
«Peccato che manchino i campi da coltivare ed il terreno è talmente duro che non riusciamo a seppellire i nostri morti» aggiunge Gregorio, dirigente della comunità Quechua, mentre un gregge di pecore pascola lungo la strada asfaltata e deserta. «Le terre che ci hanno concesso sono a più di quattro ore di auto da qui e sono aride. La maggior parte di noi è senza lavoro ed è cresciuto il numero dei suicidi, soprattutto tra gli anziani che si sentono imprigionati nelle case di cemento». Dentro le abitazioni vivono famiglie numerosissime. I mobili sono accatastati in un angolo della stanza ed il letto è costruito con una calda pila di pelli e stoffe.
Intorno, la luce della miniera di Las Bambas, sempre accesa, spezza il buio pesto della notte tra le Ande, nel sud del Perù. Lungo il Corredor Minero, divisi in piccole comunità, vivono circa 55 mila contadini le cui condizioni di vita sono peggiorate da quando l’arrivo di grandi multinazionali estrattive ha stravolto l’economia dell’area causando danni all’ambiente e la ripetuta violazione dei diritti fondamentali degli abitanti delle comunità.

Challhuahuacho è la città più vicina al principale sito di estrazione di rame dell’interno corridoio minerario meridionale, di proprietà del consorzio cinese Mmg. In pochi anni ha avuto un vero e proprio boom demografico dovuto alla necessità di forza lavoro e agli introiti della miniera, con profonde conseguenze sociali palesi come l’aumento della prostituzione e della criminalità «ed altre meno evidenti, come la crescita delle violenze domestiche, delle separazioni familiari, dell’alcolismo e delle malattie sessualmente trasmissibili», spiega Allison di della Ong Cooperacción. Qui c’è polvere dappertutto: sulle casacche fluorescenti dei lavoratori che senza sosta costruiscono la città, sui raccolti, all’interno delle abitazioni, in gola alla prima folata di vento.
Mentre lungo il corridoio minerario i camion dotati di grandi cisterne bagnano in continuazione la strada per compattare il terreno e mantenere l’aria respirabile, tutt’intorno le case fatte di argilla si spaccano al passaggio di almeno 300 autocarri al giorno che trasportano tonnellate di minerali fino al porto di Matarani sull’Oceano Pacifico. Da qui, rame, zinco, oro e argento, caricati su grandi navi, arrivano soprattutto in Asia.
Il corridoio si stima fornisca il 40% della produzione nazionale di rame, contribuendo a fare del Perù il secondo produttore al mondo. Si estende per quasi cinquecento chilometri dalla regione di Apurimac ad Arequipa, collegando la miniera di Las Bambas al distretto di Espinar e attraversando 170 comunità autoctone che all’improvviso hanno visto aumentare enormemente il traffico fuori dalle porte delle loro case e le condizioni di vita deteriorarsi giorno dopo giorno per l’inquinamento, la contaminazione con metalli pesanti dei bacini idrici e un drastico calo nell’agricoltura.
«La polvere rovina i nostri raccolti ed avvelena i nostri animali», racconta Guadalupe, signora di 47 anni, della comunità Pitic, mentre in lacrime stende sul pavimento della sua abitazione poche pannocchie sciupate. Ha le mani sporche di polvere perché ha appena strappato l’erba per i suoi porcellini d’India. «Tempo fa vendevo i prodotti della mia terra nel grande mercato di Cusco, adesso non so cosa dar da mangiare ai miei figli».
Prima che l’attività estrattiva entrasse a gamba tesa a far parte dell’economia dell’area le popolazioni andine vivevano principalmente di agricoltura ed allevamento, autosostentandosi. Ora ci sono conflitti sociali acutissimi nell’intero Perù per l’incapacità delle imprese, per la maggior parte straniere, di favorire una crescita sostenibile, rispettosa dell’ambiente e dei diritti delle popolazioni indigene.

