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Esteri
novembre, 2024

Harris o Trump Equilibrio all’italiana

Il Pd per la Dem, Salvini preferisce il leader Maga. Meloni ha avuto identità di vedute con Biden sull’Ucraina e alla fine conta il fatto che delle buone relazioni non si può fare a meno

Il passato ci aiuta. Dopo aver liberato il nostro paese dal nazifascismo, gli Stati Uniti hanno sempre avvertito la necessità di tenersi ben stretta l’Italia, da Alcide De Gasperi in avanti, compresi gli anni della “solidarietà nazionale” con i comunisti di Enrico Berlinguer nella maggioranza, quando esisteva  l’Unione Sovietica ed il crollo del muro era di là da venire. A sua volta, la nostra Repubblica non ha mai voltato le spalle agli Stati Uniti, con l’atlantismo che via via ha conquistato una parte sempre più vasta della politica italiana, almeno in linea di principio. Sotto questo aspetto, Harris o Trump, per Roma cambia poco. Ciò non toglie che in questi mesi soprattutto due partiti si siano schierati apertamente davanti alle elezioni presidenziali: Pd e Lega.

Alla fine di agosto, Giuseppe Provenzano, responsabile Esteri del Nazareno, era alla Convention democratica di Chicago, convocata per lanciare la candidatura di Kamala dopo il ritiro di Biden. «Il Pd – sottolinea l’esponente del maggiore partito di opposizione – in questi mesi ha sempre auspicato, per il futuro della democrazia negli Stati Uniti e nel mondo, la vittoria di Harris rispetto al ritorno di Trump alla Casa Bianca. È chiaro che le relazioni fra Italia e Stati Uniti devono comunque proseguire e consolidarsi, ma questo costituisce un discorso a parte. La questione centrale è che, a differenza di otto anni fa, Trump ha presentato un programma di smantellamento di alcuni principi fondamentali della Costituzione materiale degli Stati Uniti. E quanto alla politica internazionale il tycoon è un nemico dichiarato dell’Europa unita e ha già individuato i suoi alleati nei nazionalisti come Orban, ridando all’estrema destra del nostro Continente quell’agibilità politica che siamo riusciti ad arginare alle ultime elezioni europee». Per Provenzano, non sarebbe minacciata solo l’Unione di Bruxelles: «Trump ha sempre avversato le istituzioni multilaterali, con un disprezzo nei confronti del diritto internazionale, preferendo una politica di potenza. Invece, Harris, in continuità con la linea di Biden sulla politica estera, ha anche presentato agli elettori un programma sul terreno economico-sociale molto progressista».

Dalla parte di Trump si è posizionato Salvini, insieme con il proprio partito, fino agli ultimi  giorni della campagna elettorale americana. «Dopo quattro anni alquanto negativi a guida democratica, che hanno visto un’America debole, quasi irrilevante sullo scacchiere internazionale – sostiene Paolo Borchia, capo delegazione della Lega nel Parlamento europeo – c’è da augurarsi un successo di Trump e dei Repubblicani per rafforzare l’Occidente nella lotta al fanatismo e all’estremismo islamico, ma soprattutto, per lavorare finalmente e concretamente per la pace in Ucraina e in Medio Oriente, con i fatti e non solo a parole». Il leghista Borchia più volte ha partecipato alla Conservative political action conference, il raduno mondiale dei Conservatori,  che ogni anno si svolge negli Stati Uniti. «A conferma del nostro rapporto di grande amicizia con i Repubblicani americani».

Meloni, che non si è schierata anche per il suo ruolo e per i rapporti con Biden, aveva il vantaggio di giocare su due tavoli. Intanto,  trovandosi a Palazzo Chigi come leader del maggiore partito di governo, è destinata a non avere comunque problemi rilevanti con la Casa Bianca, quale sia il presidente, sempre per l’inossidabilità dei rapporti Usa-Italia. Confermati dall’intesa che Biden e Meloni hanno sempre avuto in questi primi due anni del governo di destra-centro sui maggiori temi internazionali e con una piena convergenza di vedute sull’Ucraina.

La continuità difficilmente verrebbe meno con Harris, già vice di Biden alla Casa Bianca. E, per tanto riguarda Trump, «c’è anche l’ottimo rapporto fra Meloni e Musk, l’imprenditore che più volte era presente sul podio elettorale del candidato repubblicano», ricorda Lucio Malan. «Ottant’anni di alleanza fra Stati Uniti e Italia consentono di mantenere comunque saldi i rapporti Washington-Roma», sottolinea il presidente dei senatori di Fratelli d’Italia. «È vero che Trump con una politica protezionistica potrebbe danneggiare i prodotti italiani ma credo che più in generale avrebbe un occhio di riguardo per l’Italia. Quanto alle scelte internazionali, invece, prepariamoci  alle possibili sorprese, perché questa è una delle caratteristiche di Trump ed è anche il motivo per cui è difficile prevedere del tutto le sue mosse, sebbene la storia ci insegni che gli Stati Uniti non hanno mai fatto scelte rivoluzionarie sul piano internazionale, con presidenti repubblicani o democratici». Continuità, a maggior ragione, fra Harris e Biden «fino al punto – osserva Malan – che Blinken potrebbe avere un ruolo centrale anche nella nuova eventuale  amministrazione democratica».

Non ha “parteggiato” neppure Forza Italia. Che in ogni caso può far valere la presenza di Tajani alla Farnesina: una “postazione” che  consentirebbe agli Azzurri di continuare a giocare le proprie carte nei rapporti Usa-Italia, anche con una più spiccata sensibilità europeista, in sintonia con il Ppe. Malvisti dall’amministrazione Biden e più in generale dai Democratici per la posizione contraria agli aiuti militari all’Ucraina e sospettati di “putinismo”, i Cinque Stelle hanno alle spalle la sintonia Trump-Conte durante i due governi di “Giuseppi”. Ma sono passati i tempi in cui, per governare in Italia, occorreva  anche la benedizione americana. E questo vale per tutte le forze politiche.

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