15 giugno 2017, Senato. In un’aula molto accesa inizia l’esame del testo di riforma della cittadinanza, approvato oltre due anni prima alla Camera. Dalla tribuna del Senato spuntano i volti di Paula, Fioralba, Sonny, Chouaib e altre attiviste e attivisti del movimento Italiani senza cittadinanza, insieme a rappresentanti delle associazioni della campagna per i diritti di cittadinanza L’Italia sono anch’io. Seguono i lavori con l’apprensione di chi sa che si sta giocando la partita della propria vita.
Paula, giornalista, è in tribuna perché aspetta quel momento da oltre dieci anni. Non vuole che altri come lei restino cittadini stranieri nonostante siano cresciuti nelle scuole italiane. Per questo ha fondato il movimento Italiani senza cittadinanza e guida la delegazione. È arrivata in Italia dal Cile all’età di 7 anni e dopo un rifiuto per questioni legate al reddito ha ottenuto la cittadinanza a 33 anni. Quarantenne, sono più anni passati con il permesso di soggiorno in tasca che da italiana. Accanto a lei c’è Sonny, ballerino nato in Italia che non ha mai preso la cittadinanza perché, compiuti d diciotto anni, non sapeva di avere solo un anno di tempo per poterla chiedere. Ormai deve seguire l’iter di qualsiasi cittadino straniero. Nascere qui non gli è bastato.
Fioralba è cittadina albanese: trentenne, ha fatto le scuole in Italia da quando ha 11 anni. È sempre stata in prima linea quando si tratta di raccontare la sua storia affinché si comprenda che dietro una riforma che sembra sempre possa aspettare ci sono delle vite che si bloccano. Chouaib è arrivato a pochi mesi e anche lui non ha ottenuto la cittadinanza. Sono passati tre anni da quella discussione in Senato e ancora aspetta. Ci ha pensato il decreto sicurezza ad allungare i tempi di attesa della sua domanda. Si vada a dire a loro che non votare il testo nel 2017 non è stato imperdonabile. Loro c’erano. Si spieghi a loro perché sono stati lasciati soli in piazze semivuote e in aule piene di oppositori.
La calendarizzazione al Senato è stata una risposta politica ai numerosi appelli loro e di tutti quei figli e figlie dell’immigrazione che ci avevano creduto. Tardiva, perché il testo era stato approvato alla Camera il 13 ottobre 2015 con 310 voti a favore, 66 voti contrari e 86 astenuti. E ci sarebbe stato il tempo e una maggioranza, per quanto risicata, per concludere i lavori ben prima di arrivare allo scioglimento delle Camere. Ma in quei due anni di percorso accidentato c’erano le solite eterne campagne elettorali, la maggioranza in bilico e la paura di cadere su di un tema talmente divisivo da non essere mai il momento giusto per affrontarlo. Poi è seguita un’altra legislatura e un’altra maggioranza di Governo e forse si è capito che si poteva far prima e anche rischiare di cadere con valore.
La proposta era condivisa dai diretti interessati e dal terzo settore, prevedeva sia uno ius soli temperato, sia vie di accesso alla cittadinanza per i giovani cresciuti nel territorio, i quali alla maggiore età sarebbero rimasti stranieri pur avendo frequentato le scuole italiane.
Negli anni loro e altri giovani hanno mobilitato piazze e promosso campagne insieme alle associazioni. Hanno incontrato istituzioni, sviluppato proposte e svolto iniziative di sensibilizzazione. Ma soprattutto hanno raccontato le loro storie a chiunque fosse interessato a conoscere le problematiche di chi nasce e cresce da italiano di fatto ma non di diritto.
Grazie a loro si è parlato di cittadinanza come non mai, tanto da sembrare tutti esperti oggi di ius soli o ius culturae. Eppure le piazze di questi giovani e meno giovani sono state riempite principalmente da loro, dalle associazioni e da parti di quel mondo della scuola, alleato e interessato a conoscere le sorti dei propri alunni.
Assente la politica che pure prometteva una riforma, distratti pezzi della società civile, come si trattasse di una battaglia altrui e non di tutti. Loro c’erano e oggi possono dirlo. Le loro storie devono essere visibili, perché l’Italia non può comportarsi da matrigna con oltre un milione di figli suoi. Visibili, per essere ancora ascoltate e comprese da chi non le conosce. Ma nessuna storia, ricordiamocelo, può essere infinita.
Lucia Ghebreghiorges è attivista per i diritti di cittadinanza per i figli d’immigrati ha ricevuto diversi riconoscimenti pubblici per il suo impegno nel mondo dell’associazionismo. Dopo diverse esperienze giornalistiche, oggi si occupa di Comunicazione istituzionale e advocacy nel campo dei diritti umani. Autrice di racconti, ha pubblicato il racconto “Zeta” nell’antologia “Future”, a cura della scrittrice Igiaba Scego, edito da Effequ