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Inchieste
maggio, 2021

La rete di Ignazio La Russa tra affari ed elezioni

Il vicepresidente del Senato viene tirato in ballo per la bancarotta di un call center siciliano. E intorno al crac di Qè si muovono parenti, amici e professionisti di fiducia in una una famiglia allargata con agganci nell'ex impero Ligresti ed epicentro Paternò

Ignazio La Russa, piccolo azionista dell’Inter con 10 mila euro di capitale, ha festeggiato il diciannovesimo scudetto nerazzurro proprio mentre a Catania entra nel vivo il processo per la bancarotta di Qè, società di call center con sede nella zona industriale di Paternò, la città natale del vicepresidente del Senato.


La Russa, insieme ad alcuni suoi parenti e amici, è stato tirato in ballo dal principale sospettato, l’imprenditore bresciano Patrizio Argenterio, che a dicembre del 2019 è finito agli arresti su richiesta del pm catanese Fabio Aliotta per il crac Qè. Nel processo che nasce dall’inchiesta “Who is”, il fondatore di Fratelli d’Italia con oltre mezzo secolo di attività politica alle spalle non è indagato e dichiara all’Espresso: «Non ho mai avuto alcun ruolo né interesse di alcun genere con il call center Qè».


Da accusato, Argenterio ha il diritto stabilito per legge di mentire per difendersi. Ma dal suo racconto della vicenda, circostanziato e spesso riscontrabile con dati documentali, si delinea una gestione della politica fra la Sicilia e Milano che ha creato migliaia di posti di lavoro attraverso una rete di influenze. La gratitudine elettorale, in questo caso, è andata a braccetto con una bancarotta ma solo la seconda è perseguibile penalmente.

 

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La vicenda di Qè e di altri call center che in seguito hanno proliferato nel catanese è un caso da manuale di come ha funzionato per anni il “sistema Paternò” e di come continui a intrecciare clientele rese più facili dalla fame di lavoro grazie a rapporti alto-basso con l’aristocrazia finanziaria e l’imprenditoria borderline.
La cittadina, che sfiora i 50 mila abitanti, è il punto di origine di un’epopea siculo-lombarda iniziata dall’avvocato Antonino La Russa, padre di Ignazio e dei suoi tre fratelli, in stretto contatto con un’altra famiglia locale, i Ligresti. Il risultato è una rete che ancora oggi, dopo la caduta dell’impero dell’ingegnere, costruttore e assicuratore Salvatore, tiene botta con la nuova generazione, che sta riemergendo a forza di assoluzioni dai suoi rovesci giudiziari.


Ignazio Benito Maria La Russa, 73 anni di cui 29 consecutivi passati in Parlamento, ex Msi, An e Pdl, è oggi il personaggio di maggiore spicco del gruppo, con le sue relazioni decennali al massimo livello a Milano, dove ha ereditato lo studio legale del padre, e a Roma, dove è la mente strategica del partito di Giorgia Meloni, e l’unico all’opposizione nell’arco parlamentare, in crescita vertiginosa nei sondaggi. Tutto questo senza dimenticare le sue origini nel paese alle pendici dell’Etna dove il centrodestra, alle elezioni politiche, locali o europee, non sbaglia mai un colpo, forte delle migliaia di posti di lavoro dei contact center che lavorano per grandi committenti (Inps, Inail, Enel, Tim, Sky, Regione Lombardia) nell’area della città metropolitana di Catania. Non solo a Paternò, ma anche a Biancavilla, Misterbianco, Adrano, Belpasso, Santa Maria di Licodia, Motta Sant’Anastasia.

PARENTI SERPENTI
In attesa dell’udienza preliminare fissata ai primi di giugno il pubblico ministero Aliotta ha avuto a disposizione oltre un anno per sviluppare le indicazioni messe a verbale da Argenterio il 17 gennaio 2020, cioè quaranta giorni dopo l’arresto dell’imprenditore cresciuto, come tanti dalle sue parti, nel settore metallurgico (Zenith). Nelle prossime settimane si capirà se il buco di Qè è di 14 milioni di euro, secondo le valutazioni della procura e della Guardia di finanza, o di 1,4 milioni, secondo la tesi di Argenterio.
Le radici della vicenda risalgono al 2009 quando Argenterio è ad di Wave contact, che fa capo a una holding di consulenza e servizi Ict con sede a Brescia e impiega un migliaio di dipendenti. Il grosso dei ricavi della società (50 milioni di euro nel momento di massima espansione) arriva dalle forniture al gruppo Fonsai di Salvatore Ligresti. Il gruppo Wave gestisce il sistema di informatizzazione sui sinistri auto della compagnia assicurativa, che ha 8 milioni di clienti. È un bacino enorme ottenuto grazie a uno dei soci di Wave, Omar Bonomelli, anche lui bresciano e al tempo consorte di Jonella Ligresti, figlia di Salvatore conosciuta sui campi di equitazione dove la coppia si esibisce con ottimi risultati.

