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Le sette vite di “Harlem”, film razzista girato dal fascismo e trasmesso in tv fino a trent’anni fa

Torna alla luce la controversa avventura di un kolossal di propaganda, antisemita e antiamericano, girato tra il ’42 e il ’43. Una pagina della storia del cinema da riscoprire

Ci sono film che col tempo diventano la classica punta dell’iceberg. In superficie appare solo ciò che autori e produttori hanno deciso di mostrarci, intreccio e personaggi, testo e sottotesto. Ma in profondità balenano luci e ombre che una volta messe a fuoco raccontano tutt’altra storia. Una storia più tragica, più imprevedibile, soprattutto più vera. E mille volte più istruttiva di qualsiasi sceneggiatura. Anche perché destinata, nel tempo, a incrinare vecchie certezze e luoghi comuni.

 

Dietro la sagoma sinistra di “Harlem”, kolossal di regime diretto tra il 1942 e il 1943 dal navigato Carmine Gallone, si intravede infatti un’epopea gloriosa e miserabile. Una saga in cui si riflette la fine di un’epoca popolata da protagonisti autarchici e maneggioni, da comprimari che tentano di afferrare la grande occasione, o almeno di portare a casa la pelle. E da un esercito di comparse, in senso letterale stavolta, prelevate senza tanti complimenti dal campo profughi allestito durante la guerra proprio a Cinecittà, l’unico luogo in cui allora si potevano trovare africani in abbondanza e a basso costo. In accordo con un progetto nato all’insegna del più sfacciato razzismo e antisemitismo, e di una campagna contro gli Usa che in quel fatidico 1943 si sarebbe rivelata un’arma a doppio taglio.

 

A resuscitare quel film oggi noto solo agli storici, ma negli anni ’80 regolarmente proposto dalla Rai come innocua pellicola d’evasione, è Luca Martera, studioso, documentarista e soprattutto straordinario setacciatore di archivi, in un volume che farà discutere per la massa di documenti trascurati o addirittura inediti con cui illumina i retroscena di quel progetto che oggi riapre piaghe con cui non abbiamo mai fatto i conti davvero, a partire dal razzismo e dal periodo coloniale. Senza dimenticare la clamorosa lista d’epurazione compilata nel ’44 da un comitato in cui siedono fra gli altri Visconti e Mario Soldati, che vede fra i nomi da epurare anche Rossellini e Sergio Amidei, futuro sceneggiatore di tanti capolavori del Neorealismo (“Harlem - Il film più censurato di sempre”, La Nave di Teseo/Centro Sperimentale di Cinematografia, 352 pagine, 22 euro).

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Interpretato da divi dell’epoca come Amedeo Nazzari, Osvaldo Valenti, Vivi Gioi, Elisa Cegani più un esordiente Massimo Girotti, non ancora consacrato da “Ossessione” di Visconti, “Harlem” fu soprattutto fortemente voluto dall’arcifascista Luigi Freddi, potente Direttore generale della Cinematografia, fedelissimo di Mussolini dai tempi della Marcia su Roma e secondo alcuni storici coinvolto perfino nel delitto Matteotti.

 

Fu Freddi infatti a mettere in cantiere questa storia di boxe e gangsterismo con match all’ultimo sangue fra un pugile italoamericano e un campione afro ambientata in una New York tutta ricostruita nel Teatro 5 di Cinecittà, quello che molti anni dopo diventerà la casa di Fellini, mentre per gli esterni vennero (autarchicamente) saccheggiati cinegiornali Usa, stando ben attenti a non mostrare mai la Statua della Libertà. Ed era stato sempre Freddi, ras dei telefoni bianchi e ispiratore dei film coloniali di impianto avventuroso-hollywoodiano girati negli anni ’30, “Equatore”, ”Abuna Messias”, “Lo squadrone bianco”, “Luciano Serra pilota”, a intuire il potenziale di quella vicenda ambientata negli Usa del 1935, dunque gonfia di allusioni alla guerra d’Etiopia e a un passato che il pubblico allora coglieva al volo.

 

Dietro il match fra Girotti e un campione di colore c’era infatti il vero incontro per il titolo mondiale dei pesi massimi «tra il gigante in camicia nera Primo Carnera e l’afroamericano Joe Louis», disputato davvero allo Yankee Stadium nel giugno 1935, dunque alla vigilia dell’invasione italiana dell’Abissinia, con «tafferugli tra italoamericani filofascisti e neri di Harlem, appoggiati nella loro protesta anche da un gruppetto di fuorusciti italiani comunisti e antifascisti», come riassume Martera. Da qui alla scelta di rappresentare in tutto il film i tifosi afroamericani come belve schiumanti di rabbia contro gli italiani, soffiando sul fuoco di un razzismo che così trapassava in odio antiamericano, il passo era breve.

