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Mentre l’uno ci delizia dallo scorso governo - in un crescendo di cui poi si dirà - a sbocciare adesso è Roberto Speranza. Ultimo frutto dei giovani democratici recuperati alla causa da Walter Veltroni, fuggito dal Pd renziano appresso a Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani, titolare invisibile della Sanità fino a gennaio, essendo in pratica entrato nel dibattito unicamente per celebrare i 2 miliardi in più per il servizio sanitario in legge di Bilancio e promettere che si sarebbe impegnato a eliminare pian piano il superticket (vedi alla voce sinistra, essendo l’unico ministro di Leu), l’ex capogruppo del Pd alla Camera si è materializzato da ministro con l’arrivo del coronavirus e, da quel momento, non si è smaterializzato più.
Speranza lo si può infatti agevolmente trovare in ogni dove: tv, stampa, social, task force, e naturalmente all’ospedale Spallanzani di Roma. Intento ad esibire il suo presenzialismo compassionevole, l’onnipresenza riluttante. Nonché a pronunciare frasi sfolgoranti del tipo «il virus non si trasmette attraverso gli alimenti», ammonimenti come quello a «non usare la mano quando si starnutisce», fino all’alato annuncio di voler «trattare il virus come colera e peste» («è ciò che ha detto la Cina», ha precisato poi). Tanto cauto all’apparenza, il ministro si è rivelato invece per così dire baldanzosamente manettaro nei confronti dell’emergenza. Ha deciso ad esempio di innalzare al livello massimo l’attenzione: l’Italia è stato l’unico paese d’Europa a interrompere i voli con la Cina. Tutto e subito, come gli Usa di Trump. Con conseguenti imbarazzi diplomatici con mezza Ue, e complicazioni nel momento in cui poi francesi, tedeschi e inglesi sono stati invitati dai rispettivi Paesi a rientrare per prudenza dalla Cina (difficile, per l’unità di crisi della Farnesina, suggerire agli italiani di fare altrettanto: mancando i voli, appunto).
Tra sopraccigli alzati, telefonate di vice-ministri taiwanesi (bloccati pure i voli da lì), interviste e persino video settimanali su Facebook, Speranza ha fatto la sua parte per coprire il sostanziale buco politico di una maggioranza in stallo assoluto (passata la legge di Bilancio, a gennaio sono state approvate zero leggi) e di un governo nel pieno del parapiglia proprio attorno ad Alfonso Bonafede e alla sua indimenticabile riforma della prescrizione, insomma ancora una volta attorno alla giustizia, croce più che delizia di quasi tutti i governi. L’allarme per il virus è scattato, d’altra parte, in sincrono, cioè proprio quando il Conte II aveva appena indossato i vestiti nuovi per sedersi attorno al terrificante tavolo della verifica: all’ordine del giorno, le scadenze dei processi e altri temi spinosi come Quota 100 o i decreti sicurezza. Ed ecco, l’epidemia a distogliere l’attenzione nei confronti delle decisioni da prendere, il famoso rilancio da avviare: che tempismo, che fortuna, che inconfessabile sollievo.
Bisogna infatti dire che a pendant di Speranza vi è appunto Bonafede e la sua ficcante azione politica, manettara in teoria molto più che in pratica. Un ministro la cui unica mise che si ricordi è il giubbotto della Polizia Penitenziaria che decise di indossare - modello Salvini ma senza averne l’impudenza - il giorno che andò a prendere il terrorista Cesare Battisti all’aeroporto di Ciampino. Non che il Guardasigilli sia di solito figura particolarmente popolare, o efficace: basti ricordare quanti successi - di pubblico e di sostanza - abbia mietuto a suo tempo Angelino Alfano, quando era ministro di Berlusconi. È tuttavia peculiare riuscire, come sta facendo Bonafede, a mettersi contro buona parte dei magistrati e l’intera avvocatura (essendo peraltro avvocato, e avendo come premier un avvocato, per di più «avvocato del popolo»: filotto, capolavoro) per via di una riforma della prescrizione che, nonostante gli sforzi, M5S non riesce nemmeno a far passare come quella legge identitaria, quella pietra miliare dell’epopea che certa narrazione grillina vorrebbe. Anche nel governo, la caccia al compromesso è tanto estenuante quanto mortifera: il premier Conte propone un «lodo» che raddoppia i problemi della riforma, i partiti contro-propongono entusiasmanti slittamenti della riforma che vanno tra i sei e i diciotto mesi, l’intero mondo dell’informazione rimpiange i tempi delle liti sugli scudi berlusconiani (almeno lì si conservava un senso manicheo della contrapposizione: buoni contro cattivi). E lo stesso Bonafede - ufficialmente fermo nella fiera difesa della riforma - vorrebbe in realtà cedere al compromesso, chiudere la partita. È che non può.
