Dalle carte dell’indagine della procura di Ragusa che lo scorso primo marzo ha fatto scattare alcune perquisizioni a otto componenti della Ong Mediterranea, in qualità di armatori della nave Mare Jonio, (tra questi Giuseppe Caccia, Luca Casarini e il comandante Pietro Marrone) emergono alcuni passaggi che stanno facendo discutere all’interno del mondo del volontariato che da anni si batte per salvare vite in mare.
L’indagine riguarda un fatto avvenuto lo scorso settembre, quando a largo di Pozzallo 27 migranti, che da 37 giorni si trovavano sul ponte della nave mercantile Maersk Etienne dopo essere naufragati a bordo di un barcone, vennero trasbordati sulla Mare Jonio e portati in porto. Secondo la procura dopo un accordo di tipo commerciale, con un compenso per la ong di 120 mila euro. Pagamento confermato dalla società mercantile, ma con un bonifico «in assoluta trasparenza» e come ristoro per le spese affrontate da Mediterranea nei giorni successivi.
Secondo la procura guidata da Francesco D’Anna, che ha avviato una indagine per «favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e violazione alle norme del codice della navigazione», i 27 migranti non sarebbero stati in pericolo di vita né in una situazione di necessità, e quindi nel caso specifico i diritti del migrante sono superati dalle norme che regolano i flussi migratori. Una tesi che, in soldoni, farebbe prevalere le norme sui flussi migratori sempre, a meno che il migrante non sia in mare e in pericolo di vita. Ma, si stanno chiedendo molti nel mondo delle ong e delle associazioni umanitarie, dopo 37 giorni sul ponte di una nave mercantile, sotto il sole e la pioggia, non si è in pericolo e in grave stato di necessità? Scrive la procura di Ragusa nell’ordinanza: «...Il caso che qui occupa suggerisce la necessità di una più approfondita verifica della supposta preminenza dei diritti del migrante rispetto al bene protetto dall’articolo 12 del testo unico sull’immigrazione (l’articolo che regola i flussi migratori, ndr), quando ci si trovi ad un intervento di soccorso propriamente surrogatorio (per un caso non sussumibile allo stesso articolo 10 della Convenzione di Londra che fa riferimento alla diversa situazione di persone che si "trovino in pericolo di perdersi in mare“), finalizzato, per giunta, alla riscossione di un cospicuo beneficio patrimoniale...».
E, ancora, prosegue la procura: «Si ritiene che, allo stato degli atti, il bilanciamento in concreto tra la tutela dei diritti del migrante/naufrago (alla integrità psicofisica ed agli altri diritti fondamentali) e la preservazione del bene giuridico della ordinata gestione dei flussi migratori debba lasciare prevalere il bene giuridico protetto dall’articolo 12 del testo unico sull’immigrazione, in un caso così particolare in cui manca l’ancoramento ad una situazione di effettivo pericolo in mare e si registra una pretesa sostituzione integrale dell’Autorità statale da parte di soggetti privati».
In un altro passaggio la procura aggiunge: «Va osservato che la giurisprudenza ravvisa pacificamente i requisiti dello stato di necessità nei soli casi di "pericolo in mare" e postula la attualità di un pericolo di perdita della vita da parte dei migranti: dato, questo, che rimane del tutto estraneo alla specifica situazione nella quale Mare Jonio si è trovata a confrontarsi con i 27 boat migrants visitati a bordo della Maersk Etienne».
Secondo queste tesi i migranti possono essere accolti in una imbarcazione solo se si trovano in mare. Anzi, in acqua.