Diritti, scuola, imprenditoria femminile, tutela della maternità: la regione di nascita segna il destino di una persona. La denuncia del rapporto WeWorld

Nel nostro Paese circa il 30 per cento dei minori e delle donne vivono in regioni con uno scarso accesso ai diritti fondamentali. In concreto, vuol dire che quasi un bambino su tre abita in zone con un’elevata quantità di famiglie sotto la soglia della povertà e dove gli investimenti scolastici e culturali latitano. Per quasi una donna su tre, invece, la regione di nascita può determinare sensibili differenze per la formazione, l’occupazione (soprattutto se si è già madri o se lo si vuole diventare) o la partecipazione politica.

 

Sono questi alcuni degli spunti più interessanti del rapporto WeWorld Index del 2025, presentato al Senato il 25 marzo e che, giunto alla sua quarta edizione, analizza la condizione di donne e giovani. «Quello che mi colpisce è lo stupore della gente, di fronte a questi dati», spiega Marta Albini, responsabile del Centro Studi WeWorld, l’organizzazione italiana indipendente impegnata da oltre 50 anni in progetti di cooperazione allo sviluppo e di aiuto umanitario. «Nel corso degli anni abbiamo osservato dei cambiamenti: la situazione complessiva dell’Italia è in miglioramento, ma non abbastanza. Il voto su cui ci attestiamo è il 5 e mezzo, stentiamo a raggiungere la sufficienza. Anche nelle regioni più avanzate dal punto di vista economico c’è una performance affaticata».

 

Lo studio mette in luce, ancora una volta, il divario tra Nord e Sud. L’Italia è un Paese che va a due velocità e questo crea un circolo vizioso perché le diseguaglianze si perpetuano e si allargano. Il divario è evidente in molti dei 30 indicatori utilizzati nel rapporto. Per ognuno di questi è stato assegnato un punteggio che va da 1 a 100 a ciascuna regione, sulla base dei dati raccolti dall’Istat. Per esempio, sul rischio di esclusione sociale dei minori, si va da un punteggio di oltre 86 punti per l’Emilia-Romagna a quello di 7.91 per la Campania (quindi con un fortissimo rischio) con le regioni meridionali che non superano i 35 punti. Ma il Sud è fanalino di coda anche per quanto riguarda l’erogazione di altri servizi sanitari o sociali. Come il contrasto alla povertà educativa: complessivamente il tasso di dispersione scolastica viene abbassato di anno in anno, ma non in tutte le regioni.

 

Non va meglio sul fronte della disparità di genere, con le donne a ogni latitudine d’Italia costrette ad affrontare un percorso accidentato per realizzarsi. Emblematico è il mercato del lavoro: tra il tasso di occupazione maschile e quello femminile c’è una differenza di ben 27 punti percentuali in Campania e Puglia, ma è sensibile anche nelle regioni del Nord industriale come Piemonte, Lombardia e Veneto, dove il gap è intorno ai 15 punti. Il quadro è rosso anche per l’imprenditoria femminile. Sul totale delle imprese iscritte alla camera di commercio di una singola regione, le migliori performance le fanno registrare Molise, Abruzzo e Umbria. Ma anche in questi casi, solo una donna su tre è titolare di un’azienda. In tutte le altre regioni la percentuale scende drasticamente, con la maglia nera che appartiene alla provincia di Trento con il 22 per cento.

 

«Il gruppo più marginalizzato è quello delle donne – precisa Albini – Si laureano prima e con voti più alti, ma poi il problema è l’entrata nel mondo del lavoro. Non si riesce a rompere il soffitto di cristallo che impedisce loro di accedere a posizioni di carriera più elevate, e spesso in sede di colloquio vengono poste domande che sarebbero illegali, come quelle che riguardano la volontà di avere figli». Secondo lo studio, a circa sei donne su dieci è stato chiesto se avessero figli o figlie e al 44 per cento se stessero pianificando di averne, ben 22 punti percentuali in più rispetto agli uomini. Quando si diventa madri, poi, tornare a lavorare è doppiamente difficile. La correlazione con la mancanza di servizi adeguati è strettissima. Così la cura domestica è ancora un impiego che grava sul versante femminile. «I congedi parentali per i padri sono un privilegio per pochi e il welfare state è ancora troppo basato sulla familizzazione della cura – prosegue la studiosa - e non mira alla reale parità dei generi. Dovrebbe essere un compito a carico dello Stato, ma siamo molto indietro rispetto agli standard europei».

 

Per tanti dati che ci sono, ne mancano altri che non vengono raccolti. «Ci piacerebbe avere anche altri indicatori, come quello sulla salute mentale dei minori. Abbiamo quello sulla salute mentale delle donne (secondo la definizione Oms), ma purtroppo per i minori non riusciamo a cogliere questo aspetto e ci auguriamo che venga raccolto dal Ssn perché con tutto quello che succede, tra crisi economiche, guerre, social, abbiamo bisogno di ascoltare i giovani per capirli». Nel frattempo, il report vuole essere un monito per chi deve prendere decisioni su quali siano le priorità per l’Italia. «Si parla tanto di famiglia, ma le misure sulla genitorialità condivisa sono assenti. L’idea dietro al nostro studio è che ci possa essere un’attivazione quanto più capillare possibile, perché è necessario un lavoro denso, sia per agire sul contesto generale che a livello territoriale» conclude Albini. E ora la palla dovrà necessariamente passare alla politica.

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