 

Marco Osnato, marito di una figlia di La Russa, deputato Fdi e già cpaogruppo di An in Regione Lombardia


All’inizio del 2009 al gruppo dei bresciani viene proposta per l’acquisto la società milanese Midica, impiombata da milioni di euro non versati all’erario. È un’offerta che non si può rifiutare per chi deve commesse e carriera agli imprenditori di Paternò. Il principale azionista di Midica è infatti Gaetano Raspagliesi, nisseno di Mazzarino ma paternese acquisito in quanto marito di Emilia La Russa, sorella di Vincenzo, Romano e Ignazio che in quel momento è ministro della Difesa del governo Berlusconi.


Anche Raspagliesi vive sulla bipolarità geografica tra Paternò e la Lombardia tanto che a seguire i suoi affari è il commercialista milanese Massimo Enrico Corsaro, ex assessore regionale che in quel momento è deputato del Pdl. La Midica ha sede nello studio milanese Corsaro-Ruberto di via Vittor Pisani dove non sono rare le visite di La Russa che dice: «Conosco bene Corsaro per antica e perdurante amicizia addirittura risalente ai nostri genitori».


A marzo del 2009 Midica, a lungo schermata dietro la Compagnia fiduciaria nazionale, cede il ramo d’azienda del call center alla neocostituita Qè, sintesi fonetica della frase “chi è” in dialetto locale. In quel momento sia Midica sia Qè fanno capo a Raspagliesi che con i suoi debiti verso lo Stato rischia di procurare una brutta figura al cognato, esponente di primo piano del governo di centrodestra.


Così parte una girandola di sostituzioni da fare invidia a un’amichevole di mezza estate. Durante il 2009 la neonata Qè cambia proprietari una mezza dozzina di volte. A marzo appartiene ai Raspagliesi con una quota di Marco Osnato, marito della figlia di Romano La Russa che in quel momento è capogruppo di An al Pirellone. Ad aprile arrivano due soci di minoranza lombardi, Pietro Mancini e Angelo Scorletti. In maggio Raspagliesi viene avvicendato in Qè dalla Midica, ossia da se stesso, e da Mancini.

Marco Corsaro, commercialista in affari con La Russa


COSCHE AL TELEFONO
Fra un “cu è” e un “mi dica” a metà maggio 2009 arrivano i bresciani di Argenterio con la loro newco Yukti che nel giro di pochi mesi (gennaio 2010) passa da una quota del 20 per cento al controllo totale. Il gruppo dei bresciani chiude l’accordo nello studio di Corsaro, dove si fa vedere un altro esponente illustre dei paternesi con il pallino dei contact center. È Giovanni Catanzaro che, dopo essere passato dalla Sai di Ligresti alla guida di Lombardia Informatica, a maggio del 2011 viene nominato nel cda di Finmeccanica su proposta dell’azionista pubblico, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, e su suggerimento di La Russa.


Il prezzo per la cessione di ramo d’azienda è fissato in 3,4 milioni di euro che sistemano gli scoperti di Midica con il fisco. In contemporanea con l’accordo, nel 2010 Lombardia informatica apre un secondo call center nel catanese (Biancavilla) dopo quello paternese creato nel 2005 che ancora oggi gestisce il sistema di prenotazioni sanitarie della regione Lombardia.


A Paternò e dintorni ormai si concentrano alcune migliaia di posti di lavoro nei contact center. Sono posti pagati poco ma creano occupazione nella fascia giovanile, la più critica.


Per qualche anno Qè va bene. È in leggero utile e ricava intorno ai 10 milioni l’anno. Il tracollo avviene formalmente fra il 2014 e il 2015 quando il fatturato si dimezza ed emergono perdite superiori ai 6 milioni di euro, di cui 4 milioni dovuti a una «rivisitazione degli esercizi precedenti», come si legge nei bilanci.


Nel frattempo, c’è stato il terremoto. Salvatore Ligresti e i suoi tre figli hanno perso il controllo della holding Premafin a favore di Unipol e sono finiti sotto inchiesta per falso in bilancio e manipolazione del mercato. I nuovi proprietari del gruppo assicurativo Fonsai tagliano la commessa alla società di Paternò. Secondo il controllo di gestione del gruppo bolognese, diretto da Maurizio Castellina, i servizi dell’azienda siciliana costano troppo. È il conto alla rovescia verso la fine, nonostante l’arrivo di un nuovo socio locale, Franz Di Bella, che finisce per litigare con la Yukti di cui pignora le quote. A giugno del 2017 per Qè arriva la dichiarazione di fallimento. Il 5 dicembre 2019 Argenterio è messo agli arresti e subisce il sequestro di 2,4 milioni di euro.


