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«La guerra ci segue, portateci via di qui»

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«Trattati come animali». Hanno violentato me e la mia bambina». «Sono venuto in Libia e sono diventato schiavo»: abbiamo raccolto i racconti in prima persona dei migranti che dopo essere fuggiti dai loro paesi sono finiti nel mezzo del conflitto a Tripoli (Foto di Alessio Romenzi)


Durante gli ultimi due mesi di violenze a Tripoli le organizzazioni umanitarie hanno più volte lanciato l’allarme per i circa 3.400 migranti e rifugiati che si trovano nei centri di detenzione nelle zone vicine al fronte. L’agenzia dell’Onu per i rifugiati, Unhcr, ha rivelato che un raid aereo vicino a un centro di detenzione per migranti che ospita più di 500 persone l’8 maggio ha già provocato due feriti. Ci sono più di 600 mila migranti, rifugiati e richiedenti asilo in Libia, e la maggioranza non è in detenzione ma ciò non significa che siano al sicuro. A Tripoli, molti vivono in strutture di emergenza, scuole o capannoni adibite a rifugio, spesso gestiti dalla Mezzaluna Rossa Libica.
Asaad al-Jafeer, un dipendente della Mezzaluna Rossa libica che lavora in una delle strutture rifugio, ha detto che la sua organizzazione sta lottando per salvare circa 150 persone che vivono nella scuola, tra cui oltre 40 bambini e sei donne incinte. La maggior parte proviene dal Sudan e dall’Eritrea, e sono già sopravvissuti a molti conflitti e a volte a viaggi orribili per raggiungere la Libia: «Portare i residenti fuori dal pericolo non è stato un compito facile, perché non c’è stato alcun cessate il fuoco ed è stato pericoloso sia per loro che per noi», dice Asaad. “L’Espresso” ha parlato con i migranti rimasti nella trappola della guerra civile libica. Ecco alcune delle loro storie, in prima persona.

JIHAN, 26 ANNI, SUDAN
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Per arrivare in Libia ho attraversato il deserto. Il Sudan, il Ciad, poi il sud della Libia e infine Tripoli.Le violenze sono iniziate a Sabha e al Maruqah, nel sud della Libia.

