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Quei trafficanti in divisa libica: rivelate le connivenze tra scafisti e ufficiali di Tripoli

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I boss del traffico di esseri umani e i comandanti della Guardia costiera che dovrebbero stroncarlo sono spesso le stesse persone. Addestrati, finanziati e forniti di imbarcazioni da Italia e Unione Europea

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Li torturano nei campi libici, li liberano solo dopo che i disperati pagano ancora. Li fanno partire dalle coste nordafricane spesso accompagnandoli vicino a navi, anche mercantili, che possano soccorrerli. Poi (se hanno tempo e voglia) li vanno a riprendere e li riportano nuovamente nei lager. E tutto ricomincia da capo. Un girone infernale nel quale alti ufficiali della cosiddetta Guardia costiera libica hanno un ruolo di primo piano. Lo dimostrano numerose inchieste giudiziarie, anche italiane, e recenti rapporti dell’Onu che hanno messo sotto accusa alcuni comandanti e ufficiali della Guardia costiera libica. Inchieste e rapporti, trasmessi anche all’Aia, raccontano di questi trafficanti di esseri umani che da un giorno all’altro si trovano a essere comandanti della Guardia costiera libica addestrati e finanziati dall’Unione Europea e dall’Italia che gli ha fornito soldi, motovedette e corsi di formazione.

Un nome fra tutti: quello di Abd Al Rahman Al Milad, indicato dai report dell’Onu come boss della tratta di uomini e che è poi diventato capo della Guardia costiera di Zawiya, finanziata con i fondi europei e del nostro Paese. Da alcuni mesi Al Milad è stato sostituito perché troppo compromesso con le organizzazioni del traffico di migranti che operano in Libia e con i gestori dei “centri di accoglienza” libici. In un filmato si vede questo comandante-trafficante che prende a bastonate profughi che erano stati “soccorsi” da una delle sue motovedette (un natante italiano ceduto alla Guardia costiera libica). Come dice il report dell’Onu, Abd Al Rahman Al Milad da un lato guidava le operazioni di soccorso, dall’altro era il terminale di una rete di criminali che operano impunemente in Libia dove nessuno di loro è stato mai identificato o arrestato. Il portavoce della Marina Militare Libica, Ayoub Qassim, lo ha difeso a spada tratta accusando i media di avere «fabbricato intenzionalmente delle fake news». Poi ha aggiunto però che, se sarà riconosciuto responsabile, Al Milad sarà punito dalla giustizia libica e ha ammesso che nell’attesa l’ufficiale-trafficante è stato “sospeso” dalla Guardia costiera di Tripoli, almeno fino alla conclusione delle indagini. 

Il doppio gioco di alcuni responsabili della Guardia costiera libica è confermato da oltre duemila testimonianze di migranti che sono agli atti di numerose inchieste giudiziarie, anche italiane, come quelle delle Procure di Trapani e di Catania. E una conferma ulteriore è agli atti dell’inchiesta giudiziaria relativa al sequestro da parte della Procura di Trapani della nave Juventa della Ong tedesca Jugend Rettet, battente bandiera olandese. In particolare, riferendosi a un episodio del 18 giugno 2017avvenuto nella zona di mare al largo della località libica di Zuara, si parla di «grave collusione tra singole unità della Guardia costiera libica e i trafficanti di esseri umani».

L’inchiesta della Procura di Catania (il processo si è concluso nell’estate scorsa) dimostra ancora il ruolo di alcuni ufficiali della Guardia costiera che facevano contemporaneamente i soccorritori ed i trafficanti. Si tratta ad esempio degli ufficiali della Guardia costiera libica Tarok All e Bdelbafid Mohammad, arrestati dai militari della nave della Marina militare Italiana “Bergamini” mentre trasportavano una ventina di migranti verso la loro nave tentando poi di fuggire tornando verso la Libia. I due si sono difesi raccontando la storia poco verosimile di un uscita in barca, mentre non erano al lavoro, alla ricerca di un certo cugino pescatore scomparso in mare. Secondo quello che si legge nei verbali, «Ali  Tarok dichiarava di fare parte della Guardia costiera libica e che il giorno dei fatti era uscito in mare unitamente ad Ali Osama e altri due amici libici per cercare un cugino disperso, tale Younees. Durante la navigazione avrebbero notato un barchino con dei migranti in difficoltà e ne avrebbero caricati alcuni sulla loro imbarcazione, più sicura. Poi avrebbero notato non lontana una nave italiana meglio attrezzata per i soccorsi e avrebbero trasportato nuovamente i migranti che avevano caricato sul barchino da dove li avevano presi». Per bloccarli mentre stavano cercando di fuggire dopo avere “soccorso” i migranti, gli italiani avevano inviato un gommone Hurricane della “Bergamini”, che li ha intercettati, e arrestato così i quattro libici che erano a bordo. Ali Tarok, per discolparsi, ha detto poi di avere partecipato anche ad operazioni della Croce Rossa e che per il suo servizio nel salvataggio di migranti aveva ricevuto encomi. Anche Ali Osama ha ripetuto la versione del suo collega della Guardia costiera libica. Dichiarazioni poco credibili e smentite tra l’altro dai filmati e dalle fotografie degli aerei della nostra Marina militare e della nave “Bergamini”. 

A confermare il ruolo degli ufficiali della Guardia costiera libica le numerose testimonianze dei migranti che hanno riferito che i due ufficiali libici li avevano caricati sui loro barchini sin dalla partenza dalla spiaggia di Zuara accompagnandoli fino a qualche miglio dalla nave Bergamini per fuggire subito dopo. Non stavano cercando nessun cugino. L’ambasciata libica in Italia si è poi adoperata per la loro difesa procurando e pagando anche gli avvocati. Ma sono stati comunque condannati a 6 anni di carcere. 


«I trafficanti importanti, quelli che gestiscono il vero business, si trovano in Libia dove nessuno li cerca o li arresta», dice l’avvocatessa Rosa Emanuela Lo Faro di Catania, che si è occupata approfonditamente degli sbarchi in Sicilia ed è anche legale di alcune Ong. «I loro nomi, cognomi e anche numeri di telefono si trovano in alcuni atti giudiziari, pubblici. Ma non si può procedere perché mancano accordi di cooperazione giudiziaria tra l’Italia e la Libia, insomma non ci sono punti di riferimento certi. Non sappiamo nemmeno a quale governo o autorità giudiziaria della Libia rivolgerci». 

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