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Politica
gennaio, 2023

Stefano Bonaccini: «Non creerò una nuova corrente. Il Pd farà alleanze con chi si sente alternativo a questa Destra»

Una maggiore rappresentanza dei territori, l’addio al centralismo del passato, la questione morale. Dialogo con il presidente dell’Emilia Romagna candidato alle primarie per diventare segretario dei democratici

Si è discusso per settimane dell’ennesima sconfitta elettorale del Partito Democratico. Almeno su questo coerente con sé stesso. Molte parole, acute riflessioni, taglienti proposte. Nel frattempo, già pronto da mesi, il presidente emiliano-romagnolo Stefano Bonaccini accudiva la sua candidatura alla successione del segretario Enrico Letta. La seconda versione del buon amministratore locale Bonaccini, più affabile e mediatico, fu introdotta tre anni fa per la campagna elettorale di rielezione. Così fermò (non da solo, ma con la rivale di oggi Elly Schlein e le giovani sardine) le truppe leghiste in terra rossa. La sua vittoria alle primarie è scontata. Il suo successo - che poi sarebbe un miracolo, rialzare un partito morente - assai meno.

 

Bonaccini, la prima cosa che farà da segretario del Pd?
«Se sarò eletto, come prima cosa chiamerò Elly Schlein, Paola De Micheli e Gianni Cuperlo per chiedere loro di darci una mano. Così come farò con tutte le democratiche e i democratici, a prescindere da chi abbiano votato: chiederò a tutti di togliere le magliette di parte del congresso per indossare quella del Pd. Perché il Pd deve essere una comunità unità in cui ci si rispetta e ci si riconosce».

 

La prima cosa che non farà da segretario del Pd e che i suoi predecessori hanno fatto sbagliando?
«Non mi permetto di dare lezioni a nessuno. So quello che non farò io: non creerò una nuova corrente. Ripeto quello che ho detto candidandomi nella mia sezione: se sentirò qualcuno definirsi bonacciniano gli dirò che non ha senso. Se vincerà la nostra proposta per un nuovo Pd, ci sarà infatti il completo ribaltamento di un sistema che non ha più ragion d’essere visto che le correnti hanno smesso di produrre pensiero, sintesi e classe dirigente. Coinvolgeremo invece la base, i territori e gli amministratori locali che debbono tornare protagonisti. Il Pd ha bisogno di essere riportato nella realtà quotidiana, nella vita di chi lavora, studia, fa ricerca, assiste e cura gli altri: ecco, chi tiene aperti i nostri circoli e i nostri amministratori saranno le antenne del partito nuovo».

 

E che ne farà delle folti correnti e degli ancora più numerosi capi?
«Un grande partito o è plurale o non è democratico. Ma ho detto sin da subito che non avrei chiesto né accettato il voto di alcuna corrente. Anche la nostra riflessione sull’identità del Pd è bene che includa questa necessità: un conto è avere proposte chiare e forti da fare al Paese, altro conto è pensare di rintanarci nelle appartenenze del passato, il che sarebbe un errore mortale. Il confronto di idee fra diverse aree culturali deve generare dinamismo e cambiamento, mentre le correnti di oggi hanno portato solo immobilismo. Faccio due esempi concreti: se diventerò segretario, posso assicurare che non accadrà mai più di vedere candidature al Parlamento paracadutate da Roma sul territorio, così come non si vedranno più leader del partito che si candidano in listini lontani dai propri collegi».

 

In breve spieghi a un elettore del Pd su quale tema in particolare il suo partito differisce dalla coppia Calenda&Renzi e dai Cinque Stelle di Giuseppe Conte e ovviamente poi ci illustri le strategie sulle alleanze.
«La nuova identità del Pd non si misura sugli altri. Dobbiamo riprenderci il nostro spazio, quello di principale forza di opposizione e del centrosinistra: lasciare la rappresentanza della sinistra ai Cinque Stelle e quella dei moderati al Terzo Polo significherebbe regalare alla destra altri 20 anni di governo. Noi costruiremo un partito laburista che rappresenta il lavoro e i lavori, contro la precarietà e per l’occupazione di qualità creata da imprese serie e responsabili. Un partito che si batte contro le diseguaglianze sociali e territoriali, di genere e generazionali. Un partito che mette in cima alle priorità la lotta al cambiamento climatico e la transizione ecologica, tenendo insieme lavoro e ambiente. Un partito dei diritti e dei doveri, che riparte dalla scuola e dalla sanità pubblica perché quando si parla di istruzione e salute non ci sia più distinzione tra ricco e povero. Un partito che fa della legalità e della giustizia un tratto essenziale».

 

Sì, però le alleanze?
«Se il Pd torna a fare il Pd le alleanze verranno di conseguenza, con chi condivide un programma e si sente alternativo alla destra su valori e contenuti. A meno che Cinque Stelle e Terzo polo non vogliano perdere all’infinito».

 

A parte il centrodestra, il Sud si è affidato soltanto ai Cinque Stelle e soprattutto per il reddito di cittadinanza. Ha spesso criticato questa misura di sostegno contro la povertà affermando che andrebbe riformato e non abolito, in che modo?
«Parliamo di fatti: nel 2016 in Emilia-Romagna fummo i primi, insieme alla Puglia, a introdurre una misura di contrasto alla povertà, il Reddito di solidarietà, poi superato dal Reddito di cittadinanza, misura nazionale che il governo Meloni ha deciso adesso di cancellare per 700mila persone. Privare di un sostegno economico chi è in grave difficoltà è semplicemente vergognoso: al contrario, noi pensiamo che una misura universale contro la povertà sia indispensabile, così come è necessaria una politica attiva del lavoro per rendere occupabile chi il lavoro lo perde. Su entrambe queste due ultime cose, formazione e lavoro, il Reddito di cittadinanza non ha funzionato: per questo serve una riforma, non certo un taglio o un azzeramento come ha fatto la Meloni».