Sono stata rapita con mio marito e i miei due bambini piccoli, un maschio e una femmina.
I primi a farci del male sono stati gli uomini delle tribù del deserto, i Tebu: ci hanno chiuso in una stanza dove mi hanno violentato. Poi hanno cominciato a toccare mia figlia, nelle zone intime, la toccavano ovunque. «È solo una bambina, lasciatela», gridavo.
E più gridavo più diventavano aggressivi e uno di loro ha tirato fuori la pistola dalla tasca, me l’ha puntata alla testa dicendo di stare zitta. «Se non smetti di piangere ti ammazzo», diceva.
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Libia, l'inferno sotto le bombe di Tripoli
10/5/2019
Anche mio marito urlava, più forte di me. Io lo imploravo di tacere, perché avevo paura che lo uccidessero lì davanti a me e ai bambini. Ma lui urlava così tanto che hanno cominciato a picchiarlo, a prenderlo a calci all’angolo della stanza.
Ha cominciato a perdere sangue dalla bocca e ha smesso di urlare. I bambini hanno visto tutto.
Siamo rimasti lì tre giorni, poi ci hanno affidato a un gruppo di uomini che ci ha portato a sud di Tripoli. Li abbiamo pagati perché ci portassero all’ufficio di Unhcr.
Era settembre, c’era la guerra a Tripoli, ma noi non potevamo saperlo.
L’ufficio era chiuso e siamo rimasti lì davanti tre giorni e tre notti ad aspettare. Di giorno io elemosinavo un po’ di latte per i bambini, non avevamo più niente.
Poi ci siamo spostati in una casa in costruzione, per cercare un po’ di riparo almeno di notte. Una mattina mentre chiedevamo l’elemosina è arrivata una macchina, una grande macchina nera, c’erano due uomini e uno di loro ha chiesto a mio marito se volesse lavorare.
Gli hanno detto: abbiamo bisogno di braccia da lavoro. Erano armati.
Noi non sapevamo che alle porte della città stessero combattendo, ma io avevo paura ugualmente. Ho detto a mio marito: nemmeno li conosci, non andare. Non sai dove ti porteranno.
Lui ha pianto, avevamo bisogno di soldi. Ed era vero, non avevamo nulla da mangiare, né nessuno che potesse sfamarci. «Lo faccio solo per farvi mangiare», ha detto. Ma non è più tornato. Mi hanno spiegato solo dopo che si trattava di una milizia, la Settima Brigata di Tarhouna. Che probabilmente l’hanno portato a combattere.
Non hanno chiesto soldi per ridarcelo indietro, né ci hanno mandato notizie. Credo sia morto.
Io e i miei figli abbiamo aspettato di fronte all’ufficio di Unhcr finché non hanno registrato la nostra richiesta di asilo.
Di notte continuavo a dormire con i bambini nella casa in costruzione, senza acqua né luce.
Di giorno aspettavo in strada, un po’ di elemosina, oppure seduta di fronte all’ufficio di Unhcr, per avere risposte e cercare notizie di mio marito. È andata avanti così per due mesi. Uno dei miei figli, il maschio, si è ammalato. Era inverno, non avevo nulla da mettergli addosso.
Dormivamo al freddo, l’unico modo per scaldarli era abbracciarli stretti.
Un impiegato di Unhcr ogni tanto ci portava dei vestiti di seconda mano e dei soldi, di tasca sua. Venti dinari, trenta dinari.
Poi un giorno un uomo e sua moglie mi hanno fermato in strada, dicendo che cercavano una donna delle pulizie. Mi hanno detto di andare a casa loro il giorno dopo, sulla strada dell’aeroporto. Quando sono arrivata a casa loro l’uomo era solo, ha chiuso la porta a chiave alle mie spalle e mi ha dato uno schiaffo. Mi ha chiesto di togliermi gli abiti e non ribellarmi, perché se mi fossi ribellata avrebbe chiamato altre persone e mi avrebbero violentata in gruppo.
Allora ho obbedito, mi sono spogliata e ho detto solo: non toccare i miei figli e faccio quello che mi chiedi.
Rideva, diceva «tanto non puoi fare niente, negra puttana sei solo una schiava».
Diceva che ero una schiava. Ero nuda e piangevo.
Ha preso il telefono, mi ha chiesto di camminare mentre faceva foto e video.
Lui rideva, io singhiozzavo.
Gli ho detto di finire presto, fare quello che voleva e lasciarmi andare via con i bambini. Lui mi ha dato un calcio, sono caduta, e da terra gli ho baciato i piedi, pregandolo di lasciarmi andare. Ma mi ha spostato con un calcio.
Poi mi ha rialzata con la forza e mi ha violentata ancora.
È come se fosse accaduto ieri, ma è accaduto tre mesi fa.
Non ho più avuto il ciclo mestruale, penso di essere incinta.


NAFISA SAED MUSA, SUDAN
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Nel 2003 il villaggio in cui vivevamo in Darfur, Shetaya, è stato incendiato dalle milizie Janjaweed. Mio marito e i miei figli più grandi sono morti, bruciati vivi nel rogo del nostro villaggio. Mi è rimasto un solo figlio, Abdallah, che oggi ha 27 anni. Abbiamo deciso di partire per raggiungere la Libia sei mesi fa, con un solo sogno: una vita dignitosa.
Sogno l’Europa per mio figlio. Immagino di vederlo lavorare e sorridere finalmente, non chiedo altro che questo.
Appena entrati in Libia un gruppo armato ha catturato Abdallah, a Umm al Aranib, nel sud. Mi hanno chiesto cinque mila dinari libici per lasciarlo andare.
Tutti i sudanesi del Darfur che viaggiavano con noi hanno partecipato a una colletta per poter pagare il riscatto, io non avevo tutti quei soldi.
Qualcuno ha dato trenta dinari, qualcuno cento, chi poteva ha dato di più, finché non abbiamo raccolto quello che chiedevano gli uomini della milizia.
Tutti sapevano che Abdallah era il solo figlio che mi resta. Non volevano lasciarmi vivere con il dolore di un marito e gli altri tre figli uccisi.
Abbiamo pagato il riscatto e mi hanno riportato mio figlio. Poi siamo arrivati qui, a Tripoli.


