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ottobre, 2024

Breve storia di Musk Da ex bullizzato a capo del mondo

Il divorzio dei genitori, un’adolescenza difficile. Poi il riscatto, grazie al fiuto per la tecnologia e il business. Fino a diventare l’uomo più ricco del mondo. Che ora punta alla Casa Bianca

Il giorno in cui ha saputo che sarebbe diventato il primo uomo sulla Terra a possedere un trilione, Elon Musk ha commentato con uno stile a metà tra l’oracolo e il provocatore: «Voglio usare il mio denaro per preservare la luce nelle coscienze degli esseri umani».

Di ricchi un po’ eccentrici è piena la storia, di ultra-miliardari che fantasticano di diventare capo del mondo, invece, fino a oggi – esclusi i film di James Bond – non vi era traccia. E siccome la posizione «capo del mondo» non è ancora disponibile, Elon Musk punta deciso al secondo grado di comando, quello presto vacante alla Casa Bianca. Da quando Musk ha deciso di sostenere Donald Trump – annuncio del 13 luglio scorso, a poche ore dal tentato assassinio del candidato repubblicano alle Presidenziali Usa – è sempre più evidente che se Donald la spuntasse a Musk non basterebbe un ruolo di contorno.

Se uno dice di volere «preservare la luce nelle coscienze degli esseri umani», pensa in grande. Se poi è lo stesso Elon Musk che quattro anni fa, prima della sfida a Joe Biden, definì Trump «inadeguato» e «incapace», bisogna porsi qualche domanda. Certo, per quanto riguarda gli scarti di carreggiata umorali e politici, siamo di fronte a un campione assoluto. Un mediocre psicologo potrebbe dirvi che la radice sta nell’adolescenza.

Elon Musk nasce nel 1971 a Pretoria, Sudafrica. Babbo Errol è ingegnere, mamma Maye è canadese e fa la modella. Divorziano quando Elon ha 10 anni ed è un brutto colpo. Il ragazzino si trasferisce in Canada con la madre e viene definito introverso, scontroso. Ma è un secchione, smanetta tutto il giorno con il computer. A 12 anni vende il primo videogioco di sua creazione, “Blaster” (“Bombarolo”). Una premonizione?

Però non è sufficiente a sbloccarlo. Elon è un piccoletto con la testa enorme, i compagni lo maltrattano, è vittima di un bullismo feroce fino a 16 anni, quando trova riscatto nel karate. Deve capirlo lì che, per farsi strada, calci e gomiti saranno armi fondamentali.

Nel 1995 il secchione segna il primo punto: assieme al fratello Kimbal crea Zip2, un software di mappe virtuali che vende a 160 giornali, tra cui il New York Times. Tre anni più tardi, il gigante Compaq offre 305 milioni ai fratelli Musk per comprare il pacchetto. La fama di Elon corre veloce nella Silicon Valley, ma è niente rispetto a quel che sta per accadere. Elon investe in una start-up creata da Peter Thiel e Max Levchin, PayPal, il primo sistema al mondo di pagamenti virtuali. Quando arriva eBay, per comprarsi il nuovo giocattolo, Elon esce dall’azienda con 100 milioni in tasca e un’idea meravigliosa: costruire astronavi per andare nello spazio.

Elon Musk ha 31 anni e per molti è il tipico bislacco giovane milionario con seri problemi di autostima, disposto a tutto per far parlare di sé. Infatti dice cose tipo: «Porterò un milione di persone su Marte grazie a mille astronavi entro il 2050». Bombarolo o visionario?

L’adolescente «sfigato» lascia posto all’imprenditore spregiudicato e strafottente. Quando Bill Gates gli propone di fare beneficenza insieme, lo snobba senza pietà. E quando l’ex candidato democratico Bernie Sanders propone una tassa sui super ricchi, reagisce acido: «Senti chi parla, non sapevo neppure che fosse ancora vivo».

Con i soldi di PayPal, nel 2002 crea SpaceX con l’ossessione dello spazio, ma anche con l’odio nei confronti di Jeff Bezos, il tycoon rivale di Amazon che a sua volta sogna i viaggi interstellari con la sua Blue Origin. Quando Musk lo batte sul tempo inviando nella Stazione spaziale internazionale mezza tonnellata di approvvigionamenti grazie al suo razzo Falcon 9 – primo privato della storia – festeggia dedicando un tweet al rivale: «Immagino che non siano i razzi la sola cosa che tu non riesci a far alzare ogni mattina…».

Il capolavoro lo mette a segno probabilmente quando, nel 2004, entra nell’azienda fondata da Marc Tarpenning e Martin Eberhard un anno prima. Elon Musk investe 6,5 milioni di dollari nella Tesla e subito diventa amministratore e progettista capo. Il primo modello di auto totalmente elettrica, la Roadster, viene lanciato nel 2008. L’inizio di un fenomeno portentoso. Nel 2020 Tesla ha un valore commerciale che supera i 300 miliardi, più di General Motors e Ford combinate. E questo anche se produce un numero di auto dieci volte più piccolo.

