Il Paese che non c’è non ha terra né confini ma conta ottanta milioni di persone e ne manda (Covid-19 permettendo) 29, 19 uomini e 10 donne, alle Olimpiadi di Tokyo, qualcuno con speranza di medaglia ma è un dettaglio perché hanno già vinto in quella gara di maratona che è stata per tutti la vita. La loro origine è la mappa delle catastrofi della contemporaneità: Sud Sudan, Eritrea, Camerun, entrambi i Congo, Afghanistan, Siria, Iran, Iraq, Venezuela. Loro sono gli atleti del team dei Rifugiati, sfileranno dietro la bandiera bianca a cinque cerchi, gareggeranno in dodici discipline.
Sono fuggiti da guerre e dittature, una corsa a ostacoli lunga come un Calvario per approdare in campi di allenamento come, per gli africani, il “Tegla Loroupe Peace Foundation” sulle colline di Ngong, vicino a Nairobi, la capitale del Kenia. Dove si è preparata la veterana Anjelina Nadai Lohalith, 28 anni, già presente a Rio 2016 (allora i profughi erano dieci), mezzofondista dei 1500 metri. Aveva 9 anni quando assieme alla zia ha intrapreso la marcia dal Sud Sudan devastato dalla guerra civile per approdare al campo profughi di Kakuma nel Bacino di Turkana, un deserto al centro del quale c’è un lago. Lì ha potuto frequentare il liceo e un professore si è accorto della sua facilità di falcata e delle sue doti di resistenza.
Qualità che l’hanno portata fino ai Giochi brasiliani. Una parentesi per diventare madre e quindi la volontà di ripetere l’esperienza tra le difficoltà accentuate dalla pandemia e dalla temporanea chiusura di Ngong. Ce l’ha fatta e tanta perseveranza è dovuta a un’idea fissa: «Se andrò lontano, se avrò successo, voglio aiutare i miei genitori». Che non vede da 18 anni.
Nello stesso periodo di Anjelina, agli albori del nuovo Millennio a Kakuma arrivò anche la sua bellissima coetanea Rose Nathike Lokonyen. Nel suo villaggio del Sud Sudan, Chukudum, avevano fatto irruzione soldati malintenzionati, assieme ai genitori e a tre fratelli minori era scappata prima a piedi e poi con mezzi di fortuna. Era assolutamente digiuna di sport ma alla prima corsa cui partecipò si classificò seconda. Un incoraggiamento a proseguire per migliorare i tempi e diffondere due messaggi, «far conoscere la tragedia del mio Paese e divulgare la necessità della pace in Africa». A Rio de Janeiro fu portabandiera dei rifugiati e nella prossima competizione globale mira a scendere sotto il suo record di 2’13”39 stabilito ai Mondiali di Doha, in Qatar, nel 2019.
La stessa distanza, gli 800 metri, è anche il regno di James Nyang Chiengjiek, 29 anni, di Bentiu, sempre Sud Sudan. Il padre, militare di carriera, fu ucciso nel 1999 durante la seconda guerra civile nel Paese. E a 13 anni James, per non correre il rischio di essere reclutato dai ribelli, se ne andò da casa per approdare nel solito campo di Kukuma che ospita 180 mila profughi. Non avendo l’abitudine a correre con le scarpe, ha preferito mostrare le sue doti da scalzo, spesso ferendosi ai piedi. Non ha ceduto: «Ho scoperto di avere un talento, e se dio me lo ha dato lo devo usare». Come sta facendo anche il suo connazionale Paulo Amotun Lokoro, pastore per tradizione di famiglia finché...
«Arrivò la guerra, non potevamo fare altro che scappare. Ci nascondevamo di cespuglio in cespuglio. Non avevamo cibo, coglievamo solo frutti dagli alberi». Nella fuga perse contatto con i parenti, rimase solo con uno zio per due anni. Poi la madre lo rintracciò e lo portò in salvo oltre confine. Al “Tegla Loroupe” (dal nome della tre volte campionessa mondiale di mezza maratona che lo ha finanziato) «ho imparato a vivere da atleta”. Forse non riuscirà a realizzare il proposito di «diventare campione del mondo», ma i suoi 5000 metri saranno comunque emozionanti.
La gara regina delle Olimpiadi, i 100 metri, vedrà ai blocchi di partenza Dorian Keletela, 22 anni, orfano fin da piccolo, entrambi i genitori uccisi nell’interminabile conflitto della Repubblica Democratica del Congo. Per dargli un’opportunità, quando di anni ne aveva 17 la zia decise, per regalargli una chance, di portarlo con lei in Portogallo.
Dopo un anno in un campo profughi ha imparato una nuova lingua. La sua forza esplosiva è stata decisiva perché fosse indirizzato dagli allenatori verso la distanza minima: «Voglio che la gente sappia di me che sono una persona determinata, che non si arrende mai e segue i suoi sogni». Il suo credo si declina in cinque caratteristiche: fede, determinazione, coraggio, pazienza e perseveranza. Si allena tre ore al giorno per sei giorni la settimana. L’obiettivo, ancora piuttosto lontano in verità, è di abbattere la barriera del 10 secondi: «Vorrei che, finita la mia carriera, i giovani ricordassero il mio nome come fonte di ispirazione».