ABDALLAH, 27 ANNI, SUDAN
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Mi sono salvato dal rogo del mio villaggio in cui sono morti mio padre e i miei fratelli perché stavo lavorando nei campi con mio zio, anche se ero solo un bambino. Non è rimasto niente. Né del villaggio, né della nostra famiglia. Mia madre è venuta a prendermi e ci spostavamo come disperati da una città all’altra, noi ci spostavamo e la guerra ci seguiva. La gente moriva in strada, moriva nei campi profughi, moriva di fame.
Abbiamo deciso di venire in Libia sei mesi fa.
Mi hanno rapito a Umm al Aranib e da lì trasferito a Sebha.
Per due mesi mi hanno torturato in ogni modo, picchiandomi, bruciandomi le braccia con i ferri ardenti e spegnendo sigarette sulle schiena.
La mia pelle porta i segni di mesi di torture.
Appena mi hanno rapito ho detto ai miliziani che non avevo soldi con me, che non avevo soldi e basta. Che io e mia madre arrivavamo da un campo profughi in Darfur in cerca di lavoro. Mi hanno detto: “se non hai soldi chiama i tuoi familiari, se nemmeno loro hanno i soldi lavori o combatti per noi”. Impongono di rubare l’oro nei magazzini di Sebha. Di caricare le armi e di combattere, durante le guerre.
Chi prova a ribellarsi muore.
Ho visto tante persone morire intorno a me.
Quando mia madre e i sudanesi hanno pagato il riscatto siamo arrivati a Tripoli. Abbiamo chiesto di essere accompagnati all’ufficio di Unhcr e i miliziani ci hanno chiesto 650 dinari anche per questo. Abbiamo pagato. Ci siamo registrati e siamo andati a dormire da una famiglia di conoscenti del Darfur a Qasr bin Gashir, alla periferia di Tripoli.
Ma la guerra ci ha seguito anche qui e dopo pochi giorni sono iniziati i colpi di artiglieria sulla zona, i libici che vivevano lì sono scappati. Noi non sapevamo dove andare, siamo rimasti chiusi in casa finché non sono arrivati ad evacuarci e ci hanno portato in questa scuola.
Non c’è da mangiare per tutti. Non c’è abbastanza acqua. Ma almeno siamo vivi.
Siamo sopravvissuti alla guerra nel nostro paese ma la guerra ci segue, chiediamo solo di essere portati via da qui. Chiediamo solo, finalmente, un posto sicuro.


HAMOUDA AMID FADIHALLAH, SUDAN
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Siamo arrivati in Libia due anni fa dal Darfur, non volevo pagare un trafficante né attraversare il mare. Volevo provare a lavorare, guadagnare il giusto per sfamare mia moglie e mia figlia. Smettere di vivere in un campo profughi dopo più di dieci anni. Abbiamo trovato un posto dove stare nell’area di Abu Salim, a Tripoli, in un capannone con altre famiglie sudanesi. Siamo tutti registrati con Unhcr, tutti. È una vita di attesa, la nostra. Ci hanno detto che abbiamo tutti i requisiti per l’asilo. Eppure siamo qui, senza notizie, senza alcuna evoluzione.
Lo scorso anno ero in strada, aspettavo che qualche libico si fermasse per trattare un giorno di paga per un lavoro. Ero alla rotonda, come tutti, con i miei attrezzi, ad aspettare. È una vita di attesa, la nostra. Te l’ho detto. Si è fermata una macchina con tre ragazzi che mi hanno chiesto di salire, ho domandato loro quanto proponevano per il lavoro e cosa avrei dovuto fare.
Uno di loro ha mostrato una pistola. Non ho fatto più domande, ho obbedito e sono salito in macchina. La Libia è così, non puoi voltarti e urlare, urlare verso chi? Chi mi avrebbe soccorso?
Ho obbedito e basta. Mi hanno portato in una fattoria nella zona di Wadi Rebia, era maggio del 2018. Sono rimasto lì più di tre mesi.
Lavoravo la terra dalla mattina alla sera e al tramonto mi chiudevano in una stanza, con altri uomini, sudanesi come me.
Ci davano qualcosa da mangiare, un po’ d’acqua. Poi chiudevano la porta a chiave con i lucchetti e ci lasciavano lì fino al mattino dopo. Uno degli uomini con cui dividevo la stanza una notte ha provato a scappare e gli hanno sparato alle gambe.
Dopo avergli sparato l’hanno trascinato fuori e messo in un garage lì vicino.
Non l’ho più visto da allora. Nessuno sa che fine abbia fatto. E nessuno fa domande. Dopo tre mesi, a settembre 2018, è iniziata la guerra. I miliziani erano molto agitati e noi meno controllati. Così una notte ho rotto una finestra e sono scappato via, correvo nei campi e bussavo alle fattorie dela zona, chiedendo aiuto. Ma nessuno mi aiutava.
Sono arrivato lungo l’autostrada e un uomo, un sudanese, si è fermato e mi ha portato a casa sua a Tarhouna, mi ha dato un pasto caldo e mi ha accompagnato da mia moglie e mia figlia, che mi davano per morto.Non ci sentiamo supportati, né protetti.
Dovremmo essere portati via da qui, non possiamo tornare indietro, non possiamo andare avanti. Non esiste un solo luogo sicuro per noi in questo paese.