Lungo il corridoio minerario già stretto, le comunità ostacolano il passaggio dei camion con pietre aguzze e rami secchi, in segno di protesta. Chiedono che si arresti il transito dei lunghi convogli che, con il cassone aperto, riversano particelle di metalli pesanti nell’aria, facendo tremare la terra e causando incidenti, o il pagamento dei diritti di servitù dovuti all’uso delle strade e la riapertura di un tavolo di dialogo con le compagnie estrattive affinché i diritti umani fondamentali smettano di essere violati in nome del progresso.
Il cosiddetto corridoio minerario non nasce da un progetto condiviso con le popolazioni in loco così come vorrebbe la Costituzione peruviana che definisce le comunità contadine autoctone al pari delle persone giuridiche, proprietarie delle loro terre, e lo Stato garante del rispetto delle loro identità culturali. Ma da un groviglio di accordi che le aziende preferiscono tenere riservati, parcellizzati con il fine di sgretolare il senso di comunità e cambi in corso d’opera che ancora oggi rendono poco chiaro perfino a chi spetti la manutenzione della strada.
E lo Stato invece di tutelare gli interessi della popolazione, come si legge dai report di Cooperacción, favorisce la firma di accordi privati tra la Polizia nazionale e forze di sicurezza delle aziende e dichiara continui stati di emergenza per consentire la repressione durante le manifestazioni di dissenso. Ci sarebbe dovuto essere un mineralodotto dove ora corre la strada lunga 250 chilometri, tra Las Bambas e gli enormi complessi estrattivi di Antapaccay (espansione Tintaya) e di Coroccohuayco oggi di proprietà della multinazionale Glencore.
«La situazione è cambiata negli ultimi trent’anni, da quando è arrivata la miniera», dice Avelina, malata di cancro e due dei suoi cinque figli sono già morti a causa dell’inquinamento. «Gli animali bevono al fiume e muoiono, oppure nascono già morti, non c’è acqua per irrigare i campi che sono aridi e si incendiano con frequenza e non c’è abbastanza acqua per lavarsi. La malnutrizione affligge quasi la metà popolazione, l’insufficienza renale è la prima causa di mortalità nell’area». Oltre il 64% della popolazione è sotto la soglia di povertà nel distretto di Espinar.
«Non c’è nulla che possiamo fare per curarci una volta che ci viene diagnosticata l’alta presenza di metalli pesanti nel sangue», sostiene la comunera di Huisa, Grimalda, mentre mostra che una delle sue pecore è appena morta. Ci sono pochi studi autorizzati dal governo che determinano il livello di contaminazione dell’area e poche strutture in zona in grado di rispondere in maniera adeguata all’emergenza sanitaria in atto. Le ricerche effettuate dal Censopas (National centre for occupational Health and Environmental health protection) tra il 2010 ed 2013, però, hanno assicurato la presenza pericolosa di arsenico, piombo, cromo e mercurio nel sangue e nelle urine della popolazione locale e la contaminazione con metalli pesanti delle acque dei fiumi Salado e Cañipia e delle terre.
«Forti emicranie, dolori allo stomaco e alle ossa, diarrea, insufficienza renale, problemi respiratori ed insufficienze cardiovascolari sono le cause di malattia e di morte degli abitanti, il tasso di mortalità infantile è molto alto così come quello di bambini nati con malformazioni», spiega il giornalista Vidal Merma durante la sua trasmissione tv, Vision Global, che desidera informare circa i reali danni causati dall’attività di estrazione mineraria. Vidal da anni compra spazi su tv e radio per raccogliere le voci della popolazione locale che si sente tradita e dimenticata dal governo statale che dovrebbe tutelarne i diritti.

Il Perù, negli ultimi anni, è una delle economie a maggior tasso di sviluppo dell’America Latina e l’attività mineraria è la sua spina dorsale rappresentando, secondo il Rapporto minerario annuale del 2017 pubblicato dal Ministero dell’Energia e delle Miniere, circa il 10% del Pil ed il 60% delle esportazioni. Intanto però le condizioni di vita delle popolazioni lungo il corredor minero si deteriorano giorno dopo giorno e perfino i diritti umani fondamentali, come il diritto alla salute, all’acqua e ad un’esistenza dignitosa, mancano di essere rispettati.