Non va troppo bene neanche alla Midica che nel 2011 Raspagliesi cede a Paolo Ruffino, torinese con base nell’hinterland di Milano. Un altro Ruffino in affari con Raspagliesi, Andrea, l’anno dopo è arrestato e condannato per le infiltrazioni del clan ‘ndranghetista dei Bellocco di Rosarno nella sua Blue Call, un altro contact center a Paderno Dugnano.


Nell’inchiesta partita nel 2012 dalle procure di Milano e Reggio Calabria Antonio Longo, fiduciario svizzero del boss rosarnese Domenico Bellocco, cita al telefono il motto «le azioni si pesano e non si contano». Ironia della sorte, la frase è attribuita a Enrico Cuccia, finanziere di Mediobanca e architetto dell’impero Ligresti.

GRADI DI SEPARAZIONE
Come nel film “American Graffiti”, è giusto chiudere con un breve resoconto sulla situazione dei protagonisti dopo i fatti.
Jonella Ligresti, a lungo detenuta dopo essere stata coinvolta nel crac del gruppo paterno, ha avuto l’annullamento della condanna a Torino e ricomincia il processo a Milano mentre i fratelli Giulia e Paolo sono stati assolti.


Anche Marco Osnato, genero di Romano La Russa, è stato assolto insieme al suocero da un’accusa per finanziamenti illeciti alle elezioni amministrative passati attraverso l’Aler, l’azienda milanese per l’edilizia residenziale di cui Osnato è stato manager. Imprenditore delle costruzioni, Osnato ha proseguito la carriera politica che è culminata nell’elezione alla Camera il 23 marzo 2018 nel collegio Lombardia 2. Manco a dirlo, con Fratelli d’Italia.


Corsaro invece ha seguito La Russa dal Pdl a Fdi ma poi ha abbandonato il partito guidato da Giorgia Meloni a metà del suo ultimo mandato alla Camera, chiuso con le elezioni del marzo 2018. Nel 2015 è entrato nel gruppo Misto con il movimento Direzione Italia di Raffaele Fitto e poi, visto che il richiamo alla Nazione ci sta sempre, si è unito a Rifare Italia fondato pochi mesi fa da un’altra ex Msi-An-Pdl-Fdi, la bresciana Viviana Beccalossi, con l’ex direttore del Secolo d’Italia, Gennaro Malgieri.


Alcune intemperanze verbali hanno nuociuto alla carriera politica di Corsaro, per esempio le sparate razziste contro il deputato democrat milanese Emanuele Fiano e l’allenatore serbo Siniša Mihajlovic, condite nel 2017 da un invito all’Isis affinché tornasse a Charlie Hebdo per finire il lavoro iniziato con la strage di due anni prima.


Nonostante l’addio a Fdi il professionista milanese è rimasto in ottimi rapporti con il suo mentore politico. In effetti, i due sono anche soci da vent’anni. «Confermo», dice Corsaro a L’Espresso, «che è in essere dal 2001 la società Gibson Immobiliare partecipata da me e dal senatore La Russa, cui mi lega antica e solida amicizia».


Gibson è una sas della quale è socio accomandatario Sergio Conti, carrozziere-ristoratore coinvolto nell’indagine “’ndrangheta Metallica”. Una volta l’immobiliare gestiva due locali milanesi dove spesso dietro il banco si faceva vedere Antonino Geronimo La Russa, figlio di Ignazio. Oggi l’attività commerciale è in affitto e Gibson è soltanto proprietaria delle mura.


Per quanto riguarda le altre società di questa vicenda, Midica viene spostata di sede dallo studio Corsaro a Roma nel 2011, apre il fallimento nel 2013 e chiude i battenti una volta per tutte a novembre del 2019. Falliscono anche le bresciane Wave contact (maggio 2017) e Yukti (novembre 2018). Nel 2019-2020 Lombardia informatica, a lungo feudo paternese, confluisce in Aria insieme a Infrastrutture lombarde, dove Corsaro ha svolto il ruolo di consigliere di sorveglianza all’inizio degli anni Duemila. Infine, nel capannone della zona industriale di Paternò che occupava Qè oggi c’è un altro call center. Si chiama Netith e fa capo allo stesso Franz Di Bella che è stato socio di Argenterio in Qè per tre anni, fino alla lite. Il paternese Di Bella, 42 anni, è proprietario del capannone che fu di Qè e ha reintegrato l’80 per cento dei lavoratori reduci dal fallimento. L’azienda lavora in remoto e va abbastanza bene da non avere avuto bisogno della cassa Covid-19.


Racconta un sindacalista della Cgil che, ai tempi dei bresciani, Di Bella aveva mollato Qè con una presa di distanze esplicita: «Io i miei dipendenti li incontro ogni mattina al bar». A Paternò non tutti possono applicare i gradi di separazione.

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