Basta ripercorrere la biografia di Tachlowini Gabriyesos per capire che il suo approdo non poteva che essere la maratona. Il suo motto: «La rinuncia non fa per me». A 12 anni ha lasciato l’Eritrea dove è nato, ha attraversato a piedi il Sudan e l’Egitto, si è inoltrato nel deserto fino a raggiungere Israele dove ha incontrato un coach, Emek Hefer, che lo ha preso sotto le sue cure grazie a una borsa di studio del Cio. Il suo status gli provoca non pochi grattacapi quando deve attraversare le frontiere.
Come nel 2019 quando doveva raggiungere Doha per i mondiali di atletica ma è stato trattenuto per 27 ore allo scalo di Istanbul per problemi burocratici legati al visto. Il che gli ha impedito di realizzare un buon tempo. Nell’ottobre scorso non è nemmeno riuscito a partire per Gdynia in Polonia per gli stessi intoppi di dogana. Nel marzo scorso è stato il primo atleta ad ottenere il pass per i Giochi di Tokio grazie al tempo che ha fatto segnare durante la maratona all’Hula Lake Park in Israele, ed era solo la seconda volta che affrontava la distanza di Filippide.
Se i Giochi si fossero svolti nella data prestabilita non ci sarebbe stata l’eritrea Luna Solomon perché reduce da una maternità. La dilazione di un anno la vedrà invece nella postazione di tiro con carabina ad aria compressa a dieci metri dal bersaglio. A casa sua non c’era libertà e ha intrapreso il viaggio della speranza che si è concluso in Svizzera. Dello sport che la porterà a Tokio non aveva mai nemmeno sentito parlare. Quando lo ha provato, a ridosso delle Alpi, ed era solo due anni fa, ha scoperto la vocazione. Non sarebbe bastata senza il felice incontro con il tre volte campione olimpico italiano Niccolò Campriani. Il quale, appesa la carabina al chiodo, si è dedicato con passione ai profughi per trasmettere le sue competenze tanto da farne iscrivere due (l’altro, Mahdi Yovari, gareggerà sotto la bandiera dell’Afghanistan) alla competizione. Una gioia pari a quella dei suoi successi.
Dal martoriato Paese in guerra da più di 40 anni e dove, dopo il ritiro dei soldati occidentali, stanno riguadagnando terreno i talebani, arriva pure Masomah Ali Zada, della minoranza hazara. Fu durante la precedente tirannia degli studenti coranici che Masomah assieme alla famiglia cercò ricovero in Iran dove si innamorò della bicicletta. Rientrata in patria quando il regno dei jihadisti sembrava terminato, si accorse che certi pregiudizi sulle donne e lo sport erano comunque duri a morire. Mentre si allenava per le strade di Kabul veniva minacciata di morte dagli ultraconservatori.
Una volta, dopo essere stata travolta da una macchina, ha subito la beffa della derisione da parte dell’autista. Un avvocato francese rimasto colpito dalla sua storia è riuscito ad ottenere prima un visto e poi l’asilo per lei, sua sorella e una terza ciclista. Masomah studia all’università di Lille, secondo anno di ingegneria, vedrà i Cinque Cerchi da protagonista. Nel cuore coltiva una speranza: «Un giorno il ciclismo deve diventare tradizione per tutte le ragazze afgane».
Le bande talebane avevano messo nel mirino anche Abdullah Sediqi, 24 anni, per la sua pratica del taekwondo. Quattro anni fa, la fuga in Europa per continuare a praticarlo: «È stato estenuante, ci sono stati giorni in cui ho camminato anche dodici ore di fila». Ad Anversa in Belgio ha trovato un allenatore e una palestra.
A soli 23 anni il nome di Yusra Mardini si trova già nel Giardino dei Giusti di Milano. Siriana, nuotatrice sin da piccola, nel 2015 zigzagando tra le bombe ha deciso di andarsene da Damasco con i parenti. Beirut, la Turchia, Smirne il mare Egeo, dove la comitiva assieme ad altri migranti sale su un gommone per l’isola greca di Lesbo. Sono in venti. Troppi. Il gommone imbarca acqua. Gettano i bagagli a mare ma con è sufficiente. Sono in balìa delle onde e mancano ancora cinque chilometri alla riva. Yusra, la sorella Sarah e un’altra ragazza si tuffano, trainano il gommone e dopo tre ore e mezza, la salvezza. Poi l’Odissea via terra lungo la rotta balcanica, Macedonia, Serbia, Ungheria, Austria, Germania e la Berlino che l’accoglie in una vasca d’acqua finalmente placida. In Germania ha ritrovato anche il connazionale Alaa Maso, nuotatore stile libero sulle distanze brevi che pure farà parte della comitiva.
Tra i rifugiati, l’uomo che ha le maggiori possibilità di salire sul podio, forse addirittura il più alto, è il karateka iraniano categoria -67 chili Hamoon Derafshipour. Era già una star a Teheran. Nonostante questo non poteva ottenere ciò che desiderava nella terra degli ayatollah: essere allenato da sua moglie Malekipour, ex karateka a sua volta, che aveva dovuto lasciare l’agonismo a causa di un infortunio al ginocchio. La coppia non aveva altra strada se non quella dell’esilio in Canada, ora coronata dalla chiamata per Tokyo.