Il tema della campagna elettorale per le amministrative a Palermo è stata la questione morale, dopo che il candidato del centrodestra Roberto Lagalla ha incassato il sostegno, determinante per la sua stessa candidature, dell’ex governatore Salvatore Cuffaro e dell’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri, entrambi con condanne alle spalle per fatti legati alla mafia. Adesso si scopre che un boss del calibro di Agostino Sansone, fratello di Gaetano fedelissimo di Totò Riina al quale aveva dato anche una sua abitazione durante il periodo della latitanza del Capo dei capi, avrebbe dato il suo sostegno al candidato di Forza Italia Pietro Polizzi.
Le intercettazioni
Agostino era da poco tornato in libertà, anche se comunque ai domiciliari per reati economici. Secondo l’accusa Polizzi avrebbe accettato i voti promessi da Sansone in cambio «di utilità per se e altri». Il 10 maggio gli investigatori intercettano un incontro tra Polizzi, sansone e un sodale di quest’ultimo, Gaetano Manlio Porretto. Polizzi intercettato diceva a Sansone: «Se sono potente io lo siete anche voi». Nel colloquio con Sansone, che ha fatto scattare indagini e blitz, salta fuori il nome anche di un fedelissimo di Gianfranco Micciché, Eusebio D’Alì, nel cda dell’Azienda siciliana trasporti nominato dal governo Musumeci. Dice Polizzi: , «Con mio zio Eusebio ho fatto un sacco di cose dduoco all’Ast… quando hai bisogno all’Ast». Polizzi in virtù della norma sulla doppia preferenza di genere per le amministrative di domenica , si candida in coppia con Adelaide Mazzarino, moglie di Dalì. E a Sansone dice: «La candidata di Miccichè… tutta Palermo a lei deve votare». Poi Porretto ribadiva a Polizzi: «Pietro, tutto il possibile! Tranquillo». Andavo via Polizzi, Porretto si esalta con Sansone per il ritorno in campo: «Ci siamo calati, alla china», dice Porretto, e Sansone: «Ma adesso siamo in condizione...abbiamo tutte le carte in regola..vedi, un cristiano da solo non vale niente». Come dire, adesso siamo tornati.
Ascoltate le intercettazioni della Direzione Centrale Anticrimine della Polizia di Stato guidata dal prefetto Francesco Messina, il procuratore aggiunto Paolo Guido, il coordinatore della Direzione distrettuale antimafia, e i sostituti Giovanni Antoci e Dario Scaletta hanno chiuso le indagini in trenta giorni e firmato la richiesta di arresto per Polizzi e Sansone con l’accusa di «scambio elettorale politico mafioso». In manette anche collaboratore di Sansone, Manlio Porretto.
Agostino Sansone è stato arrestato nel Duemila perché considerato legato all’ala di Cosa nostra che vedeva soprattutto i fratelli, Gaetano e Giuseppe, come fedelissimi di Riina. Agostino aveva avuto il compito di intrattenere i contatti con la politica già negli anni Novanta. Era tornato da poco in libertà e aveva ripreso in mano l’azienda nel settore dell’edilizia.
Pietro Polizzi è un politico abbastanza noto, era stato consigliere provinciale nel 2008 con l’Udc, e adesso si era candidato per il consiglio comunale con Forza Italia a sostegno di Lagalla. Aveva già tentato nel 2017 di essere eletto al consiglio comunale, In quell'occasione si era presentato nella lista "Uniti per Palermo, sindaco Orlando", a sostegno dell'attuale sindaco uscente Leoluca Orlando, che raggruppava esponenti del Pd e dell'area centrista poi confluiti alla Regione nel movimento Sicilia Futura.
Perquisiti anche gli immobili dove si nascondeva Riina. La perquisizione ha riguardato alcune villette che si trovano nel complesso residenziale di Via Bernini, lo stesso in cui i Sansone, storici alleati dei boss corleonesi, ospitarono Totò Riina prima dell'arresto. Il covo dal quale, il 15 gennaio del 1993, il padrino uscì prima di finire in manette è stato al centro di misteri e di un lungo processo agli ex carabinieri del Ros che catturarono Riina. I militari, imputati di favoreggiamento, furono però poi assolti.
La sorveglianza della villa da parte del Ros, inspiegabilmente, dopo pochi giorni dall'arresto di Riina venne interrotta e l'edificio fu ripulito dagli uomini di Cosa nostra che, come raccontano i pentiti, avrebbero perfino imbiancato le pareti facendo sparire ogni traccia della presenza del boss e della sua famiglia.
Dice il prefetto Messina: «Le indagini della Dda di Palermo, condotte dalla Polizia di Stato, sembrano confermare l’interesse dell’organizzazione mafiosa alla creazione e alla cura di un capitale sociale utile, all’occorrenza, anche all’acquisizione di consenso elettorale. Cosa nostra cerca ancora di mantenere il controllo di ambiti che possono assicurargli il mantenimento del potere mafioso».
Nel pomeriggio Gianfranco Micciché chiede al candidata in ticket con Polizzi di ritirarsi: «Mi assumo interamente la responsabilità dell’errore e ho chiesto alla candidata Adelaide Mazzarino, che con Polizzi correva in tandem di ritirarsi dalla candidatura. Lei ha accettato. Questa persona (Polizzi, ndr) era stata candidata in tanti altri partiti in diverse competizioni elettorali, ma mai con Forza Italia. Certo non potevamo immaginare. Noi ci costituiremo parte civile nel momento in cui ci dovesse essere un processo», ha concluso Micciché.