Dalla cultura del "saper fare" e della tradizione artigiana a quella del "far sapere" e della promozione del territorio. Per uscire dalla crisi è questa la sfida che attende il Nord Est, un tempo locomotiva d'Italia. Che punta su turismo, meccanica, abbigliamento e vini, ma sempre con un occhio all'innovazione tecnologica

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«Noi veneti siamo sempre stati quelli del “savèr far”. Ora dobbiamo diventare anche quelli del “far savèr”». C’è la sintesi sapiente di un Goldoni imprenditore in Sandro Boscaini, patron della Masi Agricola, gran produttore di amarone nel Valpolicella (60 milioni di fatturato) e da poco quotato in Borsa, quando in una battuta chiarisce qual è la sfida che pende sugli imprenditori del Veneto per uscire dalla crisi. Perché in questo territorio in cui è nata la leggenda del Nordest locomotiva d’Italia, paradigma della capacità di intrapresa che nasce dal basso, coinvolge le forze familiari e le abilità artigianali, anche qui la crisi ha colpito duro.

Molte attività non ce l’hanno fatta e hanno chiuso i battenti, le prospettive di lavoro sono diventate più nere spingendo in alto il tasso di emigrazione soprattutto tra i laureati, i consumi delle famiglie hanno conosciuto una robusta frenata. Quello che non si è fiaccato però è lo spirito di resistenza. Né ha ceduto la trama del tessuto produttivo: «Tutti hanno subito danni, ma siamo pronti a ripartire», dice Andrea Tomat, amministratore delegato della Lotto Sport: «Questo territorio ha ancora dei punti di forza: la manifattura, l’esposizione alla tecnologia che è forte nelle imprese, e la capacità di cogliere opportunità all’estero».

Se c’è una cosa che ha mantenuto in piedi la leggenda del Nordest è stata proprio questa inesauribile presa sui mercati, che ha fatto impennare l’export del Veneto del 2,9 per cento nel 2013, del 2,7 nel 2014 (dati Bankitalia), e che lo farà esplodere del 5,4 quest’anno, secondo Unioncamere, grazie all’euro più debole: anche se la Germania resta il primo mercato di sbocco, hanno sempre più peso gli Stati Uniti e i mercati emergenti.

Che il territorio abbia voltato pagina, d’altra parte, lo dice anche il tasso di crescita del Pil previsto per quest’anno: più 1,1 per cento, più alto della media italiana. Dunque la macchina ha ripreso a buon ritmo, alimentata com’è dai pilastri dell’economia regionale: il turismo (in crescita soprattutto di stranieri), il vitivinicolo (al Veneto appartiene la denominazione del Prosecco, e non solo), e quello zoccolo duro di imprese che hanno nella meccanica, nelle macchine utensili e nell’abbigliamento il loro punto di forza.

Per capire il senso del “saper fare” è utile ascoltare come un letterato-imprenditore come Cesare De Michelis, a capo della più grande impresa culturale della regione, la Marsilio, descrive il carattere dei veneti: «Il Veneto è di cultura arcaico-contadina, ancorato a un Medioevo che resiste anche in età post-moderna e che ha come radice l’idea che stiamo attaccati a un territorio che non deve mutare: ancora oggi la cosa più complicata nel Veneto è andare da un posto all’altro», dice De Michelis. «Ma qui la cultura della manifattura è strepitosa, anche se empirica, fatta spesso da ingegneri mai andati all’università ma che conoscono i processi come nessun altro. Lo dimostra la Tipografia Veneta di Tebaseleghe, la più bella d’Europa, che ha commesse dalla Svezia e dal Brasile; lo dimostra la Dainese, che a forza di fare tute ora veste Valentino Rossi e punta a vestire anche gli sciatori. Grandi intelligenze. Ma mentre la Lombardia è un panzer come la Ruhr, noi siamo un patchwork. E che Dio ce la mandi buona».

