Ecco perché trovare un candidato sindaco per le grandi città è diventato impossibile

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Torino, Roma, Bologna, Napoli, Milano: partiti e movimenti fanno sempre più fatica a trovare nomi spendibili per guidare i grandi capoluoghi. Il motivo? Oggi i primi cittadini hanno meno soldi, meno popolarità e sempre meno spesso vengono rieletti: sono i governatori le nuove star

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Una volta si chiamavano “outsider”. I signori nessuno. Adesso però toccherebbe chiamarli “insider”. Perché sono tutt’altro che esterni, anzi: gente che viene da dentro l’esperienza politica, che è in qualche modo il risultato di questi anni, e che forse porta con sé la chiave della leadership futura. I signori nessuno conquisteranno il mondo o, quanto meno, una poltrona da sindaco? Chissà.

Sta di fatto che, nella frotta insolitamente nutrita e a tratti improbabile, di candidati e candidabili alla carica di primo cittadino nelle più importanti città d’Italia, da Roma a Torino, da Napoli a Bologna passando da Milano (che è tuttavia l’unica a vedere profilarsi la ricandidatura dell’uscente Giuseppe Sala), nella lunga e per ora sgangherata corsa verso le comunali del 2021 si intravvedono già all’opera una serie di novità e di meccanismi sinora poco rilevati. Emergere di nomi ignoti a livello nazionale e, per converso, estrema difficoltà a trovare volti noti, politici e non, disposti ad impegnarsi; tramonto del sistema delle primarie; tramonto in fondo dell’idea del partito dei sindaci e, ancora più in generale, della città come luogo da cui fare il salto verso il vero potere nazionale. Caratteristiche che riguardano l’intero arco politico - anche il centrodestra non ha ancora un nome da spendere nelle principali città che andranno al voto - ma che sono ancora più evidenti nelle realtà che governano, al livello nazionale e anche in quei comuni, il Pd e i Cinque Stelle.

Il primo fra tutti è appunto questo, il fenomeno degli outsider-insider, che ha casi in ogni città. Prendiamo l’esempio lampante di Enzo Lavolta, vicepresidente del consiglio comunale di Torino, il primo che già a luglio, ben prima che la sindaca Chiara Appendino rinunciasse ufficialmente alla ricandidatura, ha cominciato la sua corsa per le primarie e per il comune in genere. Lavolta, 42 anni, consigliere circoscrizionale quando ne aveva 20, assessore all’Ambiente con Fassino quando ne aveva 30, è l’esempio dello switch avvenuto in questi anni. Se infatti, tradizionalmente, la sua sarebbe stata una candidatura destinata soltanto a confluire in altre maggiori, c’è di nuovo che, invece, questo genere di corsa è in pratica uno dei pochi segni di vita vera nel sostanziale deserto. Mentre infatti a Torino il centrosinistra ragionava (e litigava) sull’ipotesi tutt’ora in piedi di lanciare il nome del rettore del Politecnico Guido Saracco, nell’attesa che poi spuntassero altri nomi possibili (da Luca Jahier all’ultra renziano Stefano Lorusso, passando per il radicale Igor Boni), Lavolta girava la città per tentare di colmare «quella distanza che nel 2016 ci ha fatto perdere e che ad oggi il Pd non ha recuperato con mezzi propri». Risultato: a forza di «riallacciare legami» e ricucire mondi, nei prossimi giorni porterà prima il vicesegretario del Pd Andrea Orlando a incontrare giovani e associazioni, poi il ministro Francesco Boccia a confrontarsi con il mondo economico (Confindustria, Confartigianato, Legacoop, eccetera). «Il Pd? Non è che mi può dire basta confrontarsi: semmai sono io che gli dico “uscite da Zoom”», spiega lui.
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L’iniziativa personale per riallacciare legami, in luogo di quella di un partito che, forse anche per il prevalere del modello grillino, ha perso presa in mondi e territori e non riesce più - o riesce molto di rado - a mescolare alto e basso, a trovare una sintesi tra personaggi di rilievo e voti. Ecco il secondo dei fenomeni più evidenti, in questo momento. A Roma, accanto a nomi come quello della parlamentare Monica Cirinnà, o dei presidenti di municipio Amedeo Ciaccheri e Giovanni Caudo - stante il diniego del presidente del parlamento europeo David Sassoli a scendere in campo – il miglior possibile competitor individuato sinora è il leader di Azione Carlo Calenda. Europarlamentare eletto col Pd, già vice diventato ministro per le dimissioni di Federica Guidi nel governo Renzi, gran polemista e personaggio social-tv: non esattamente un nuovo Walter Veltroni. Eppure.

