
Una quota si è rifugiata nell'astensione, un'altra con sensibilità più di sinistra è rientrata verso Pd e altri partiti d'area, un'altra ancora ha consolidato prima la Lega e poi Fratelli d'Italia, a destra.
Il Movimento ha abituato in questi due anni e mezzo l'opinione pubblica italiana a una serie di paradossi. Per prima cosa, ha dovuto archiviare il tratto che lo rendeva unico - l'alterità rispetto alla «vecchia politica», l'aspirazione a non allearsi mai con nessuno. Sul livello locale, peraltro, gli esperimenti elettorali di coalizione non hanno portato grandi frutti. L'intesa giallo-rossa si è materializzata in due regioni (storicamente favorevoli sia al centrosinistra sia al 5 Stelle, Umbria e Liguria) e in entrambe le regioni è stata sconfitta dal centrodestra. Anche i tentativi di alleanze con liste civiche, come in Calabria, si sono rivelati un insuccesso. Oggi il M5S fatica a proporsi come “altro”, come “diverso” dagli altri partiti e questa è una delle motivazioni di fondo del dimezzamento del suo consenso (dal 32,7% delle politiche al 17,1% delle europee al 15% della Supermedia YouTrend di gennaio 2021).
L'altra contraddizione è che un Movimento a lungo descritto come plurale, partecipato, quasi acefalo dopo l'uscita di scena di Grillo ha in realtà riscoperto la centralità di una leadership, quella di Giuseppe Conte, oggi al tempo stesso espressione dei 5 Stelle e a loro esterno.
E benché i dati oggi ci dicano che l'elettorato del M5S è oggi iper-contiano, anche in relazione alla soluzione della crisi politica (il 73% invoca un Conte ter e il 75% preferirebbe non riaprire un dialogo con Renzi, secondo Emg), il premier uscente sembra sempre meno intenzionato a farsi ingabbiare politicamente dal Movimento. Che si arrivi o meno a una lista con il suo nome, il valore aggiunto attuale di Conte sta nella trasversalità e nella capacità di parlare a mondi che farebbero molta più fatica a riconoscersi in Di Maio, Crimi o Di Battista.
Lorenzo Pregliasco, YouTrend