Cultura
3 febbraio, 2022

«Una donna nera a Sanremo è ancora un fatto straordinario: come sono piccoli i nostri schermi»

Il Paese ha bisogno di una tv che sappia rappresentare le diverse componenti della nostra società. Invece questa complessità è assente. Per questo Lorena Cesarini e Drusilla Foer sul palco dell’Ariston scatenano stupore e ostilità

È tempo di Sanremo, mai solo musica per le nostre orecchie. Ancora una volta a far parlare sono le donne. In questa edizione hanno attirano l’attenzione del pubblico sanremese e non in particolare due delle co-conduttrici del festival: l’attrice di origini senegalesi Lorena Cesarini e la nobildonna Drusilla Foer, alter ego dell’attore Gianluca Gori. Lo stupore più o meno benevolo dei giornali e quello ostile di alcuni haters hanno accompagnato l’annuncio della co-conduzione della seconda serata del Festival della giovane attrice afrodiscendente e con altrettanta meraviglia e accanimento è stata accolta la Foer. La prima ha ricevuto messaggi di odio sui canali social da razzisti che non accettano che una donna nera sia lì a condurre e ha avuto il coraggio di portare quei messaggi sul palco dell’Ariston, inserendoli tra le righe di un monologo sul razzismo. La seconda invece ha potuto contare sul messaggio esclusivo del solito senatore leghista, che puntuale sventola la sua bandiera della famiglia tradizionale e ha replicato educatamente: «Bisognerebbe che questa nazione imparasse a stare tutti insieme, non a mettere alcune persone al posto di altre».

 

Forse questo Paese, care Drusilla e Lorena, tra le altre cose, ha bisogno anche di una tv che sappia rappresentare le diverse componenti della nostra società, affinché non sia più un fatto straordinario ad esempio trovare una donna nera alla conduzione del Festival di Sanremo, così come lo fu la vittoria del giovane Mahmood qualche anno fa. La verità è che l’Italia ha schermi ancora piccoli per contenere la sua complessità. Basti pensare al fatto che il nostro Paese è già una realtà multiculturale, eppure sembra ancora residuale, per non dire assente, lo spazio di rappresentazione della medesima.

Lo stesso accade nel settore cinematografico, nella pubblicità e nella letteratura, più in generale negli spazi in cui avvengono le narrazioni. Si guarda ancora una tv in bianco e nero e ci si affeziona a vecchie storie in cui non trovano spazio pezzi d’Italia.

Lucia Ghebreghiorges

Qualcosa pian piano si muove direbbero alcuni. Forse, ma si fa fatica. Si fa fatica a far intendere che il blackface nei programmi televisivi è offensivo, o a comprendere che è inopportuno veicolare un videoclip dello Zecchino d’oro nel quale il bambino nero, come da copione, è il bambino che attacca i pidocchi. Nei film e nelle pubblicità raramente ci sono ruoli per attori e attrici non bianchi e ciò non è un tema solo per chi esercita la professione. Immaginate un’infanzia senza eroi ed eroine nei quali potersi identificare e sognare di somigliare almeno un po’. Di essere tagliati fuori dall’immaginario collettivo, che è ciò che parla di noi e che ci fa sognare. Realizzeremmo di non esistere nello spazio pubblico. E poi magari quando accade che qualche riflettore si accende dobbiamo inventarci monologhi per difenderci, esibire nostri curricula per raccontarci, aspettando con pazienza il giorno di poter stare su di un palco come qualsiasi altro artista.

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