Ovviamente, un astro della finanza mondiale di queste proporzioni fa gola alla politica. Ed Elon Musk si dimostra subito disponibile, anche se poco catalogabile. Allaccia rapporti quasi amichevoli con Barack Obama, va in giro a definirsi progressista e idealista, si sospetta abbia aiutato Hillary Clinton nel 2016 dopo avere definito Trump un «loser», un perdente nato. Tesla riceve aiuti statali, quel che conta sono gli affari.

Ma aspettarsi fedeltà e princìpi solidi da un uomo che si è sposato tre volte e ha cambiato idea praticamente su tutto è una pia illusione. La prima signora Musk, Justine, scrittrice e coetanea, ha dato a Elon sei figli (uno morto dopo la nascita), di cui tre attraverso fecondazione in vitro. Dopo il divorzio ha descritto la relazione con Elon come «malata». Con Talulah Riley, attrice britannica effervescente, la relazione dura tre anni. Con due matrimoni e due divorzi. Dopo la parentesi scoppiettante con Amber Heard – la ex signora Depp – Musk fa di nuovo sul serio con Grimes (all’anagrafe Claire Boucher), cantante canadese che gli dà altri tre figli (uno con madre surrogata) e che dichiara la sua passione – condivisa da Elon – per le droghe leggere. Forse è proprio Grimes, prima di separarsi con annessa causa per affidamento, a influenzare Musk riguardo alle imminenti scelte politiche. Già, perché Grimes è una fervente frequentatrice di gruppi di estremisti antisemiti, fanatica del patriarcato: «Mi definiscono nazista solo perché sono molto orgogliosa della cultura bianca!».

Quando, poche settimane fa, Elon Musk è apparso saltando come una rockstar accanto a Donald Trump a Butler, in Pennsylvania – appunto nello stesso luogo in cui l’ex presidente rischiò la pelle durante un comizio a luglio – la presenza di afroamericani nella folla era pari al 3 per cento o giù di lì. Non è consuetudine che un miliardario faccia campagna elettorale con quel trasporto e con quel tipo di presenza. A giorni Musk potrebbe persino partire in autobus con un tour porta a porta per cui avrebbe investito 44 milioni. Dunque, chi è il vero candidato alla Casa Bianca?

Senza dimenticare che Musk è anche il proprietario di X (l’ex Twitter), un’altra acquisizione ottenuta non senza ombre (una multa da 20 milioni pagata all’autorità che vigila sulla Borsa per manipolazione d’informazione e falsa comunicazione). Essere proprietario di X significa avere una potenza di fuoco senza precedenti, capace di orientare milioni di potenziali elettori.

«Salverò il mondo dai nemici della libertà di espressione», annunciò all’acquisto di X, pagato 44 miliardi e con l’aiuto del fondo sovrano del Qatar. Peccato, però, che istruisca il suo team a creare algoritmi che distruggano ogni accenno di consenso a Kamala Harris, rilanciando i trionfi veri e presunti di Trump.

Da inizio 2020, un’agenzia indipendente britannica ha stabilito che almeno 50 tweet di Musk sono totalmente falsi o ingannevoli. Li hanno condivisi 1,3 miliardi di utenti. Come il finto video di Kamala Harris che dice di non avere la minima idea di come si gestisca il Paese, oppure gli attacchi ai democratici, responsabili di rendere gli uragani più violenti e di tagliare di proposito gli aiuti agli sfollati.

Quanto Elon Musk potrà incidere sul rush finale di questa corsa elettorale è difficile da quantificare. Gli unici calcoli affidabili riguardano il mezzo miliardo che Musk avrebbe già versato ai Super Pac, i comitati politici che servono a oliare la campagna di Trump. L’uomo più ricco del mondo ha fatto all-in al tavolo di poker più importante della politica e sembra ben poco infastidito dai dati che danno il valore commerciale di Tesla e di X a picco nel frattempo. Non gli mancano le alternative: nel 2022 la sua azienda Starlink, che produce sistemi satellitari con licenza ottenuta dal governo Usa (Trump, nel 2018), è servita ad aiutare gli ucraini a difendersi dai russi. Ma quando Musk si è improvvisato negoziatore invitando Volodymyr Zelensky e cedere la Crimea a Vladimir Putin e a farla finita, gli ucraini l’hanno presa male e allora Elon ha staccato la spina sui satelliti sopra la Crimea. Prove generali da capo del mondo.

«Metà dei miei soldi servirà a salvare la Terra», declama spesso Musk. Bisognerà stabilire se la Terra vorrà essere salvata da lui.

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