 

Ma il bello, come il libro non smette di sottolineare, è che nelle recensioni dell’epoca, anche quelle firmate da nomi illustri come Giuseppe De Santis e Antonio Pietrangeli, futuri grandi registi, tutte puntualmente riportate, di questo non c’è quasi traccia. Come se il sottotesto politico, il razzismo trionfante, insomma il contesto più bruciante di quegli anni, fosse qualcosa che non meritava commento o che forse non conveniva sottolineare. Mentre era senz’altro più elegante (e meno rischioso) strapazzare il film per la sua scarsa finezza, sorvolando sul messaggio.

 

Curiose omissioni, nota con malizia Martera, che del resto non perde occasione per sottolineare i tanti nomi illustri arruolati dal generalissimo Freddi nel suo kolossal di propaganda. Bocciato perché troppo cauto il primo soggetto di Steno e Lucio De Caro, che avevano retrodatato tutto al 1934, il plenipotenziario del duce nel cinema aveva infatti assunto come sceneggiatori un plotone di grandi firme, alcune delle quali piuttosto sorprendenti: da Emilio Cecchi e Giacomo Debenedetti (non accreditato per via delle leggi razziali) a Sergio Amidei, futuro sceneggiatore di “Roma città aperta” e “Ladri di biciclette”, celebre per il caratteraccio e per il cuore a sinistra, ma pur sempre sceneggiatore (svogliato, si difendeva lui) di film di ogni genere durante il Ventennio, spesso con l’aiuto proprio di Debenedetti che non potendo firmare faceva volentieri da “negro”, come si diceva allora (con attacchi furibondi sui fogli di regime anche a firma di Giorgio Almirante, futuro segretario Msi).

 

Freddi infatti doveva compensare la ritirata strategica del più grande regista in servizio, Alessandro Blasetti, che con una lunga missiva tutta tormenti e salamelecchi riesce a sfilarsi in extremis da quel progetto imbarazzante. L’arrivo alla regia di un uomo per tutte le stagioni come Carmine Gallone, detto “Sciupone l’africano” per via di un altro kolossal di regime di scarso successo, taglia la testa al toro. Ma “Harlem” è solo all’inizio di un percorso imprevedibile. Ancor prima del suo arrivo in sala, il Minculpop cerca di bloccarlo, temendo un antiamericanismo che nella primavera del 1943 suona come minimo avventato, specie agli occhi di quella cospicua fetta di regime che sta già pensando a come scaricare Mussolini e gestire l’inevitabile disfatta.

 

Sbloccato da Freddi con abili manovre di palazzo, “Harlem” esce finalmente il 24 aprile 1943. Il pubblico applaude, la stampa storce il naso ma solo un po’, intanto arriva il 25 luglio, Freddi viene arrestato ma viene rilasciato a settembre e prende la strada di Salò. Nel frattempo il film prosegue la sua marcia trionfale risultando il primo incasso nella stagione 1943-44, fin quando arrivano gli americani e con essi Pilade Levi, ebreo torinese fuggito negli Usa nel 1938 e ora sbarcato ad Anzio con il grande regista William Wyler. Alla testa della sezione cinema del PWB, la sezione stampa e propaganda delle forze alleate, il futuro capo della Paramount Italia sarà uno degli uomini chiave per la riconquista del nostro mercato nel dopoguerra. Per ora impone il sequestro di tutte le opere di propaganda e “Harlem”, che ha nel cast Osvaldo Valenti, chiacchieratissimo divo di regime destinato a essere fucilato dai partigiani, non sfugge alla mannaia.

 

Siamo insomma al centro del vortice più torbido di un periodo che pochi, in seguito, avranno voglia di esplorare. Ma su cui Martera, che dal suo libro trarrà un documentario, continua a indagare. «Non è un soggetto locale ma una storia profondamente internazionale che coinvolge americani, tedeschi, inglesi. Solo che in Italia siamo seduti da decenni su miti e concetti invecchiati. Freddi è morto nel 1977, dopo aver ricominciato a produrre negli anni ’50 con Rizzoli, ma nessuno è andato a intervistarlo. Così come nessuno ha scavato davvero negli intrecci economico-politico-militari tra il Neorealismo e quel mondo cattolico americano che lo favorì in chiave anticomunista. O ha visto il famigerato “Piazza Sansepolcro” di Gioacchino Forzano, un concentrato di antisemitismo girato nel 1943 ma mai uscito e letteralmente sparito nel nulla».

 

A differenza di “Harlem”, che nel ’47 tornò tranquillamente in sala dopo un robusto maquillage con il titolo di “Knock-Out” per favorire quei finanziatori che perfino nel periodo di Salò non avevano smesso di batter cassa. Oltre ai 30 minuti di tagli operati già nel 1944 per defascistizzarlo almeno un po’, il film fu infatti ampiamente ridoppiato. Anche se a ricordarci la continuità tra il Ventennio e l’Italia repubblicana, gli afroamericani che in originale avevano voci normali, nell’edizione del dopoguerra parleranno tutti come tanti zio Tom.

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