Presentato a Berlino nel 1967. E poi dimenticato. Torna al Torino Film Festival l'opera profetica di Giovanni Vento che univa il racconto del disagio dei giovani e del razzismo degli italiani

Alzi la mano chi si ricorda di Giovanni Vento, storico del cinema, documentarista e regista di un film che avrebbe cambiato la storia dei rapporti fra l’Italia e i suoi cittadini afrodiscendenti se qualcuno avesse avuto il coraggio di distribuirlo. Intitolato proprio “Il nero”, quel film anomalo e coraggioso, ritmato dal jazz di Piero Umiliani e Gato Barbieri, riemerge oggi dall’oblìo grazie al Museo del Cinema di Torino che ne ha ritrovato una copia appartenuta a Emilia Vento, figlia del regista.

Restaurato dal Museo e dalla Compass Film, “Il nero” verrà presentato durante il prossimo Torino Film Festival, diretto quest’anno da Stefano Francia di Celle. Riscopriremo così un piccolo esempio di nouvelle vague italiana che dopo l’anteprima a Berlino nel 1967, accanto a “Prima della rivoluzione” di Bernardo Bertolucci e “Chi lavora è perduto” di Tinto Brass, sparì nel nulla nonostante la lunga mobilitazione di intellettuali e cineasti (leggendaria la tavola rotonda della rivista Cinema Nuovo e del Movimento studentesco organizzata da un giovanissimo Goffredo Bettini a Roma nel 1969).

Non si pensi a un film di denuncia però. Costruito come un mosaico di storie quotidiane sullo sfondo di una Napoli scanzonata e distratta, “Il nero” segue le peripezie di due “figli della Madonna”, come allora venivano detti i giovani nati dopo la guerra a Napoli da militari afroamericani. Ma è un film sulla gioventù, dominato da due afroitaliani che non avrebbero più recitato, Mario Monaco e Silvano Manera, e da un’impertinente Orchidea De Santis, allora men che ventenne, doppiata nelle scene di canto da Laura Betti.

Cui va aggiunta la nigeriana Joy Nwosu, oggi musicista e cantante lirica, all’epoca «una delle decine di migliaia di giovani borsisti che nei primi anni ’60 i nuovi stati africani inviarono in Europa», come ricorda lo studioso Leonardo De Franceschi. Pochi anni dopo infatti Nwosu avrebbe pubblicato un pionieristico volumetto intitolato “Cinema e Africa nera”, ora riedito da Aracne a cura di De Franceschi, stigmatizzando l’indifferenza e il razzismo più o meno involontario che ancor oggi inquinano gli schermi.

Girato fra il ’65 e il ’66, un occhio a “Ombre” di Cassavetes e una manciata di citazioni a scandire le giornate dei protagonisti (Ginsberg e Baldwin, Hitchcock e Truffaut), “Il nero” «allude anche alla mancata riflessione dell’Italia sul suo colonialismo», ricorda De Franceschi, ma senza mai alzare la voce. Con lo sguardo lungo di chi sa conciliare scene umoristiche “rubate” dal vero ad altre filmate nei sinistri campi profughi per africani che ancora sorgevano fra Capua e Aversa.

A lungo aiuto di Lizzani e complice di Zavattini, Vento, scomparso tragicamente a soli 52 anni nel 1979, veniva dal documentario (tra i suoi titoli “Africa in casa”), ma intuiva che il razzismo era parte di un più generale disagio destinato a esplodere di lì a poco nel ’68. Che un film tanto in anticipo, il primo e forse anche l’ultimo nella storia del nostro cinema con protagonisti neri, sia stato rimosso, in fondo è logico. La troupe tv che appare ogni tanto, impegnata a realizzare un servizio sui figli della Madonna, sta lì a ricordarci che oggi come ieri «i neri sono stretti tra due fuochi: da un lato l’invisibilità e l’esclusione, dall’altro un’ipervisibilità fatta di stereotipi e luoghi comuni» sintetizza de Franceschi. La strada è ancora tutta in salita.

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