
Una terra, quella libanese, martoriata prima da una guerra mai finita, poi dai conflitti settari interni che replicano i giochi di potere dei big del Medio Oriente, e infine dalla catastrofe economica in corso da oltre un anno e aggravata dal Covid-19, amplificata dall’incompetenza e dalla corruzione di una frastagliata classe politica. Una terra, infine, sbranata dall’esplosione nel porto di Beirut del 4 agosto, malapolitica o dolo lo vedremo, certamente goccia che rischia di far traboccare il vaso stracolmo di un popolo ferito e arrabbiato.
Nel 1978 l’Onu aveva approvato l’invio dei caschi blu per assicurare il ritiro delle truppe israeliane dal sud del Paese. Nel 2006, dopo la guerra dei 34 giorni tra il gruppo politico armato filo-iraniano Hezbollah e Israele, ha avuto inizio l’attuale missione Unifil, oltre diecimila soldati, mille civili e 45 nazioni coinvolte, finalizzata a mantenere il cessate il fuoco tra Libano e Israele, sancita dalla risoluzione dell’Onu 1701 e rinnovata ogni anno alla fine di agosto. Nell’ambito della missione di peacekeeping, all’Italia, che con oltre mille militari ha offerto il secondo maggiore contingente dopo quello indonesiano, è stata assegnata la guida operativa sul settore occidentale di quella delicata area compresa tra lo storico fiume Leonte e la linea blu che separa il Libano da Israele.
Dal luglio di quest’anno ha preso servizio la brigata Sassari al comando del generale Andrea Di Stasio. E italiana dal 2018 è anche la guida complessiva di quest’unica missione Onu con una componente marittima. Il comandante in capo, il quarto italiano in 14 anni, è il generale Stefano Del Col, classe 1961, una laurea, due master, ufficiale generale dei bersaglieri, già comandante del contingente italiano in Libano nel biennio 2014-2015: al telefono dalla base costiera di Naqoura, nel Sud del Libano, cuore delle operazioni Unifil, ricapitola la tragedia in cui è sprofondato il Paese. «Il Libano ha attraversato varie fasi complesse», spiega il generale all’Espresso, «ma nell’ultimo anno ha subito addirittura tre avvenimenti diversi. Innanzitutto un susseguirsi delle proteste di piazza, pacifiche quelle dello scorso autunno che hanno fatto cadere il governo Hariri, violente quelle di queste giorni che hanno fatto cadere il governo Diab. Una gravissima crisi economica che ha decimato il valore del dollaro libanese e mandato la popolazione, anche benestante, sul lastrico. E poi il Covid che, se fino a dieci giorni fa era stato portato sotto controllo, ora è esploso di nuovo».
Le deflagrazioni del 4 agosto aggravano l’intero tragico contesto. In quanto Unifil come avete reagito?
«Una delle nostre sei navi, quella del Bangladesh, era nel porto di Beirut ed è stata pesantemente danneggiata, con 21 dei suoi marinai feriti, due gravemente. Ma i sei elicotteri italiani di Italair si sono innalzati a pochi minuti dalle esplosioni e hanno cominciato subito a evacuare i feriti. La mia prima preoccupazione è stata quella di mettermi in contatto con le parti per mantenere calma la situazione nel sud, a nord della linea blu, quella che separa in via temporanea il Libano da Israele. Soprattutto visto che sui social libanesi si stavano diffondendo voci che attribuivano a Israele la responsabilità del disastro. Se crolla il Sud, in Libano torna la guerra. Noi siamo i custodi di questa linea blu. Poi per fortuna sia Gerusalemme sia Beirut hanno smentito il coinvolgimento israeliano e ora sulle cause è in corso un’indagine libanese».
La missione Unifil è attiva da 14 anni, al costo di quasi 500 milioni di dollari l’anno. L’obiettivo della risoluzione, la pace tra Libano e Israele, appare lontano. Gli Usa avevano cominciato a chiedere l’autunno scorso una revisione dei numeri del contingente Onu...
«Ci sono dei fatti che devono essere considerati. Da 14 anni non c’è la guerra in Libano. Ci sono stati degli episodi, vero, ma sono stati subito ricomposti. Questo vuol dire che la presenza Unifil è garanzia di stabilità nel sud del Paese. Noi facciamo da collegamento tra le parti. Ogni tre settimane si riunisce il tripartito presieduto da me: in una stanza s’incontrano i nemici, i capi libanesi e quelli israeliani, e attraverso di me parlano degli eventi per evitarne l’escalation. Agiamo in maniera trasparente e imparziale, che non vuol dire neutrale perché la neutralità implica l’inazione. Le parti guardano a noi come ai guardiani della stabilità, coloro che affrontano non solo le conseguenze militari ma anche politiche di un incidente. Il mio obiettivo è che prima o poi possano firmare un accordo di pace».
Lei è sostanzialmente un mediatore in capo...
«Sì. Il Libano non riconosce Israele e quindi è difficile fare pace immediatamente. Ma il mio obiettivo, se me lo consentono le parti perché noi non siamo autorizzati né a disarmare le milizie né a entrare nella proprietà privata, è quello di cercare di ridefinire la linea blu nel miglior modo possibile, restituendo ai libanesi quella porzione di territorio che dicono essere loro, 13 piccole aeree a sud della linea blu, che poi è lunga solo 120 chilometri, e riconoscendo dei territori a Israele. Ad esempio Israele è in infrazione permanente della risoluzione Onu a Ghajar, perché la linea blu passa al centro del Paese e gli israeliani dichiarano loro la cittadina conquistata nel 2006».
Intanto però Israele viola continuamente la risoluzione 1701 con i suoi voli extraterritoriali, con le sue incursioni...
«Le violazioni di Israele le comunichiamo ogni giorno e ogni quattro mesi sono valutate all’interno del Consiglio di sicurezza dell’Onu che commenta sull’andamento della risoluzione. Ma sono le parti che hanno la responsabilità di evitare l’incremento delle tensioni. Le accuse rimpallate da un lato all’altro della linea blu sono continue. Noi di Unifil facciamo 450 attività al giorno, marine terrestri, dalla pattuglia appiedata alla cooperazione civile. Lavoriamo anche nei villaggi dove impieghiamo 400 mila dollari di budget Onu per l’assistenza alle popolazioni».
Un compito, quest’ultimo, in cui gli italiani si distinguono?
«Devo dire che gli italiani sono proprio dei bravi peacekeeper, in questo momento anche attenti più di altri alle misure di prevenzione anti Covid. Dal 2006 l’Italia è impegnata nel coordinamento del settore ovest e il suo modello di coinvolgimento dei sindaci, del rispetto delle etnie e religioni diverse, funziona bene: la popolazione si fida e la fiducia è l’elemento fondamentale per muovere verso il passo politico successivo».
Alla luce degli ultimi avvenimenti, qual è la priorità immediata?
«Nell’immediato l’emergenza umanitaria. Poi il Paese dovrà risolvere la crisi economica e riempire il vuoto politico. Deve formarsi un nuovo governo, cosa possibile soltanto se le parti sapranno dialogare tra loro, e poi noi dell’Unifil vedremo come lavorare con il nuovo governo verso la pace. Intanto siamo pronti ad assistere l’esercito libanese, usando sia i militari sia i civili, circa 900 tra staff Onu e libanesi. L’Onu da sempre ha due linee di azione: quella umanitaria e quella delle forze armate».
Il Libano oggi ha disperatamente bisogno di entrambe.