In questo patchwork - che poi è il vestito di Arlecchino della commedia dell’arte che nel Veneto ha avuto la sua culla - il saper fare è tradizione, know-how artigianale, abilità nell’uso delle mani che si tramanda da generazioni, ma anche la scaltrezza nel cogliere nuove opportunità, una capacità unica di produrre varietà e personalizzazione resa ancora più spinta dalla penetrazione nei laboratori della tecnologia delle stampanti in 3D. Per capire cosa vuol dire quel “far sapere” auspicato da Boscaini come una rivoluzione, basta vedere cosa hanno messo in campo in questi anni di magra gli imprenditori con la vista più lunga.

Nel settore vinicolo, una delle icone del territorio veneto, intanto. «Chi va dal consumatore a dire che il prodotto è buono?», argomenta il capo della Masi: «All’estero lo deleghiamo agli stranieri. E siamo legati alla mentalità che è sempre il volume che fa il business. Anzi, noi veneti quando abbiamo qualcosa che piace al mercato facciamo di tutto per farlo diventare prodotto di massa, allargando la produzione. Invece bisogna investire sul mito del prodotto, sulla sua immagine, sulla sua esclusività. I cinesi di alto reddito, o i russi, non comprano un amarone da 20 euro, comprano il vino che costa di più». Perciò la Masi sta aprendo delle teste di ponte per “irradiare il brand”, cioè dei wine-bar col marchio di casa partendo da Zurigo, dal lago di Garda vetrina per il nord Europa e poi oltreoceano, e si batte per dare all’amarone lo standing del “lusso percepito” che ancora il consumatore straniero stenta a riconoscere a questo rosso sublime.

Boscaini non è l’unico. «Noi abbiamo capito che in un’industria arretrata e legata alla terra come quella del vino non si può pensare solo alla produzione ma anche al mercato», racconta Ettore Nicoletto, amministratore delegato del Gruppo vinicolo Santa Margherita, leader nel pinot grigio, 120 milioni di fatturato, «perciò abbiamo deciso che dal 2016 vogliamo essere artefici dei nostri destini commerciali e partiamo con una nostra società che venderà i nostri prodotti negli Usa». Dove prima c’era un importatore locale, ora ci sarà l’azienda in prima persona, ambasciatrice di se stessa: «Per comunicare quell’intangibile dell’essere italiani: una sintesi di cultura, territorio, lifestyle», dice Nicoletto, «che viene meglio tradotta con una struttura a gestione diretta».

L’altra leva della metamorfosi del territorio veneto la spiega Daniele Marini, professore di sociologia dei processi culturali all’Università di Padova, e si chiama innovazione. «Ha vinto chi ha fatto investimenti: di capitale, di brand, di prodotto, di organizzazione aziendale», dice Marini. «Chi invece è stato fermo, o si è attardato, è scivolato sempre di più nella crisi». A reagire meglio è stata la media impresa con più di 50 dipendenti e con sbocco sui mercati esteri, mentre le imprese rivolte solo al mercato domestico (dove la domanda calava), si sono come congelate.

Ma il traino dei big ha avuto effetti anche sui piccoli, su quel reticolo di imprese fornitrici che è il fenomeno più tipico del territorio veneto: «Qui ogni impresa medio-grande ha rapporti con 274 fornitori», spiega Marini, «e questo fa sì che l’80 per cento dell’attività di aziende come Benetton è collegato a tante piccole imprese». Perciò chi fa innovazione impone la stessa innovazione all’intera filiera, in un meccanismo a cascata che consolida alla fine l’intera struttura, grandi e piccoli. Sull’innovazione tecnologica applicata all’automazione dei cancelli ha sfondato la Nice di Oderzo (260 milioni di fatturato), ed è rinato il distretto della concia di Vicenza, che sembrava condannato dalla concorrenza del Brasile.

