Javier Milei, nuovo presidente dell’Argentina, uomo dalle idee libertariane il cui programma si riduce a una motosega, ha vietato l'uso del "linguaggio inclusivo" e tutti i riferimenti alla "questione di genere" nell'amministrazione pubblica. Curiose priorità della destra nel mondo. Lo ha comunicato il portavoce della presidenza, Manuel Adorni, nella conferenza stampa di lunedì: «Il governo varerà tutte le azioni necessarie a proibire il linguaggio inclusivo nell'amministrazione pubblica nazionale», ha detto Adorni, perché questo «è stato utilizzato come strumento politico». Non si potranno utilizzare i segni grafici per rendere inclusivo il linguaggio, come la chiocciola nelle desinenze plurali, e si dovrà «eliminare l'uso non necessario del genere femminile». Adorni ha dichiarato che il governo non è interessato a entrare in un "dibattito sul linguaggio" e ha ribadito che la questione di genere è stata usata come un "affare politico" nelle amministrazioni precedenti
Il giorno prima anche il ministero della Sicurezza argentino ha annunciato un analogo provvedimento. «È vietato l'uso del linguaggio cosiddetto 'inclusivo' nell'ambito del ministero della Difesa, delle Forze armate e degli organismi decentrati del dicastero», si legge nel provvedimento, secondo cui «dovrà utilizzarsi la lingua spagnola, in conformità con i regolamenti che disciplinano ogni rispettiva area, secondo i termini e le regole stabiliti dalla Reale accademia spagnola (Rae) e i regolamenti e i manuali in vigore nelle forze armate». Ancora, il testo afferma che "qualsiasi deviazione o snaturamento dello spagnolo che non sia standardizzato o approvato" può "indurre a un'errata interpretazione di ciò che si desidera disporre o ordinare", rendendo difficile la corretta applicazione degli ordini. All'epoca in cui era deputato, Milei si è rifiutato in passato di declinare al femminile la parola presidente, aprendo un contenzioso con l'allora presidente della Camera dei deputati argentina, Cecilia Moreau.
È questo del linguaggio un conflitto, spesso anche tragicomico, comune alle nuove destre planetarie che sul dare spazio con le parole a nuove soggettività e nominare le donne al potere hanno spostato, e di molto, il piano dello scontro. In Italia è stata proprio Giorgia Meloni, appena eletta, a dare l’indicazione, giunta ai ministeri grazie al Segretario generale della Presidenza del Consiglio Carlo Deodato, di chiamare la prima premier donna della storia della Repubblica, «Il Signor Presidente del Consiglio».
Poi, a stretto giro, il chiarimento, questa volta da fonti di Palazzo Chigi: Meloni chiede di essere chiamata: «Il Presidente del Consiglio dei ministri». Una lotta politica più che grammaticale, sono linguisticamente ambigenere, anche se tradizionalmente attribuiti a uomini, i nomi professionali/istituzionali uscenti in -ente (come presidente o dirigente) e derivati dal participio presente dei verbi. A far variare il loro genere sarà appunto l’articolo che li precede come nello specifico caso riguardante l’attuale seconda carica dello Stato. Ma non per Meloni che su questo punto insiste sostenuta anche dalla sua maggioranza.