Forse sto esagerando: ricordo di averlo pensato, quando ho notato un nome che sembrava arabo tra quelli dei premiati al festival di Cannes del 2019 e ho iniziato a indagare se nei lavori di quel regista brasiliano si potesse trovare un legame con le sue radici. In effetti la risposta, fino a quel momento, era no: fino a “La vita invisibile di Euridice Gusmão”, premiato nella sezione “Un certain regard” del festival francese, l'origine algerina del padre di Karim Aïnouz non aveva lasciato traccia nei suoi film.
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Proprio in quel periodo mesi, però, il regista è andato in Algeria e ha iniziato a realizzare una serie di film legati a quello che lui, nato a Fortaleza e cresciuto in Brasile, nelle interviste chiama ormai «il mio paese». Il primo effetto della scoperta delle radici è stato “Nardes A. Un giorno nella vita di una manifestante algerina”, documentario girato col cellulare, presentato in vari festival e vincitore del Premio Amnesty al MedFilmFest del 2020. Ora è la volta di una fiction, uno degli appuntamenti più attesi tra quelli del prossimo festival di Cannes, in programma dal 6 al 17 luglio, che sono in qualche modo legati al mondo arabo.
Il nuovo film di Aïnouz si intitola “Marinheiro das Montanhas” e gli sarà dedicata una proiezione speciale. È la storia di una donna abbandonata dal marito, ma è anche «un film che va alla ricerca delle mie origini, che parla di identità», ha spiegato il regista al giornale brasiliano Estadao. All'inizio doveva chiamarsi “Algerino per caso” «ma in realtà qui niente succede per caso». Un film nato per parlare di suo padre è diventato una lettera d'amore per la madre. E un racconto dell'Algeria post-coloniale: anche perché la storia dei suoi genitori è legata alla storia del Paese: «La loro è stata una storia d'amore molto bella, un amore rivoluzionario».
Una storia nata a New York, dove entrambi i giovani studiavano, subito dopo l'indipendenza algerina che aveva portato il paese nell'orbita americana, e finita quando il padre, arrivato negli Usa con una borsa di studio, viene espulso come persona non grata perché filo-cubano. Tornato in patria, l'uomo si forma un'altra famiglia, mentre la donna cresce Karim «come una guerriera, da madre single, in un'epoca in cui questo era malvisto»: è la storia che Aïnouz ha trovato nel romanzo di Martha Batalha che ha ispirato “La vita invisibile”.
La donna aveva sempre sognato che il figlio conoscesse l'Algeria, e dopo la sua morte, Karim ha deciso di realizzare il suo sogno. Un viaggio che ha cambiato la carriera di questo regista cresciuto in Brasile e specializzatosi come videoartista a Berlino: «Non mi ero mai sentito arabo prima di arrivare a Parigi, che consideravo la città di mio padre», ha raccontato in un'intervista: non era una sensazione piacevole, non per niente Aïnouz in Francia ci torna solo per i festival.
È molto difficile avere dettagli degli altri film legati al mondo arabo in arrivo a Cannes. Sarà in competizione “Casablanca Beats” di Nabil Ayouch, ritratto di giovani degli slum cittadini girato dal regista marocchino trapiantato in Francia. Il regista turco Hasan Semih Kaplanoglu presenta “Commitment Hasan”, l'iraniano Asghar Farhadi (due volte premio Oscar, per “Una separazione” e “Il cliente”) torna con “The hero” al suo lavoro sui segreti che emergono nella vita quotidiana di famiglie apparentemente serene. Arriva dal Balngladesh il giovane Abdullah Mohammad Saad (“Rehana Maryam Noor”), mentre il ciadiano Mahamat-Saleh Haroun in “Lingui” segue una donna musulmana che cerca di aiutare ad abortire la figlia adolescente: ma l'aborto in Ciad non è solo illegale, è considerato un tabù, e il viaggio diventa uno spaccato sociale.
Sono attese a Cannes tre giovani attrici di talento; Leïla Bekhti (“Paris je t'aime”, “Il profeta”) torna protagonista in un dramma familiare del regista belga Joachim Lafosse: in “Les Intranquilles” è la moglie di un uomo che soffre di sindrome bipolare. Passano invece alla regia Hafsia Herzi e Luàna Bajrami. Herzi, premiata come atrice esordiente a Venezia per "Cous cous" di Abdellatif Kechiche, presenta nella sezione “Un certain regard” il suo secondo film da regista, “Bonne mere”. Bajrami, diciannovenne kosovara già vincitrice di un César per un ruolo in “Ritratto di una giovane in fiamme”, in “The Hill Where the Lionesses Roar” racconta la storia di tre ragazzine che progettano una rapina: un estratto di pochi minuti è stato premiato da una platea di addetti ai lavori al Les Arcs Film Festival del dicembre 2019.
Infine un film italiano: “Europa” di Haider Rashid, nato e cresciuto a Firenze. È la storia di un giovane iracheno che cerca di arrivare in Europa dalla “rotta balcanica”, attraversando a piedi la frontiera tra Turchia e Bulgaria. Sfuggito alla polizia, Kamal si ritrova a vivere in una foresta, in mezzo a un gruppo di profughi che non hanno tetto né legge. Dopo la presentazione alla “Quinzaine des Réalisateurs ” a Cannes, il film uscirà nelle sale italiane distribuito da I Wonder Pictures.