso mondiale delle famiglie, in programma fino a domenica a Verona 29 marzo 2019. ANSA


Adotta un feto: il Progetto Gemma 
Il Mpv ha conquistato terreno anche grazie a un’altra iniziativa, il Progetto Gemma, ormai onnipresente in queste mozioni. “Un servizio per l'adozione prenatale a distanza per madri in difficoltà, tentate di non accogliere il proprio bambino”, lo presentano. «Noi interveniamo solo se la decisione è data da puro disagio economico. Le donne, o meglio mamme, che si rivolgono a noi sono indecise se praticare l’aborto oppure no. Molto spesso sono i consultori che le inviano a un nostro centro. Altre arrivano tramite il passaparola. Altre ancora scoprono sul web, da sole, che esistono alternative all'aborto», racconta Antonella Mugnolo, responsabile Ufficio Progetto Gemma.

Il Progetto si sviluppa in 18 mesi, sei di vita del bambino nel grembo materno, a partire dal terzo mese di gravidanza, e 12 dopo la nascita fino al compimento del primo anno: alla donna si garantisce un sostegno pari a 160 euro mensili, per un totale di 2.880 euro, il tutto dicono finanziato tramite donazioni private. «Centosessanta euro al mese è una “carezza economica”, ma posso assicurare che accompagnata da un'assistenza premurosa, dalla condivisione delle difficoltà e dal sostegno di cui c'è bisogno, è un’attenzione decisiva per fa sbocciare nel cuore della mamma il sì alla nascita del proprio bambino», continua Mugnolo.

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«Qui si suggeriscono aiuti e sostegni che poi non sono veri. Queste persone hanno una sola chiave di lettura: la donna cattiva che vuole uccidere un bambino. Si ignorano le donne, come se non fossero in grado di scegliere», a parlare è Rosetta Papa, ginecologa che ha diretto l'Unità Operativa Complessa Salute Donna della ASL Napoli1 Centro, una carriera lunga 40 anni, finita un mese fa. «Nel 2018 passò una delibera che consentiva a queste persone di accedere ai consultori. Noi anziane, ho partecipato alle battaglie per aprire questi spazi, ci siamo dovute attivare per rivendicare un diritto laico e siamo riuscite a difenderlo. Incredibile come la 194 sia una delle poche leggi sempre sotto attacco».

“Un volontariato grandioso che permette di salvare ogni anno decine di migliaia di vite”, scrive il Mpv nel suo ultimo rapporto. I “salvati” sono i bambini strappati all’aborto. Chiunque può diventare “adottante”, in cambio avrà informazioni sull'evolversi della gravidanza, nascita e crescita. Saprà il nome del bambino e la data di nascita e come specificato sul sito del progetto, “se la mamma lo consente, viene inviata una fotografia”. Le somme erogate sono versate per intero alla donna, o tramite servizi, come pannolini e generi alimentari. «Non si tratta di “invogliare” le donne a mettere al mondo figli, ma di accompagnarle in un percorso di accoglienza dei loro figli. Dal 1994 ad oggi abbiamo sostenuto e aiutato quasi 24mila mamme ed altrettanti bambini», aggiunge Mugnolo.
 
«Certo ci vuole sostegno, anche in una scelta che ricordiamo che può essere vissuta serenamente, ma deve essere laico. Dov'è lo Stato in questi casi? Amministrazioni compiacenti non possono delegare questi compiti», aggiunge la segretaria Brignone. Interventi sul welfare, congedi di paternità, congedi parentali, asili nido, assegni familiari, aiuti alle donne lavoratrici o single: le soluzioni ci sarebbero, ma sono da potenziare.
 
«È proprio lo Stato ad essere assente e deve intervenire in difesa delle libertà riconosciute: le donne non hanno bisogno dei prolife per fare le proprie scelte. C'è un problema di stato di diritto e noi dobbiamo essere sentinelle vigili», spiega Filomena Gallo, segretaria dell’Associazione Luca Coscioni, «I gruppi di fanatici clericali non rappresentano certo la maggioranza di questo paese. E poi ci sono coloro che credono nella laicità, ma non accettano di affrontare in Parlamento argomenti come aborto ed eutanasia: nell'affermare delle libertà non c'è mai da vergognarsi».

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