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I container erano stati strutturati cinque anni fa per ospitare ognuno una famiglia mentre oggi ci vivono stipate decine di persone. Difficile dire cosa abbia generato il rogo, se sia stato il groviglio di cavi elettrici passati da un livello all’altro degli edifici e da una tenda a un’altra o una bombola di gas usata per scaldare le tende e cucinare.
Quello che è certo è che oggi l’hotspot di Moria è un dedalo con poche vie di fuga. A fronte di una capacità di 2500 persone ne ospita più del doppio all’interno e otto volte tanto nelle colline circostanti. Un incidente era solo questione di tempo, purtoppo.
«Questo incendio arriva a soli due mesi da quello nel campo di Kara Tepe e a cinque da un altro che aveva colpito Moria a settembre 2019. Questi eventi ci mostrano ancora una volta l’impatto drammatico che possono avere sulla salute fisica e psicologica delle persone che vivono in campi sovraffollati e non sicuri come quello di Moria. - dice Marco Sandrone, capo progetto di Medici senza frontiere a Lesbo - per questo chiediamo una evacuazione urgente». Perché come la bambina uccisa dal fuoco e la sua famiglia vivono a migliaia.
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Sharbat viene dall’Afghanistan, è a Lesbo da sette mesi con sua madre e i suoi tre figli. La madre è invalida e cammina con le stampelle nel campo cercando di evitare sacchi di pattume, resti di cibo, mosche e topi. I figli dividono lo spazio con lei e altre quarantuno persone, sono tre baracche di legno e plastica. «Abbiamo comprato tutto noi», dice Sharbat, e ha ragione perché il governo non predispone alloggi per i nuovi arrivati.
Cammina verso i bagni, che sono solo all’interno dell’hotspot, dalla sua baracca bisogna camminare quasi dieci minuti. Metà dei bagni è inagibile. Significa tubi intasati di feci, acque di scolo che scorrono sui pavimenti e le madri che per cercare di difendere i bambini dal lerciume li tengono in braccio anche per ore, in attesa del loro turno.
L’ultima volta che Sherbat si è fatta una doccia di ore ne ha aspettate tre. E l’acqua era fredda. «Ci laviamo sempre e solo con l’acqua fredda», dice, e racconta della tosse dei bambini d’inverno, dell’acqua che entra nelle tende quando piove e dell’umidità della terra bagnata sotto il pavimento della baracca. Dice che sente suo figlio più piccolo tossire tutta la notte e non ha niente per placarlo, né uno sciroppo, nessuna medicina.
Ventimila persone vivono così a Moria, il più grande campo profughi di un’Europa alle prese con la gestione di una pandemia.
È sabato mattina a Mitilini, Lesbo. L’espressione sul volto dell’addetto all’autonoleggio di fronte al porto è preoccupata e lui non fa niente per nasconderlo. In una settimana decine di automobili di giornalisti e operatori umanitari sono state colpite perché non appartenenti a abitanti dell’isola. Il logo della compagnia indica la presenza di qualcuno arrivato a raccontare le violenze delle ultime settimane o di qualcuno che è a Lesbo per aiutare rifigiati e migranti nel campo di Moria.
«Nascondete le telecamere, chiudete i finestrini. È un pogrom». Ci guardiamo negli occhi, persuasi di aver frainteso. Che quella parola “pogrom” fosse un abbaglio della stanchezza, una suggestione. Invece no. «È un pogrom», ha ripetuto prima di congedarci con: «State attenti».
Dalle vetrine dell’autonoleggio si vedono distintamente i due traghetti nel porto. Uno è per il consueto spostamento tra le isole che parte da Atene, e ha portato noi da Samos a Mitilini. L’altro ha il tipico colore grigio opaco dei mezzi militari. Sopra ci sono 450 persone, arrivate sull’isola dalla Turchia nelle ultime settimane e trattenute dalle forze di polizia greche dopo la decisione del governo di tenere di fatto in stato di arresto chiunque sia arrivato sull’isola dopo il 1° Marzo e sospendere per un mese le procedure di richiesta d’asilo.
Quattrocentocinquanta persone rimaste lì per giorni finché, secondo le informazioni ottenute da Associated Press, domenica scorsa sono stati trasferite in una struttura nelle vicinanze Atene. Evento che segna il punto più grave delle politiche repressive come risposta ai fenomeni migratori messe in atto dalla Grecia. E non condannate dall’Ue.
Poco distante, in Piazza Sappho, qualche centinaio di locali si è dato appuntamento per una manifestazione spontanea. C’è un coro, giovani musicisti con fisarmoniche e trombe che intonano “We shall overcome”, e la voce, la voce comune, è più forte quando il testo dice We shall live in peace, vivremo in pace, e quando dice We are not afraid, non abbiamo paura.
È proprio una risposta alla paura questo presidio, aperto da uno striscione che dice “Portate via i miganti da Moria, nel rispetto dei diritti umani, ma portateli sulla terraferma”. Ioannis Spilanis è un professore di Scienze ambientali sociali ed umanistiche all’Università dell’Egeo. È lui a tenere lo striscione e lo legge scandendo tutte le parole, più volte «vogliamo che la crisi tenga conto dei rifugiati ma anche dei locali. Devono essere trasferiti, nel rispetto dei diritti umani».
