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Inchieste
luglio, 2020

Ecco perché hanno ucciso Fabrizio Piscitelli, detto Diabolik

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Gli sgarbi agli altri clan, la spartizione del territorio, gli accordi dei rivali, i soldi a Dubai e il sogno di sostituire Massimo Carminati. Dall'inchiesta sulla morte del narcotrafficante e ultras emerge uno spaccato preciso dei movimenti della criminalità romana

A Roma tutto appare eterno ma tutto scorre veloce. La città che nacque da un fratricidio ha sempre fatto delle congiure e dei regolamenti di conti una sua costante, quasi una regola che ha attraversato i suoi 2.773 anni di vita. Niente resiste sotto il sole della città, forse solo le scritte sui muri che celebrano eroi senza virtù e capi senza eserciti. “Non esiste la mafia” dentro al pomerio perché nella capitale niente ha il nome che dovrebbe avere e tutto si mantiene su un sottile equilibrio sempre pronto a spezzarsi.

 

È passato quasi un anno da quando Fabrizio Piscitelli detto “Diabolik”- neofascista, bombarolo, capo degli ultras della Lazio, usuraio e narcotrafficante - è stato freddato con un colpo di pistola calibro 7,65 che gli ha centrato la testa trapassandola all’altezza dell’orecchio sinistro e lasciandolo senza vita su una panchina del Parco degli Acquedotti in via Lemonia, zona Tuscolana. Era il 7 agosto 2019, lui aveva 53 anni. E oggi l’immagine del suo corpo riverso a terra e rivestito di una coperta sembra la rappresentazione simbolica di quanto sia complesso il mondo della criminalità organizzata romana.

 

Fabrizio Piscitelli aveva due identità intrecciate fra loro: da un lato il capo tifoso “identitario” e fascista; dall’altro il pregiudicato, capo di una organizzazione criminale che solo lo scorso novembre è stata smantellata. In mezzo a queste due identità c’è quel serraglio di rapporti in cui vanno ricercati i nomi dei mandanti e dell’esecutore del suo omicidio.

 

Di quest’ultimo si sa che è un uomo atletico, intorno al metro e novanta di altezza, con una barba di media lunghezza, tatuaggi sul corpo, quel giorno nascosto da una calzamaglia e da una bandana verde: così l’autista di Piscitelli, il cubano Eliobe Creagh Gomez, lo ha descritto agli inquirenti. Gomez era seduto accanto al suo capo mentre questi veniva ucciso, ha visto chiaramente il killer e ha restituito agli investigatori un ritratto fedele. Questa, tra l’altro, sembra essere una prima incongruenza della vicenda: è il primo caso di un omicidio in modalità mafiosa in cui l’assassino risparmia il guardaspalle della vittima, rischiando così di essere riconosciuto.

 

Diabolik è stato ammazzato più dagli amici che dai nemici, pensano gli inquirenti. E la sua uccisione è stata concordata da tutti i principali clan che operano a Roma perché «nella capitale se non si è d’accordo non si ammazza un capo alla luce del sole senza che scoppi una guerra», racconta un ex terrorista di destra. Secondo voci insistenti il killer di Diabolik potrebbe essere già agli arresti per altri reati, cioè si nasconderebbe tra i tanti nomi che appaiono nelle diverse operazioni concluse dagli investigatori nei mesi successivi all’accaduto.

 

Nell’ordinanza che ha portato all’arresto di 57 membri dell’organizzazione di Diabolik nell’ambito dell’inchiesta “Grande Raccordo Criminale” si vede chiaramente quanto il «vorticoso giro di affari legato alla regolare e continuativa compravendita di ingenti quantitativi di stupefacente», il controllo territoriale e l’usura fossero il volano di Piscitelli per tentare di sostituire Massimo Carminati nello scacchiere della criminalità romana. E proprio questo tentativo di ascesa gli è stato fatale: “radio carcere” da sempre guarda con diffidenza chi viene dal mondo delle curve, sa che spesso gli ultras fanno il doppio gioco, hanno rapporti con le forze dell’ordine (di cui talvolta sono informatori) e per loro lo scambio di favori è all’ordine del giorno: per questo motivo il pedigree criminale di Diabolik lasciava perplessi i capi di camorra e ’ndrangheta che agiscono su Roma. Nella mole di intercettazioni ambientali contenute nell’ordinanza si comprende inoltre quanto l’indole di Piscitelli fosse narcisistica e mettesse in pericolo l’intera organizzazione, anche con spedizioni punitive e richieste costanti di “punire” gli insolventi.
 

Fabrizio Piscitelli

 


In più, c’era un fiume di soldi prestati a strozzo che Piscitelli faceva gestire dal complice Fabio Gaudenzi detto “Rommel”, finito poi a processo per usura proprio con Carminati e con il suo numero due Riccardo Brugia. Questa massa di denaro veniva ripulita e poi trasferita altrove, all’estero. Gaudenzi, all’interno di questa organizzazione, avrebbe agito con il ruolo di fiduciario di Diabolik e del suo clan.