MUNIR, 27 ANNI, ERITREA
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Siamo scappati dall’Eritrea. Abbiamo attraversato il Sudan per entrare il Libia. Siamo arrivati a Kufra e pagato quanto pattuito con i trafficanti. Quattro mila dollari a famiglia. Ci avevano detto che questa cifra comprendeva il viaggio nel deserto e quello via mare. Ma a Kufra i trafficanti ci hanno venduto a un altro gruppo armato che ci ha chiesto altri quattromila dollari per farci arrivare sulla costa. Abbiamo dato loro quello che ci restava, pregando di farci imbarcare. Invece ci hanno caricato su un camion e portato a Beni Walid. Mia moglie era incinta.Ci chiedevano altri soldi, ma non avevamo più nulla. Abbiamo telefonato alle nostre famiglie in lacrime, avevo paura che mia moglie perdesse il bambino.
I miei fratelli hanno chiesto un prestito ai vicini e ci hanno mandato altri soldi, così finalmente siamo arrivati a Tripoli. Ma ci hanno arrestati durante una retata, perché non abbiamo documenti. Siamo considerati clandestini. E ci hanno portato nel centro di detenzione di Qasr bin Gashir.
Eravamo divisi in tre hangar, le famiglie separate: gli uomini da una parte e le donne e i bambini da un’altra.
Mia moglie ha partorito da poco ed era sola, nel capannone più lontano da me.
Era tutto difficile, non avevamo abbastanza da mangiare, eravamo trattati come animali, ma soprattutto non potevamo parlare con le nostre mogli e sapevamo che di notte le donne rischiavano di essere stuprate dai miliziani. Questa paura non mi dava pace, mai. Né potevamo chiedere nulla, nemmeno una parola dai nostri cari, dai nostri figli.
Siamo stati cinque mesi lì, ogni tanto arrivavano dei medici internazionali a curarci. Non abbiamo mai visto altri operatori di organizzazioni internazionali, sono venuti due volte in visita operatori locali di Unhcr, ma non eravamo liberi di parlare con loro.
Eravamo nel centro di detenzione quando è iniziata la guerra, ad aprile. Il centro era controllato dai militari del Dcim (Dipartimento anti immigrazione clandestina del Ministero dell’Interno, ndr) ma quando sono iniziati i combattimenti sono scappati e ci hanno lasciati soli. Siamo rimasti così, abbandonati a noi stessi per cinque giorni, senza cibo e con poche scorte d’acqua. Davamo acqua e zucchero solo ai bambini. Dopo quasi una settimana sono arrivate delle bande di uomini armati, volevano soldi e telefoni. Ma soldi non ce n’erano più. Gli uomini rifiutavano di consegnare i telefoni e questi miliziani armati si sono sfogati su un gruppo di cristiani che stava pregando al lato del capannone.
Hanno chiesto loro di smettere di pregare, i cristiani si sono rifiutati e i miliziani hanno cominciato a sparare a caso nel capannone, ferendo alcune persone.
Sono scomparse tante persone in quelle ore. Non sappiamo che fine abbiano fatto, se siano scappati o se siano stati costretti a unirsi ai soldati per combattere al fronte.
Il giorno dopo siamo stati evacuati, la maggior parte è stata trasferita a Zawhia, in un altro centro di detenzione e noi siamo arrivati qui, a Tripoli.
Dicono che siamo al sicuro, ma ci spostano di prigione in prigione e non c’è alcun posto sicuro per noi in questo paese.

