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Opinioni
ottobre, 2023

«Il mondo in cui viviamo genera ansia. Per non impazzire imponiamoci disciplina»

Guerre, virus, precarietà. La realtà che ci circonda provoca inquietudine e smarrimento. Solo l’ordine mentale aiuta a rimanere in equilibrio. Del domani, poi, non c'è certezza

Sull’autostrada della Cisa mi fermo a fare benzina di ritorno da Milano, è l’ennesimo giorno caldo di questa infinita estate che i calendari non riconoscono. Un ragazzo dai tratti mediorientali sta in cassa al distributore e aspetta la mia carta di credito. C’è silenzio, caldo, sono le 15 di domenica. «Che brutto mondo in cui vivere», mi dice. Intontito ascolto e aspetto il seguito: «Se ti difendi, ti chiamano terrorista. Pazzesco». Rimango stranito e realizzo che il giovane potrebbe essere palestinese. Cerco di capire se mi stia interrogando o se voglia un confronto con uno sconosciuto riguardo a un tema così delicato e io, che sono solitamente loquace, decido di non dirgli quasi nulla.

 

Me ne vengo via dall’Autogrill impensierito da quello che sta succedendo nel mondo e dal dialogo appena avuto. Scrivo a un caro amico di Tel Aviv per sincerarmi che vada tutto bene e mi rassicura: è all’estero, ma è preoccupatissimo per la sua famiglia.

 

Rientro a casa e mi rimetto sulle mie difficoltà quotidiane: il lavoro, la vita personale, gli obiettivi e i bilanci. La settimana mi arriva addosso con tutta la sua potenza. Ricomincio a cercare forme di distrazione dall’ansia che mi genera la sempre maggiore conoscenza del mondo. Sembra un romanzo di Cormac McCarthy, sembra “Meridiano di sangue”: la speranza c’è, ma non è mai riposta nell’uomo, in quanto esso è per sua natura dedito alla guerra in ogni sua forma. Ognuno combatte la sua.

 

Vado a cena con la mia amica Caterina, che mi racconta del burnout avuto sul lavoro dopo quindici anni di vita milanese tra agenzie, marketing e pressioni estreme: ha passato un mese e mezzo a letto colpita da depressione maggiore dopo un tracollo psicofisico. Ma la frase che mi fa più male del suo racconto è: «Guadagno come una figura junior, ovvero un novellino. Vedo i miei amici comprarsi casa, fare carriera, realizzare qualcosa, mentre io devo convivere con un coinquilino a quarant’anni e non riesco a farmi alzare lo stipendio nonostante dia il sangue e sia competente».

 

Niente, l’ansia non se ne va. Sembra voler entrare dalla porta di servizio anche quando potrei tranquillamente cercare altro. Cerco di rientrare nei ranghi della mia disciplina per sentirmi fedele quantomeno a me stesso, per farmi trovare pronto in caso di sconvolgimenti a sorpresa. La meditazione non riesco più a farla, quindi mi sono buttato sull’alimentazione consapevole. Bevo due litri d’acqua al giorno e mangio solo alimenti e dosi concordati con la mia nutrizionista, il che mi ha permesso di perdere quattro chili di liquidi in un mese e solo mezzo chilo di muscolo. Lei era entusiasta del mio impegno e io pure, quindi finalmente mi sentivo bravo in qualcosa. «Ti sei disintossicato dal carboidrato e dallo zucchero», ha sentenziato solenne e io ho provato una soddisfazione che avrebbe dovuto essere resa pubblica.

 

Mentre il mondo crolla e noi tutti viaggiamo su delle stampelle invisibili, sperando che un virus o un missile non sconfinino e non distruggano il nostro vivere, cosa mai può fare un singolo individuo? Mantenere la disciplina, sentirsi sempre pronto come se le sirene potessero suonare da un momento all’altro. Entro al bar e un amico di 87 anni arzillo e felice mi fa: «Chi vuol esser lieto sia, del domani non c’è certezza», senza che io gli avessi chiesto niente. Giuro che è vero, lo prendo come un segno. È l’unica strada percorribile.

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