Silvano Larini, architetto e faccendiere socialista, è stato per anni uno degli amici più fidati di Bettino Craxi. Nel febbraio 1993, indagato e ricercato come collettore delle tangenti del metrò di Milano, si costituisce dopo una latitanza all'estero e confessa ai magistrati di Milano quindici anni di tangenti.
In questo storico verbale di Mani Pulite, Larini spiega di aver avuto da Craxi in persona (e dal suo padrino politico, il defunto parlamentare milanese Antonio Natali) l’incarico di «incassare per il Psi il denaro versato dalle imprese per gli appalti della metropolitana (...) Dal 1987 fino alla primavera del 1991 ho ricevuto circa 7-8 miliardi di lire, che ho portato negli uffici di Craxi in piazza Duomo 19». Quindi l’ex leader socialista e capo del governo non solo sapeva delle tangenti al partito, ma ha intascato per anni, personalmente, buste piene di soldi. E a dirlo ora è un «intimo amico di Craxi», come Larini si autodefinisce.
Il capitolo finale delle sue confessioni demolisce anche l’ascesa politica del leader socialista e del suo ex delfino. Larini confessa di aver prestato già nel 1979-1980 un suo conto svizzero a Craxi, dettandone il numero e la denominazione (Ubs 633369 Protezione) al suo vice, Claudio Martelli, che lo usarono per incassare segretamente 7 milioni di dollari, poi riversati al partito in Italia. Tangenti al Psi pagate dal Banco Ambrosiano di Roberto Calvi (il banchiere poi ucciso dalla mafia a Londra, simulando un suicidio) con l'intermediazione del capo della P2, Licio Gelli. Un versamento illecito negato per oltre un decennio, anche se era annotato in un dossier ricattatorio sequestrato allo stesso Gelli nel 1981, quando fu scoperta la lista degli affiliati alla loggia massonica segreta, a cui era iscritto anche Calvi.
Quando Larini confessa, Martelli è ministro della giustizia, con innegabili meriti nella lotta alla mafia, come la nomina di Giovanni Falcone al vertice del dicastero a Roma. Appena riceve l'avviso di garanzia, si sente in dovere di dimettersi. Il 24 febbraio, interrogato a Milano, all’inizio cerca di smentire tutto: con una lunga autodifesa, minimizza l'importanza dei suoi incontri con il capo della loggia P2, pur non potendo negarli, e ripete la versione di sempre, definendo le accuse sul Conto Protezione «una calunnia» ai danni del Psi. Ma nel passaggio cruciale (da pagina 17 in poi del verbale pubblicato qui sotto) l'ex ministro Martelli finisce per confermare che il Psi ha effettivamente incassato quei sette milioni di dollari in Svizzera, senza mai dichiararli; che i soldi arrivavano dal Banco Ambrosiano di Roberto Calvi; che furono bonificati sul conto svizzero prestato proprio da Larini a Craxi; e che lui stesso ne aveva annotato il numero su un foglio, su richiesta del leader socialista.
Nei successivi giudizi, Craxi e Martelli vengono condannati in primo grado a sette anni di reclusione in un processo-stralcio per la bancarotta dell'Ambrosiano. Dopo la morte dell’ex premier socialista in Tunisia, Martelli ottiene la prescrizione in appello, grazie all'attenuante di aver risarcito, per la sua parte, i piccoli azionisti della banca fallita.