 

Il cassiere di Piscitelli, secondo quanto si legge nelle informative, era invece Alessandro Telich detto “Tavoletta”, mago dell’informatica e a capo di una società che operava nel settore dei dispositivi di comunicazioni criptati, strumenti tecnologici che erano a disposizione del gruppo e che hanno reso molto difficoltose le indagini. Telich viveva tra Roma e Dubai prima di essere arrestato proprio nell’emirato, dove confluivano i soldi dei proventi illeciti.

 

Il sodalizio tra Piscitelli e Telich è sempre stato al centro di scontri interni al gruppo, in particolare modo con l’altra colonna dell’organizzazione criminale rappresentata da Fabrizio Fabietti, un pezzo grosso che gestiva il traffico di droga e lo smercio territoriale nonostante si trovasse agli arresti domiciliari assieme alla moglie.

 

Tutti sapevano che la gestione del patrimonio era un tabù e un punto di potenziale attrito. La condanna a morte per Diabolik sarebbe arrivata proprio per aver distratto fondi che sarebbero dovuti essere oggetto della ripartizione territoriale tra le diverse organizzazioni: una distrazione, spesso raccontata come “prestito non restituito”.

 

Per operare in molti territori infatti le cosiddette organizzazioni minori, come quella costituita da Piscitelli, devono girare parte dei proventi all’organizzazione “madre”, una somma che può arrivare fino al 20-25 per cento dei ricavi. Soldi che - da quanto rivela all’Espresso una fonte - Piscitelli non aveva alcuna intenzione di restituire: «Fabrizio diceva sempre che Roma era dei romani e che gli altri dovevano essere ospiti», rivela la fonte. «Lui portava rispetto solo ai Senese, aveva quasi una ossessione per loro. Gli altri pensava che fossero manovalanza di bassa lega. Gli impicci maggiori li ha avuti dagli albanesi che lui ha messo dentro pensando di poterli trattare come schiavi e che invece dopo Mafia Capitale hanno alzato la testa, cercando di imporre la loro roba e la loro modalità».

 

Sarebbero stati tutti d’accordo quindi nell’uccidere Piscitelli, colpevole non solo di aver pestato i piedi a clan più potenti ma anche di non essere affidabile. Del resto nelle intercettazioni ambientali dell’inchiesta sono numerose le occasioni in cui Piscitelli fa riferimento all’idea di «mandare bevuto» qualche avversario criminale.

 

Il teatro dell’omicidio, poi, rappresenta una firma inequivocabile, perché la zona Tuscolana è da sempre feudo dei Casamonica e territorio di controllo indiretto della camorra.

 

Le ore precedenti l’omicidio evidenziano che l’agguato era stato ben pianificato e che quel giorno Piscitelli non aveva alcun sospetto di poter diventare una vittima. Il 7 agosto, intorno alle 17 e 30, l’ultimo ad incontrarlo fu G. I., (in seguito prosciolto dopo essere stato sospettato di essere uno dei “cassieri di Carminati” nell’inchiesta Mafia capitale). I. ha raccontato agli inquirenti di essere rimasto per un’ora in compagnia di Piscitelli e del suo autista, trovandolo «stanco ma sereno» e con l’unica preoccupazione di «non sapere a chi lasciare i cani per le vacanze estive». Secondo quanto riferito da I., Piscitelli non aveva ricevuto chiamate ma scambiava messaggi con qualcuno, fino a quando, dopo un’ultima occhiata al cellulare, disse al suo autista «andiamo a st’appuntamento che poi andiamo ad Anzio» (dove era atteso per una festa in barca, alla quale naturalmente non è mai arrivato).

 

Il tessuto di connessioni che lega la morte di Piscitelli alla nuova spartizione del territorio romano è molteplice e sembra il terreno su cui gli inquirenti si sono mossi fino a questo momento, con la difficoltà propria di chi si trova davanti una evoluzione della canonica organizzazione criminale, dove la capacità di invisibilità di Diabolik, e i suoi doppi giochi, hanno reso torbide le acque anche dopo la sua morte.

 

Appare significativo in questo contesto anche lo scioglimento del gruppo della curva della Lazio “Irriducibili”, avvenuto negli scorsi mesi. Secondo molti questo gruppo era un contenitore “sporco” agli occhi della criminalità organizzata, che voleva continuare a controllare il territorio dopo la morte di Piscitelli. Anche sotto le insegne degli “Ultras Lazio” il gruppo continua tuttavia a occupare una sede Inail in via Amulio, oggetto di uno scambio immobiliare di occupazioni con Forza Nuova e con il suo leader Giuliano Castellino, che recentemente ha smentito di aver mai conosciuto Diabolik. Fatto assai singolare, tra l’altro, vista la vicinanza politica tra i due neofascisti romani.

 

La vita e la morte di Piscitelli raccontano un modello del tutto autoctono della criminalità nella capitale, un modello associativo violento, complesso e che ha avuto sempre l’astuzia di cambiare volto, un modello che era inviso a tanti proprio per la scarsa affidabilità del suo capo. Che - come Renato De Pedis, ultimo caso di boss freddato in pieno giorno a Roma - è caduto per mano di vecchi amici diventati nuovi nemici perché nella città nata da una lama le alleanze si affossano a colpi di tradimenti.

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