Il caso

Cipro, un'isola per due frontiere

di Dario Antonelli e Giacomo Sini   12 settembre 2023

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Divisa in due al suo interno, è anche la frontiera più a est dell'Europa. Da sempre terra di incontro, scontro e passaggio, il Paese è diventato una delle vie di accesso principali per coloro che cercano di raggiungere il Vecchio Continente

È il Paese più a Est dell’Unione Europea, ed è pure quello con il più alto rapporto tra richiedenti asilo e popolazione. Ma la Repubblica di Cipro è anche la linea verde che la separa dalla Repubblica Turca di Cipro del Nord e la sanguinosa guerra che nel 1974 divise definitivamente l’isola tra la comunità greco-cipriota al Sud e quella turco-cipriota al Nord.

 

Sorge di fronte alla Turchia, al Libano e alla Siria, con cui ha legami storici. Da sempre terra di incontro, scontro e passaggio, l’isola è diventata centrale negli ultimi anni tra le vie di accesso per coloro che cercano di raggiungere l’Europa in cerca di un futuro. A fine 2022 le richieste di asilo pendenti erano 29.715 su una popolazione di poco più di 1,2 milioni di abitanti. Il rapporto Asylum information database (Aida) 2022 per Cipro segnala come la maggior parte degli arrivi avvenga via terra.

 

Molte persone raggiungono i territori controllati dalla repubblica del Nord, riconosciuta dalla sola Turchia, spesso con un regolare visto di studio, e da lì passano al Sud. Attraversare la linea verde è pericoloso perché è una buffer zone dove vi sono ancora campi minati. Ma è anche relativamente poco sorvegliata, solo le forze di polizia Onu possono intervenire, e non è considerata un confine dalle autorità del Sud che rivendicano la sovranità sull’intera isola. Infatti, solo dal 2021 il governo ha iniziato a disporre filo spinato, installare telecamere e schierare guardie lungo quella che di fatto è la frontiera più orientale dell’Unione Europea.

 

Ma quella frontiera è una ferita ancora aperta in una società che si dibatte tra gli spettri della guerra e le speranze di riunificazione e pace, in un continuo confronto tra il nazionalismo militarista e le iniziative bicomunitarie di convivenza e solidarietà. Per questo la stretta lungo la linea verde ha suscitato contestazioni da più parti per il timore di una radicalizzazione della divisione e di una definitiva separazione dell’isola.

 

Nella grande sala della Taverna Pentelis a Pelathousa, nel Sud, si esibisce il Bicommunal Choir For Peace “Lena Melianidou” che da 25 anni unisce donne e uomini delle due parti dell’isola, eseguendo brani in greco e in turco per dare voce e prospettiva concreta alla pace. Nell’attesa che inizi il concerto, Christalla Tsiakli, 63 anni, solista, esce sulla terrazza: «Sono entrata nel coro nel 2006 – racconta – avevo visto qualche concerto e avevo voglia di conoscere i turchi. E poi amo cantare». Aveva 15 anni il 14 agosto 1974, quando fu deportata da Palekythron, il villaggio in cui viveva, a bordo di un bus: «Lungo la strada ci circondarono provando a colpirci con pietre e bastoni, per fortuna l’autista riuscì a proseguire». Al coro Christalla ha incontrato anche una delle persone che quel giorno provarono ad assaltare il bus: «Gli ho chiesto perché, mi ha risposto “ci dicevano che i greci erano tutti cattivi”». Una propaganda ancora presente nella società, dice Costas Christodoulides, membro del coro che ha ormai superato i 70 anni: «Quando ho detto a mio nipote che andavo a cantare con il coro sai cosa mi ha risposto? “Non andare, possono ucciderti”». Agita le mani mentre parla: «Continuano a insegnare l’odio ai più giovani a scuola, a odiare i turchi. Il nazionalismo è dominante, ma se smettiamo di incontrarci colgono l’occasione per chiudere definitivamente il confine, e così peggiorerà anche la vita dei migranti e dei richiedenti asilo».

 

Da inizio 2023 c’è stata una significativa crescita degli arrivi via mare, quasi esclusivamente dalla Siria, e un calo drastico delle domande di asilo. Se nell’intero 2022 erano arrivate dal mare 807 persone, allo scorso 18 luglio erano già 709. Invece le domande di asilo a giugno 2023 sarebbero state 5.563, più che dimezzate rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, quando erano state 12.048. Recentemente il governo ha pure bloccato le ricollocazioni in altri Paesi per chi è arrivato nel 2023, decisione fatale considerando che Cipro è fuori dall’area Schengen.

 

Il calo delle richieste secondo Corina Drousiotou, coordinatrice del Cyprus refugee council, è in gran parte dovuto al fatto che «è più difficile partire dalla Turchia, che ha iniziato a cancellare numerosi visti di studio soprattutto a chi proviene da Paesi africani». Gli arrivi via mare sarebbero invece aumentati a causa «della grave situazione sia sociale sia di insicurezza che perdura in Siria e in Libano». Inoltre, il pericoloso viaggio via mare rimane spesso l’unica via per i siriani per riunirsi ai propri cari dal momento che «molti di loro usufruendo della protezione sussidiaria non hanno accesso alle procedure di ricongiungimento familiare».

 

Per il rapporto Aida, dal 2020 le autorità del Sud opererebbero respingimenti in mare. Corina Drousiotou, infine, segnala che «ci sono più processi e indagini a carico di richiedenti asilo con l’accusa di essere trafficanti. Si tende ad accusare una persona per ogni imbarcazione, di solito quella che si trova al timone».

 

Una situazione in cui sono le giovani generazioni a impegnarsi nel tentativo di dare una risposta diversa. Al cancello del giardino del Ledra Palace, ex quartier generale Onu nella buffer zone di Nicosia, è appeso lo striscione dell’associazione “Hade!” – in turco significa «andiamo» –. Si sta tenendo un ciclo di iniziative di incontro linguistico intitolato “Let’s Mingle”, sono tutti molto giovani. «Questi incontri – si legge nella convocazione – permetteranno scambi che di solito non accadono nel quotidiano tra persone che vogliono riappropriarsi della buffer zone e dare vita a una Cipro senza frontiere». La discussione è aperta.