«Da noi la ricetta è stata pensare a un modo diverso di fare azienda», racconta Tomat. Questo per la Lotto si traduce in un investimento importante in informatica per costruire una piattaforma tecnologica che gestisca la parte produttiva (che sta in Turchia, Asia, Europa dell’Est) e la supply chain in modo più integrato e sofisticato. «Io sarei felice di produrre qui, ma mi devo misurare con i fattori produttivi dei miei concorrenti. Quindi devo cercare nella catena del valore altre leve: il prezzo, o il design, o l’innovazione», prosegue Tomat.

Quello che le imprese delle regione sembra abbiano capito sotto la frusta della crisi è che non si va avanti senza cambiare, senza introdurre tecnologia a fianco della capacità artigianale, e senza farlo sapere, senza promuoverlo il più possibile. Questo vale per chi ha adottato il modello della “fabbrica senza fabbrica” com’è la Lotto, o anche la Geox, e in genere tutto il distretto dello sport di Montebelluna, dove dietro i cancelli non ci sono operai ma disegnatori, tecnici, esperti di marketing.

E vale anche per chi resta ancorato alla tradizione. La Frau di Verona, sessant’anni di storia e 37 milioni di fatturato, affida sempre ai 200 dipendenti nei due stabilimenti nel veronese la fattura di un milione di scarpe l’anno. «Le scarpe si fanno con le mani e così si faranno sempre: la crisi non ha cambiato la filosofia aziendale indicata da mio padre, che teneva moltissimo al made in Italy», dice Gabriella d’Arcano, presidente della Frau, «eppure anche da noi ci sono dei robot, laddove serve precisione assoluta o ci sono lavorazioni rischiose». E nella commercializzazione Frau ha dato vita a un sistema multicanale: non solo il negozio, ma shop online e l’uso dei social.

Se l’evoluzione del Veneto ha imboccato questa strada, c’è ancora spazio per il mito del “piccolo è bello”? «Le nicchie, le “biodiversità” industriali vanno bene, ma la massa critica è importante: il pesce grande deve fare il leader e il pesce piccolo deve seguire», afferma Nicoletto: «Non dico che ci debba essere un consolidamento e che dieci big la debbano fare da padroni, ma almeno un’alleanza per affrontare insieme i mercati, sì». «Non basta avere tante buone imprese che fanno bene se non creo un ecosistema», rincara la dose Marini. Ecosistema vuol dire un’efficiente pubblica amministrazione, moderne infrastrutture, e la capacità di usare le risorse con un progetto: gli oltre 33 milioni di fondi europei per il vino di cui la Regione Veneto dispone, per esempio, sono distribuiti a pioggia, accusano gli operatori, per accontentare un po’ tutti e non rinforzare davvero nessuno.

D’altra parte, come osserva Cesare De Michelis, il Veneto è terra di contraddizioni tra forza delle competenze e mancanza di strategia politica: «Abbiamo la città più turistica d’Italia e non abbiamo una grande impresa turistica; tutte le professionalità qualificanti le andiamo a cercare a Milano; non abbiamo un quotidiano che vada in una rassegna stampa; abbiamo il 16 per cento dei lettori e produciamo l’1 per cento dei libri, anche Ca’ Foscari, che aveva una facoltà di eccellenza come economia, è stata surclassata. E gli industriali locali, che pure hanno un peso, faticano a esprimere una leadership. Non abbiamo neanche una squadra di calcio... La verità è che non abbiamo voglia di competere con il resto del Paese», conclude.

Forse il capo della Marsilio è troppo pessimista. Per un osservatorio del cambiamento come la Fondazione Nord-est la Terza rivoluzione industriale che bussa alle porte nel mondo, un misto di tecnologia e di meccanica di precisione, di sapere artigiano e di flessibilità nel gestire il processo produttivo, è fatta su misura proprio per il Veneto. Anzi è già lì, basta il “far savèr”.

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