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Cultura
novembre, 2024

Mosaico Berlinguer

Immagini d’archivio e fiction di grande spessore. Per raccontare fascino e contrasti del leader più mitizzato della storia della sinistra

Tutto quel che credevamo di sapere su Berlinguer, e molto di più, in cinque anni chiave. Dal 1973 al 1978. Dal golpe in Cile, e dall’attentato in Bulgaria (Berlinguer si salva, l’interprete con cui stava parlando di Fellini, no), fino al caso Moro con ciò che ne seguì. Dagli scontri con l’Urss al grande progetto del “compromesso storico”. Dalla necessità di allontanarsi dal socialismo reale, magari liquidando un attonito Cossutta (scena magistrale), alla mazzata finale del terrorismo che spazzò via dieci anni di speranze e conquiste.

Non era facile fare un film sul leader Pci più mitizzato e rimosso evitando le trappole dell’abusato genere biografico: la retorica, la celebrazione, le semplificazioni, le strumentalizzazioni. Non era facile ma Andrea Segre (con Marco Pettenello cosceneggiatore) era il regista giusto. Documentarista di lungo corso, sa usare le immagini d’archivio con rara potenza: non scorciatoie emotive o banali prove documentali, ma tessere di un mosaico appassionato.

Dalla lezione del nostro grande cinema popolare di una volta viene invece la capacità di intrecciare con grazia pubblico e privato, famiglia e Partito, congressi del Pcus e partitelle a pallone. Con momenti perfino solenni (alla fine del blocco sovietico sono stati dedicati numerosi film, ma mai forse con tanto rigore) alternati ad altri lievi e irresistibili. Come quello legato al nome di Rosa Luxemburg o la scena in cui sua madre, origini aristocratiche, rivela che fin da bambino Enrico odiava i quartieri alti e preferiva farsi un pokerino con la gente del popolo.

Perché alla fine l’algido, l’imbronciato, l’impenetrabile Berlinguer (perfino la figlia bambina lo disegna come «grigio funzionario»), è stato anche un grande comunicatore, uno degli ultimi leader italiani di sinistra capaci di parlare ai suoi elettori (meno forse alle sue elettrici, come gli ricordano sia un operaio che Nilde Iotti). E, sì, di farli sognare. Senza smettere di fare lo slalom fra opposti siluri, qua Breznev, là Agnelli (quello vero, che in tv dice: se l’Italia diventasse socialista non vorrei più viverci).

Un film meno ispirato avrebbe puntato sull’esteriorità fisica e sui segni dell’epoca, Segre e tutti i suoi attori, in testa un inarrivabile Elio Germano, fanno il percorso inverso, dandoci tutti gli elementi per capire da dove veniva quel sogno, e perché si guadagnò il rispetto di tutti i suoi avversari politici. La parata di facce ai suoi funerali (solo per il cinema appaiono Petri, Fellini, Scola, Antonioni, Vitti, Mastroianni...) dà ancora una stretta al cuore. Nostalgia? Nossignori, memoria.

 

Il nome della Duse. In uscita ai primi del 2025, il docu dedicato alla grande attrice da Sonia Bergamasco è una delle poche vere scoperte della Festa di Roma. Documenti e punti di vista rari o inediti, scoperte, performances, la passione contagiosa di una compagna d’arte per un mito ancora vivo e fecondo: c’è tutto.

Grandi novità alla Disney. Si fa per dire. Non contenti di aver castrato la Pixar, gli eredi di zio Walt annunciano festosi nuovi capitoli delle saghe di Alien, Predator, Speed, Il pianeta delle scimmie etc. in un’orgia di sequel, prequel e spin off. Oscar onorario a chi inventerà un nuovo nome per questi derivati.

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