ABDULRASOUL, SUDAN
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Siamo scappati dalla pulizia etnica, dal genocidio del Darfur. Ho perso la maggior parte della mia famiglia e la mia casa. Ho perso la possibilità di studiare, di avere una vita serena. Ho perso le mie radici.
Da sfollato vivevo nel campo di al Kalma lavoravo con varie organizzazioni internazionali e con lo staff di Medici Senza Frontiere, come traduttore e mediatore culturale. Sono stato lì per cinque anni.
Vivo in Libia dal 2013 e sono registrato con l’Unhcr dall’anno successivo, il 2014. Sono cinque anni che aspetto di essere aiutato, portato via.
Nel frattempo qui ci sono state tre guerre.
Sono stato rapito due volte. La prima durante la guerra del 2014.
Vivevo nell’area di Fullah Drevi e lavoravo in un mercato, sono stato prelevato la mattina presto mentre andavo a lavorare e portato a Beni Walid. Mi hanno trattenuto diciotto giorni, finché mia moglie non ha trovato il modo di far avere loro il riscatto. Poi ci siamo trasferiti nel sud della Libia, nell’area di Murzuq, aspettando che finisse la guerra. Mi hanno rapito anche lì, costringendomi a lavori forzati per quattro mesi.
Siamo tornati a Tripoli nel 2016, ho rinnovato la mia richiesta d’asilo.
Scappo dalla guerra, ho detto. E qui c’è solo guerra. Cos’altro serve per avere asilo? Cos’altro serve per essere aiutati?
Vivere in Libia significa uscire di casa al mattino e pregare di tornare la sera senza essere catturato da qualcuno, sperare di rivedere i propri figli, la propria moglie. Ci sono milizie a ogni angolo di strada.
Il dieci aprile scorso eravamo in casa, a Qasr bin Gashir, gli spari si facevano sempre più vicini. Ero con mia moglie e i miei bambini di tre e cinque anni, insieme a noi vivevano altre due famiglie.
Quando gli spari si sono interrotti, di notte, siamo scappati, abbiamo camminato per più di tre ore, verso la zona del vecchio aeroporto, finché non ci hanno aiutato portandoci prima in una scuola per sfollati nella zona di Furnaj, che ospitava famiglie libiche, sfollate anche loro, come noi.
Ma i libici non ci volevano, non volevano dividere con noi né il tetto né gli aiuti, così la Libyan Red Crescent ci ha spostato qui, in una scuola di Darha. I bambini hanno ricevuto qualche sorriso e un materasso dove dormire.
Quando sono arrivato in Libia non volevo attraversare il mare. Avrei voluto stabilirmi qui, lavorare, provare ad arrivare legalmente in Europa attraverso le organizzazioni internazionali. E così ho fatto, seguendo le regole. Con la richiesta di asilo.
Ogni giorno da anni guardo il foglio della nostra registrazione e mi chiedo se arriverà mai per noi la possibilità di essere aiutati e protetti, così ho perso la speranza. Più cresce la paura, più diminuisce la speranza.
Mi dicono di aspettare, che la situazione cambierà, che faremo altre interviste e ci porteranno via.
Aspettare, aspettare ma per cosa?
Non ci credo più e per la prima volta dopo anni ora ho deciso di provare con i gommoni, ad attraversare il Mediterraneo. Io e mia moglie per anni ci siamo detto che no, non l’avremmo mai fatto. Non avremmo mai messo in pericolo i bambini. Ma siamo stanchi.
Vorrei lasciami i dolori alle spalle e cercare la libertà. Per me, per i miei figli che vogliono diventare dottori e per mia moglie, che piange sempre, piange soltanto. Vorrei vederla, almeno una volta, sorridere.

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