«Comunque il Veltroni della situazione non c’è più: ma neanche Sassoli lo sarebbe stato», dice l’analista politico Giovanni Diamanti. Siamo certamente allo schianto del modello Rutelli, al capolinea di quella stagione cominciata negli anni Novanta con l’elezione diretta del sindaco: l’idea che si potesse mettere in pista un nome in grado di crescere rapidamente, diventare una celebrità capace dell’ulteriore salto nella politica nazionale. Quel trampolino non esiste più, anzi. «Oggi i sindaci hanno meno soldi, meno popolarità, persino una durata inferiore: una volta i dieci anni erano assicurati. Al contrario, negli ultimi 5-6 anni il tasso di ricandidatura dei sindaci è calato, ed è sceso poi anche il tasso di rielezione», aggiunge il co-fondatore di Quorum e Youtrend. Insomma quello di primo cittadino è un un ruolo meno scintillante: «Dopo tanti anni in cui abbiamo parlato del partito dei sindaci, adesso parliamo non a caso di partito dei governatori: una posizione che in questa fase appare come più rilevante e più popolare». Anche perché, in tempo di Covid, sono i governatori a prendere le decisioni importanti. Prendere il caso di Stefano Bonaccini, il presidente della regione Emilia Romagna, che ha saputo fare un anno fa della propria rielezione una battaglia per la vita ma la cui popolarità, fino ad allora, ben di rado aveva scavalcato i confini della regione.

Va detto, per di più, che nelle città siamo governati da (ex) signori nessuno. A partire proprio da chi ora è tra i volti più celebri: la sindaca di Roma Virginia Raggi, prima della campagna elettorale del 2016, era una ignota avvocata dello studio Sammarco che aveva fatto un paio d’anni la consigliera d’opposizione. Il prevalere in questi anni del modello grillino, dilagato ben oltre i confini del Movimento Cinque Stelle, è il terzo elemento che ormai brilla: i prescelti, a tutti i livelli, sono preferibilmente personaggi non ingombranti, più simili a uomini di servizio che non a futuri leader.

In questo senso è significativa l’apparente eccezione di Napoli. Nella città oggi guidata da Luigi De Magistris, infatti, il nome più gettonato a correre per l’alleanza giallorosa è quello di Roberto Fico. Certo è ancora da vedere, perché la scacchiera degli accordi Pd-Cinque Stelle è ancora lontana dall’essere compiuta: tuttavia suona piuttosto singolare la sola idea che il presidente della Camera, per andare a fare il sindaco, possa lasciare giusto un anno prima dell’elezione del presidente della Repubblica proprio la terza carica dello Stato (lasciarla, peraltro, a un esponente del Pd: per esempio Dario Franceschini, che quell’incarico più volte ha sfiorato). Eppure, a pensarci, siamo già in presenza di una eccezione: perché Roberto Fico, prima di diventare il primo inquilino di Montecitorio, era anche lui un signor nessuno. Incarnazione eccellente del principio grillino “uno vale uno”, in base al quale appunto il politico è solo un portavoce, è intercambiabile, non porta voti, non è protagonista di chissà quali battaglie - come si è peraltro visto benissimo, a proposito di Cinque Stelle, sulla Tav.

Semmai, il prescelto di questi tempi è latore di una buona pratica politica, fatta a livello locale, di una approfondita conoscenza di problematiche e persone. A Bologna, città dove ancora si sentono i disastrosi effetti della stagione Cofferati, dopo settimane e mesi durante le quali praticamente l’intera giunta (compresi gli attivissimi assessori Alberto Aitini e Marco Lombardo) è scesa in campo per contendersi il dopo Merola, sembra emergere sulle altre la figura dell’assessore alla Cultura Matteo Lepore, che potrebbe anche finire in ticket con l’altro nome in lizza (altrimenti rivale) l’europarlamentare ed ex vice di Bonaccini, Elisabetta Gualmini. Tuttavia, dalle prime riunioni nei circoli - qui come altrove - spuntano grandi incertezze sulll’opportunità di fare le primarie. Un altro istituto ora evidentemente in crisi.

È interessante, in effetti, che mentre a Roma alla sindaca Raggi gli attivisti chiedono le comunarie, da Filadelfia Ignazio Marino, intervistato dalla Stampa, fa notare come la sua storia dimostri che le primarie «non contano». Lui le vinse e fu spazzato via. Sassoli e Gentiloni, che avevano preso molti voti meno di lui, «mi sembra che abbiano avuto grandi occasioni di avanzamento nella carriera», fa notare l’ex inquilino del Campidoglio che fu defenestrato nel 2015 da Renzi, via notaio. Per non citare (ancora) Calenda, che scende in campo dicendo però al Pd che di primarie non vuol sentir parlare. «Le primarie in questi anni hanno perso smalto», nota Diamanti: «Prima erano un elemento di emersione del voto di opinione: e lo sono tuttora, quando va a votare tanta gente. Il problema nasce quando il coinvolgimento cala e la partita finisce in mano agli adepti delle correnti, quelli che una volta avrebbero gestito i tesseramenti». Di fatto, la tentazione di metterle in cantina si presenta sempre più spesso. Tuttavia, come si vede nell’affannosa ricerca di biancanevi in mezzo ai nani, non è affatto emerso un nuovo metodo di selezione della classe dirigente. «Ed è ormai anche molto difficile trovare un nome di prestigio che abbia anche i voti sul territorio, i big non sono più abituati a confrontarsi in modo costante col voto popolare». Poco interessante dunque scendere in campo: tanto più che lo stesso ruolo di sindaco, ormai s’è visto, non giova alle carriere.

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