Finché i numeri erano sostenibili, dice, la convivenza era talvolta faticosa ma possibile. Oggi intorno all’hotspot di Moria, pensato per 2700 persone, vivono in 21 mila. «Non sono più esseri umani - continua Spilanis - se non puoi lavarti, non hai acqua, se sei lasciato vivere come un animale, come fai a sentirti uomo?».
Spilanis è critico e severo verso la gestione della crisi del nuovo governo di centro destra di Kyriakos Mitsotakis. «La deterrenza non funziona», ribadisce e non vuole nemmeno sentire parlare della possibilità di trasferire i richiedenti asilo sulle isole disabitate della Grecia: «tremo al solo pensiero di rispolverare gli angoli più bui del nostro passato recente».
Non le nomina Spilanis ma pensa a Yaros o Makronisos, le isole carcerarie dell’Egeo utilizzate come prigioni e campi di concentramento per prigionieri politici ai tempi della dittatura militare. «Quando sono arrivate le forze speciali sull’isola a febbraio, e poi i militanti di estrema destra, abbiamo sentito che l’isola ha raggiunto un punto di non ritorno e abbiamo cominciato ad avere paura».
Ha paura del silenzio, il professor Spilanis, perché pensa che chiudere la bocca ora alla violenza significhi condannare la vita dell’isola a un destino cupo, non migliorarla. Riportare la Grecia indietro nel tempo. Vicino a lui Katerina K., «scrivi così, solo K». Vuole che appunti solo l’iniziale del suo cognome, ha paura di esporsi.
«Non voglio sembrarti vile - dice - ma mi sento ostaggio, del governo, di questi ragazzi in cerca d’asilo e della paura. E ora altre se ne aggiungono. Qui non c’è un’unità di crisi per la diffusione del virus. Hai idea di cosa possa succedere se nel campo di Moria si sviluppasse il Covid19? Non abbiamo posto per far partorire le donne, dove mettiamo 20 mila contagiati che vivono in mezzo ai topi?».
La piazza di Lesbo racconta un presidio in difesa dei diritti, ma racconta anche il timore che in caso di diffusione del virus, la diffidenza nei confronti dei rifugiati sull’isola possa solo aumentare. A Lesbo la presenza delle estreme destre, le scelte sbagliate del governo e la cecità dell’Europa, si stanno cucendo al pericolo reale della diffusione del contagio.
L’hotspot ha superato la sua capienza da anni, nelle colline che lo circondano vivono dodici volte le persone che potrebbe, sulle carta, ospitare. Sovraffollamento significa che esiste un solo rubinetto per la distribuzione delle taniche d’acqua ogni 1300 persone, che c’è una doccia ogni 100 e un bagno ogni 130, ammesso che funzionino.
Due settimane fa una donna, una commessa locale rientrata da un viaggio in Israele, è risultata positiva al tampone del coronavirus e il rischio che si diffonda anche tra gli abitanti del campo striscia con terrore tra gli isolani: «se arriva anche qui in maniera massiccia, non ci sono dottori per curare tutti - dice ancora Katerina - e non c’è modo di controllare cosa accada in un accampamento circondato dall’immondizia, dove i bambini giocano a pallone tra i topi e le acque di scolo».
In un comunicato pubblicato la scorsa settimana Medici Senza Frontiere ha lanciato un allarme deciso «le misure raccomandate per prevenire la diffusione del virus, lavarsi le mani e mantenere una distanza sociale sono semplicemente impossibili in un luogo in cui famiglie di cinque, sei persone sono costrette a condividere tre metri quadri di tenda», ha detto Hilde Vochten, coordinatore medico di MSF in Grecia.
«Non si pensi erroneamente che il Covid-19 sia una minaccia remota», ammonisce ancora il comunicato, «perché le condizioni dei campi rendono le persone che li abitano più vulnerabili rispetto agli altri», e a oggi non c’è un piano di emergenza credibile per proteggere e trattare chi vive nei campi in caso si diffondesse un’epidemia.
Per questo le organizzazioni chiedono con forza un’evacuazione umanitaria. Impossibile pensare che ci sia modo di prevenire e controllare la diffusione del contagio, a Moria è una sfida sanificare l’acqua da bere, figuriamoci pensare di applicare procedure per disinfettare acque e superfici.
Fino a tre settimane fa c’era un posto in cui i rifugiati si sentivano protetti, al sicuro in un luogo pulito. Era la sede di “One Happy Family”. Che era una scuola, l’unica che i bambini esclusi dal sistema scolastico greco potessero frequentare, ed era anche mensa, musica, biblioteca. Poi una notte di inizio marzo un incendio doloso ha distrutto metà dell’edificio, su una collina di Mitilini. Nessuna delle nove aule si è salvata, così come i libri.