Così come Roberto Speranza per conto della sinistra che lo ha messo lì, anche lui è infatti l’uomo di rappresentanza. Il capodelegazione mandato avanti a rappresentare un grillismo che non c’è più - forse non c’è mai stato - ma che deve in ogni caso esserci ancora. Ecco la tragedia che si sta avvitando attorno alla prescrizione guidata dall’uomo il cui soprannome, da deejay nei locali di Mazara del Vallo, era «Dj Fofo». Tutto un programma.
Per capire quanto a fondo peschino le difficoltà della prescrizione, bisogna fare un passo indietro. In agosto, una settimana prima che Salvini scatenasse inopinatamente la crisi di governo, un difficilissimo Consiglio dei ministri durato ben nove ore aveva segnato il punto di stallo della allora maggioranza gialloverde proprio attorno allo stesso passaggio: la riforma della giustizia targata Bonafede, alla quale all’epoca la Lega aveva opposto un sostanzioso «inaccettabile». Pochi giorni dopo, il governo venne giù per conto suo: e non se ne è parlato più. A fine novembre, però l’ex ministra Giulia Bongiorno che aveva gestito la trattativa per conto di Salvini, ha poi spiegato chiaramente che la proposta Bonafede era «fatta di pagine bianche» perché «si limitava ad indicare che tempi dovesse avere il processo, senza stabilire i meccanismi necessari per abbreviarne i tempi». Ecco, il problema di fondo che, in un modo o nell’altro, è indicato tutt’ora come il principale che la riforma lascia irrisolto: la norma abolisce la prescrizione dopo il primo grado,ma in assenza di altri provvedimenti allunga i processi, li rende eterni. Ahivoglia a stabilire, come faceva il Guardasigilli, che i processi dovessero durare obbligatoriamente sei anni. Ecco, nel passaggio dal governo gialloverde a giallorosso, sul punto, poco o nulla è cambiato.
Proprio Alfonso Bonafede, peraltro, è l’unico ministro ad essere rimasto al suo posto, nel passaggio dal Conte I al Conte II, cosa che non è riuscita nemmeno a Luigi Di Maio. Fortissimamente sostenuto - si disse all’epoca del Guardasigilli - anche da un Beppe Grillo di botto convertito alla causa dell’alleanza con il Pd. Nonché sospinto dalla necessità di conservare un rapporto stretto con il variegato mondo dei magistrati, in piena concorrenza coi dem. Non bisogna mai dimenticare, del resto, che il Guardasigilli, fedelissimo del sedicente ex capo dei Cinque stelle Di Maio, del quale adesso ha preso il posto come capo delegazione nel governo, è colui che ha portato nel Movimento Cinque stelle Giuseppe Conte, conosciuto all’ateneo di Firenze. All’Università nella quale il futuro premier-avvocato insegnava diritto privato e dove il futuro ministro-avvocato, laureato con 105/110 a 26 anni, faceva il cultore della materia per la cattedra di Giorgio Collura. Una somma sontuosa di rapporti, quella di Bonafede - aggiungiamoci pure che è stato lui a portare al Campidoglio, dalla sindaca Virginia Raggi, l’avvocato Luca Lanzalone - piuttosto sorprendente per uno che solo dieci anni fa, candidandosi sindaco a Firenze, aveva preso l’1,8 per cento, e che alle parlamentarie 2013 aveva raccolto soltanto 227 preferenze. Una somma di discrasie, di elementi che non combaciano tanto. Cui si aggiunge la propensione alle gaffe che è piuttosto sorprendente, visti gli studi.
Bonafede è colui che, da Guardasigilli ma soprattutto da avvocato, è stato capace a Porta a porta di uno spettacolare scivolone tra colpa e dolo: a inizio dicembre ha inventato una nuova categoria di reati sostenendo in difesa della sua riforma che «quando di un reato non si riesce a dimostrare il dolo, e quindi diventa colposo, i termini di prescrizione sono molto più bassi». Poche settimane dopo, ha facilmente confuso il 41 bis (carcere duro) con il 416 bis (associazione a delinquere di stampo mafioso). La differenza sta in un singolo numero, nel finale. E il destino che si intravede nel fondo della prescrizione è quello già percorso dai Cinque stelle ai tempi della (ormai dimenticata) Tav: tanti strepiti a confondere l’aria, capo chino alla fine. L’altra volta, nel caso della Torino-Lione, fu proprio Conte il grande artefice della giravolta. Chissà adesso.