 

Non teme che la sua figura molto legata a un territorio venga vista con diffidenza al Sud e che, nei fatti, in futuro ci possa essere un centrosinistra con un partito del Centro-Nord (il vostro) e uno del Centro-Sud (quello di Conte).
«Il Pd non sarà mai il partito di una parte del territorio. Casomai, vorrei che fossimo di più il partito dei territori, che spesso si sentono distanti dal centro, ma questo è un altro discorso. Ho iniziato la mia campagna congressuale partendo proprio dal Sud e nelle prossime settimane ci tornerò molte volte. Perché un grande progetto di sviluppo per l’Italia non può che partite dal Mezzogiorno e perché nessuna delle questioni cruciali che prima ho indicato - dal lavoro ai diritti, dalla scuola alla sanità - può essere affrontata senza uno scatto in avanti del Sud. I Cinque Stelle hanno raccolto consenso in mancanza d’altro, non perché i cittadini del Sud non aspirino a uno sviluppo del Mezzogiorno. Vedo più un limite nostro, invece».

 

Per l’autonomia differenziata si era schierato con i leghisti Zaia e Fontana. Adesso la sua posizione è più sfumata. Pentimento o realismo politico?
«L’errore che si è ripetuto in questi anni, anche da sinistra, è stato quello di voler affrontare i nodi in maniera centralistica o assistenzialistica. Con l’unico effetto che i giovani continuano a scappare al Nord o all’estero. Io credo che l’autonomia debba tornare ad essere un valore per tutto il Pd. La differenza sostanziale con la destra è che noi vogliamo un’autonomia giusta e solidale, che assicuri a tutti livelli essenziali di prestazioni e una equa perequazione delle risorse per i servizi e le infrastrutture. Mi perdoni, ma per credere che sia meglio programmare e gestire le risorse dal centro anziché dal territorio, bisogna davvero non aver amministrato mai un minuto in vita propria. Che è un po’ il limite di una parte della classe dirigente nazionale. Con De Luca o Emiliano discutiamo spesso, ma non su questo. Anzi, su questi temi con i sindaci e i presidenti di regione del Mezzogiorno del Pd la pensiamo in realtà allo stesso modo».

 

Il Pd ha raggiunto il suo migliore risultato nel 2008 a un anno dalla fondazione e poi ha sempre perso di più e governato di più. Cosa ne ha desunto da questo andamento storico?
«Il Pd è nato per unire le diverse anime riformiste e per cambiare l’Italia. Assicurare la stabilità e rispondere alle emergenze di questi anni non è stato un errore in sé, ma ha finito per allentare il nostro rapporto con la società e per indebolire la nostra proposta di innovazione. La sola responsabilità, elemento essenziale, non può essere la nostra ragione sociale. Né possiamo trasformare la nostra cultura di governo, in cui io credo profondamente, in permanenza al governo. Stare all’opposizione potrà farci bene».

 

L’inchiesta sulla corruzione al Parlamento europeo vi tocca da vicino. Al solito è stato detto: mai più. Invece lei si è chiesto perché ciò è successo e nessuno nel partito se n’è accorto?
«Il Pd si costituirà parte lesa. Una cosa mi è però chiara: c’è una questione morale che non può essere relegata solo alla sacrosanta indignazione. Né alla meritoria e necessaria attività della magistratura. L’onestà è obbligatoria per chiunque e bisogna che sia la politica a prevenire e curare questi mali, che uccidono la credibilità e la funzione della politica stessa. Bisogna tornare a una stagione di sobrietà per chi fa politica e ricopre incarichi pubblici. E insieme a Pina Picierno, quando abbiamo lanciato il nostro “tandem” per il congresso, siamo partiti affrontando di petto proprio questi temi, che considero identitari per la sinistra».

 

Se ce ne fosse il bisogno, come accaduto con Draghi, farebbe un governo di unità nazionale con Giorgia Meloni?
«La destra ha ottenuto dagli elettori un mandato chiaro a governare. Se non ne saranno capaci si tornerà a votare e ci candideremo a sostituirli».

 

Franceschini ha dichiarato che Elly Schlein rappresenta una sinistra moderna. Con una battuta. Lei quale pezzo di antiquariato si prende?
«Avrei preferito che il suo appello al cambiamento si fosse unito al mio, per un rinnovamento radicale, qualche mese fa, quando si dovevano fare le liste elettorali. Adesso è un po’ tardivo e meno coraggioso, diciamo. Adesso Franceschini ha il diritto di sostenere chi crede».

 

Esaurita l’ironia, che discontinuità - rottura, cesura etc - Bonaccini può garantire al partito?
«Serve innovazione concreta, non a parole o di facciata, perché continuando così si muore. E serve una classe dirigente nuova rispetto agli ultimi 20 anni. Non il nuovo per il nuovo, o il nuovo purchessia, ma persone capaci e competenti che abbiano fatto la gavetta nel territorio e che siano oggi pronte a scrivere un nuovo corso. Il Pd ne ha tantissimi di questi uomini e di queste donne, tenuti troppo a lungo in panchina. Io rappresento loro».

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