In assenza di una politica fiscale comune, ma con i vincoli di quella monetaria, le decisioni tedesche si riverberano sulle economie più deboli

L'attuale vicenda dell’aumento di 800 miliardi di euro proposti dalla Commissione europea per la difesa europea, e dei 500 miliardi stanziati, questa volta solo in Germania, per la creazione di un fondo governativo per il finanziamento di investimenti nel campo delle infrastrutture e dell’energia, sono un ulteriore esempio del cattivo funzionamento dell’Unione monetaria europea.

 

L’Unione, purtroppo, non è perfetta. Tutt’altro. È il risultato di compromessi infiniti ed, essendo stata lanciata colpevolmente in mancanza delle altre Unioni – fiscale, bancaria, economica, politica – il suo funzionamento non risiede su meccanismi “automatici”, ma ha bisogno di comportamenti cooperativi da parte degli Stati che ne fanno parte, che spesso non si verificano. In assenza di questi comportamenti, e in attesa che le basi su cui si poggia divengano solide fondamenta economiche, anziché principi astratti di cui parte del mondo politico europeo e di casa nostra si riempie quotidianamente la bocca, l’Unione semplicemente non assicura benessere ai suoi cittadini. Come abbiamo mostrato su queste pagine, dall’avvio dell’euro, la forbice in termini di prodotto fra l’Unione e gli Stati Uniti si è allargata a dismisura, così come, all’interno dell’Unione, quella fra Italia e Germania: dal 2000 ad oggi, il nostro Paese è cresciuto di circa il 20 per cento in meno rispetto al suo principale partner economico. Un’enormità.

 

Uno dei principali ostacoli a un adeguato funzionamento dell’euro sono i cosiddetti shock “asimmetrici”, quali ad esempio politiche di espansione fiscale decise unilateralmente da un grande Paese. A causa della mancanza di un’Unione fiscale, o quanto meno di un elevato coordinamento delle politiche fiscali, a fronte di un’Unione monetaria, i costi di tali iniziative unilaterali in termini di più elevati tassi di interesse e di cambio sono pagati da tutti i Paesi, se non, in misura ancor maggiore, da quelli che pur non beneficiando dello shock fiscale, hanno un debito pubblico elevato.

 

Guardiamo ai recenti annunci. Queste misure – ancora incerte quelle militari annunciate dalla Commissione, certe quelle del fondo tedesco – favoriscono in larga parte l’attività economica in Germania, all’incirca di 1 punto di Pil all’anno per i prossimi dieci anni, in maniera trascurabile quella negli altri Paesi. Ciò nonostante, il risultato di questi annunci è stato un aumento indiscriminato dei tassi di interesse di mercato in tutti i Paesi della Eurozona – di circa 40- 50 punti base, il più forte dal 1990, sulle scadenze decennali – e un conseguente rafforzamento dell’euro, di circa il 5 per cento nei confronti del dollaro. Secondo i nostri calcoli, questo inasprimento delle condizioni finanziarie è stato equivalente a un aumento di circa 75 punti base dei tassi di policy della Banca centrale europea: imponente, data l’attuale congiuntura economica. Questi costi sono quindi ripartiti fra tutti i Paesi dell’Unione monetaria.

 

 

Infatti, mentre le politiche fiscali sono nazionali – come detto, l’Unione fiscale non è mai partita – la politica monetaria è comune. Per cui, i costi di un’espansione di bilancio che pure è soprattutto tedesca e che favorirà soprattutto la Germania, sono spalmati in termini di aumento dei tassi d’interesse e di cambio su tutti i Paesi che aderiscono all’euro. Anzi, per un Paese ad alto debito pubblico come l’Italia, i costi derivanti all’erario da maggiori spese per interessi, sono un multiplo rispetto a quelli sopportarti dalla Germania, che ha un rapporto fra debito pubblico e Pil di meno della metà del nostro.

 

In altri termini, uno shock asimmetrico di questo tipo tenderà ad ampliare ulteriormente negli anni a venire il divario di crescita fra Germania – dove l’effetto della manovra sarà espansivo – e l’Italia, dove invece gli effetti netti, a causa dei costi finanziari, saranno probabilmente negativi. A parità di condizioni questi costi si traducono, nel nostro Paese, via tassi, in mutui più alti per famiglie e imprese, nonché in maggiori esborsi pubblici per interessi; via cambio in esportazioni più care, soprattutto verso il ricco mercato americano.

 

Di certo non è la prima volta che la Germania se ne va, per conto suo, creando problemi sul fronte economico e valutario per gli altri Paesi. Quello in marzo di quest’anno è stato il più forte aumento dei rendimenti decennali dei titoli Bund tedeschi dal 1990. Non a caso. Nel 1990 ci fu la riunificazione tedesca e sappiamo cosa avvenne allora. La Germania pose in essere una forte espansione fiscale per finanziarla, i tassi tedeschi salirono, sospinti dal mercato prima e dalla Bundesbank poi, a livelli insostenibili per quelli italiani, con il risultato che nel 1992 la lira dovette abbandonare lo Sme ed arrivò una dura recessione per tutti, compresa la Germania. Ora, di certo non stiamo pensando a conseguenze così drammatiche nella situazione attuale, ma altrettanto di certo vi saranno dei costi per l’Italia per queste politiche, in un momento di sua fragilità.

 

Gli 800 miliardi del “Riarm Europe” (che nome infelice), al di là di discussioni politiche sulla loro opportunità, da un lato favoriscono più alcuni Paesi di altri – è già partita la gara, mascherata dal “compra europeo”, per cercare di favorire imprese tedesche e francesi – e dall’altro, di nuovo, appesantiscono di più i bilanci dei Paesi ad alto debito, il nostro sopra tutti. Dato che si parla di difesa comune, credo che sarebbe difficile trovare un caso più consono di questo a un finanziamento con la emissione di debito comune, onde almeno evitare asimmetrie nei suoi costi. Crediamo pertanto che le perplessità del governo italiano, e non solo, su un’effettiva attuazione di tali programmi siano più che giustificate.

 

Allo stesso tempo, però, non si può essere stupiti dall’opposizione all’emissione di debito comune per finanziare le maggiori spese militari che viene dai Paesi a basso debito, in primis dalla Germania. I meccanismi di funzionamento dell’euro, infatti, non lo prevedono, se non sulla base di accordi ad hoc, con buona pace degli europeisti di maniera, che adesso fingono stupore. Tale stupore, purtroppo, è colpevole: viene proprio da quanti hanno voluto l’avvio dell’euro, e l’adesione del nostro Paese, in assenza di regole, meccanismi e altre Unioni, che ne assicurassero il funzionamento nell’interesse dei cittadini. Il risultato, assolutamente previsto, di tale slancio europeista incontrollato, e spesso in malafede, è stato il rilancio dei nazionalismi più biechi, esattamente l’opposto della favola raccontata, a parole. Il momento del debito comune e dell’Unione fiscale sarebbe ora, ma dubitiamo che si verificherà.


Contributo di Luigi Buttiglione, economista, docente universitario, fondatore di LB-Macro

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