Mentre Nicolas Perrenoud - il coordinatore del centro - camminava tra la cenere e le carcasse delle tensostrutture la mattina dopo il rogo, tentava la stima dei danni materiali e delle conseguenze. «Una, per dire, è che qui distribuivamo pannolini per i bambini e assorbenti per le donne, ti sembrerà un aspetto minore rispetto al diritto all’educazione scolastica, o alla differenza tra avere o meno un giubbotto per proteggersi dal freddo, ma le donne hanno paura ad andare in bagno e continuano ad ammalarsi di infezioni perché camminare al buio di notte verso i bagni significa esporsi al rischio di violenze sessuali, avere o non avere acqua, pannolini e assorbenti non è una differenza banale».
“One happy family” prima del rogo aveva interrotto le attività per dieci giorni, per timore, per proteggere i volontari, novanta dei centotrenta erano gli stessi rifugiati che vivono nel campo. Oggi Nicolas non sa se e quando la struttura riaprirà. «Non è un problema di tempo - dice - gli edifici si ricostruiscono e si ridipingono, è che temiamo non ci siano più le condizioni per lavorare in sicurezza». A pagare le conseguenze è la salute delle famiglie nella “jungle”.
Omar Alshakal arriva nella “jungle” di Moria alle tre del pomeriggio di domenica, ha gli occhi di chi non ha dormito, di chi non dorme più da tempo. E infatti spiega che bisogna fare i turni per proteggere i capannoni dove sono accatastati gli aiuti per chi vive nel campo, che dopo i roghi delle ultime settimane, gli incendi dolosi, gli attacchi a sassate a giornalisti e operatori umanitari, lui sente sulle spalle la responsabilità doppia di aiutare chi vive nelle tende e nel fango e proteggere chi lavora con lui. Metà del suo staff è stato evacuato a Samos. Lì ancora resistiamo, dice.
L’ultima volta c’eravamo incontrati, proprio a Samos, un anno e mezzo fa. Era una giornata d’inverno freddissima, i bambini camminavano scalzi o con scarpe da adulto evitando pozzanghere di acqua che si mischiava alla terra delle colline di Vathy.
Omar distribuiva calzini di lana, cappelli. Non avrebbe pensato che un anno dopo avrebbe dovuto chiedere ai donatori di raccogliere anche disinfettanti e medicine: «Guardati intorno, come si fa a proteggere dalle infezioni chi vive in mezzo ai rifiuti?», dice questo ragazzo dalla stazza imponente. Arrivato in Grecia da Deir Ezzor, Siria, ha attraversato il tratto di mare che separa le isole dalla Turchia nuotando 14 ore.
Poi si è messo a disposizione dei più deboli, fondando una Ong che si chiama Refugee for Refugees, un rifugiato per i rifugiati. Sono giorni che per paura di assalti e minacce Omar e i suoi colleghi non possono lavorare nel campo. Significa che nessuno si occupa di pulire le strade della “jungle” dalle tonnellate di immondizia che si accumulano, significa che i topi si moltiplicano, significa creare le condizioni ideali per la circolazione di infezioni.
Ecco perché a Lesbo, la paura dei locali e le azioni delle estreme destre, si stanno intrecciando alla minaccia del contagio. La politica della deterrenza ha trasformato un hotspot in una città, senza elettricità e riscaldamento, senza igiene e senza bagni. L’unico sollievo erano le Ong. Metterle in condizioni di non lavorare più significa destinare questo luogo al degrado. Con conseguenze inimmaginabili.
Medici senza frontiere ha dovuto interrompere per giorni i servizi della clinica pediatrica. Solo due mesi fa l’organizzazione aveva accusato il governo centrale di negare deliberatamente a più di cento minori le cure per patologie croniche. Tra i cambiamenti del nuovo governo conservatore di Atene, la limitazione per rifugiati e migranti nell’accesso al servizio sanitario nazionale. Chi non ha i documenti in regola non può accedere alle cure. A conti fatti significa escludere circa cinquantamila persone dalla possibilità di assistenza medica.
Intanto sulle colline di Moria si continua a vivere all’aperto, il cibo è insufficiente soprattutto per i bambini, i più giovani, i minori non accompagnati che non trovano posto nelle tende e sfuggono a controlli e statistiche, dormono all’addiaccio e si ammalano di polmonite. Quando piove continua a entrare acqua nelle tende e le malattie resporatorie non trattate rischiano di confondersi con la minaccia del virus che sta bloccando l’Europa.
Secondo la Reuters la settimana scorsa il governo greco ha sospeso le visite e le attività delle organizzazioni non statali nei campi profughi per due settimane come misura preventiva contro la possibile diffusione del coronavirus. Significa limitare ancora di più la già precaria operatività e assistenza a ventimila persone.
«Costringere le persone a vivere a Moria come parte della politica di contenimento dell’Europa è sempre stato irresponsabile, ma con la diffusione del virus, è sul punto di diventare criminale», recita la dichiarazione allarmata di Msf. Un’evacuazione umanitaria a Moria è più che urgente, è necessaria.