Ricevono 90 milioni dallo Stato. Usano professori spesso pagati dalla collettività. E chiedono rette salate agli studenti. Radiografia delle università non statali

Non si preoccupi Catia, mandiamo un auto a prenderla alla stazione di Novedrate. All'orario che preferisce, anche di sera se le è più comodo ». Catia Porcu ha telefonato all'Ecampus per avere informazioni su un corso di Psicobiologia. Risposta al primo squillo, auto a disposizione, accoglienza a cinque stelle all'ingresso del campus nel cuore della Brianza dove tutti sanno chi è, cosa vuole e la chiamano per nome. «Proprio come alla Sapienza!», pensa tra sé e sé la giornalista de "L'espresso" che impersona Catia e ha studiato nel caos dell'ateneo romano. Ma a Novedrate regnano ordine ed efficienza: l'università telematica di Francesco Polidori, fondatore del Cepu e grande amico di Silvio Berlusconi, promette corsi superabili con due ore di studio al giorno, sufficienti a passare un esame ogni mese e mezzo. Così, con 10-13 mila euro ti porti a casa in fretta una laurea, dando esami a raffica. Insomma, «un ateneo in cui si laureano ragazze belle e preparate e che non assomigliano a Rosy Bindi», come ha detto Berlusconi in visita col ministro Mariastella Gelmini all'Ecampus nel luglio scorso.

Ma se l'E-campus fa notizia grazie alle battute del premier, l'Italia brulica di istituti universitari non statali, telematici e in carne e ossa, che crescono anche grazie al denaro pubblico. Innanzitutto perché, per lo più, pescano il loro personale docente nell'infinito parco dei professori ordinari che costano allo Stato circa 200 mila euro l'anno, ma che invece che curare a tempo pieno i guai dei loro studenti vanno a insegnare nelle università private che se li aggiudicano con contratti da 15-20 mila euro l'anno. E poi perché si portano a casa denari contanti: circa 90 milioni di euro sono quelli che vengono direttamente dal ministero ai quali si aggiungono i fondi delle amministrazioni locali che spingono per avere ognuna il suo piccolo campus.

L'ultima in ordine di tempo è la sparata del vice-sindaco di Como, Ezia Molinari, che ha espresso l'intenzione di creare un ateneo indipendente nel suo comune, l'Alessandro Volta, apposta per i comaschi non contenta che a pochi chilometri di distanza ci sia già la Carlo Cattaneo di Castellanza, voluta dall'Associazione degli industriali di Varese.

L'Università di Castellanza è legata a doppio filo con le esigenze concrete del tessuto produttivo di quella ricca regione; e, stando alle rilevazioni sull'occupazione degli studenti del consorzio Alma Laurea, la gran parte dei laureati trova lavoro sul territorio. Così non è, però, per la maggior parte degli atenei non statali.

A sentire le valutazioni degli esperti e a leggere le relazioni del Comitato nazionale di valutazione sulle università (Cnvsu) si scopre che su 30 atenei non statali riconosciuti dal ministero e che, quindi, offrono titoli con valore legale, quelli che si salvano si contano sulle dita di una mano o poco più.

Tra questi ci sono ovviamente le blasonatissime (la Bocconi, la Luiss, la Cattolica, per prime) che, annota Andrea Cammelli, direttore del Consorzio Alma Laurea che raccoglie e valuta la maggior parte degli atenei italiani, «offrono servizi di prim'ordine, hanno posti proporzionali a quelli che possono assistere e curano moltissimo i loro studenti. In molti casi poi, la Bocconi o la Cattolica ne sono un esempio eclatante, finiscono con l'essere una rete che garantisce relazioni solidissime col mondo del lavoro e accademico. Insomma, se ti laurei in Bocconi, sei un bocconiano per tutta la vita».

Ma è proprio cannibalizzando la fama e il successo di alcune grandi istituzioni non statali che prolifera una pletora di piccoli atenei privati di qualità più che discutibile, sostanzialmente a caccia di giovani e meno giovani desiderosi di appendere una laurea al muro. Partendo da una quota che va dal 5 al 10 per cento della popolazione universitaria che s'incaglia all'ultimo anno. «Non riescono a chiudere. Colpa di un esame killer, di un figlio in arrivo all'improvviso, di un lavoro a cui non si può né si deve rinunciare. Su questo esercito di "sbandati" che si sono buttate le università non statali, promettendogli di far recuperare crediti e di chiudere in fretta», spiega Cammelli.

Magari anche grazie all'aiuto di funzionari compiacenti che hanno fornito l'elenco degli "incagliati" a istituti che li hanno poi prontamente informati della possibilità di risolvere il loro problema, a pagamento. Mentre, annota ancora il direttore di Alma Laurea, «sono gli stessi atenei statali che dovrebbero sistematicamente individuare questa popolazione e proporre programmi ad hoc. Se fatto seriamente questo lavoro può portare alla conclusione dell'iter di un giovane che altrimenti rischia di perdersi».

Accanto a questi ragazzi, poi, c'è una notevole quantità di studenti lavoratori che hanno bisogno non di una istruzione, ma di una laurea: per fare un concorso pubblico nella pubblica amministrazione o anche solo per realizzare un sogno di famiglia e far contento il papà taxista o carrozziere che sogna un figlio laureato ma ne ha fatto uno senza il minimo talento per lo studio. Insomma, tutte insieme, stiamo parlando di oltre 40 mila persone che si sono iscritte al nuovo anno accademico disposte a pagare per non imparare quasi nulla.

E a pagare rette anche assai consistenti e non sempre motivate, magari per avere un'istruzione più vicina ai propri orientamenti religiosi, ad esempio alla nascente Touro University of Zagarolo, espressione della ebraica Touru di New York, o alla Maria SS Assunta di Roma (Lumsa), dove è tutto cattolicissimo e, ci dicono gli studenti, con una laurea in mano hai «una corsia preferenziale negli istituti di istruzione o di cura cattolici».

Già perché questa spesso è la ragione ultima degli atenei privati: su modello dei "bocconiani per sempre" o di "quelli della Cattolica", lobby potenti e reti di assistenza, la maggior parte degli atenei non statali si presenta come l'epicentro di relazioni che possono garantire ai giovani assistenza nel postlaurea. Alcune, come la Lumsa o la Cattaneo di Varese certamente lo sono. Altre finiscono con l'essere più spesso piccoli business capaci - con i fondi pubblici e le rette non banali degli studenti - di muovere una discreta quantità di denari e accarezzare non poche vanità.

Due elementi che devono aver contato, ad esempio, nel convincere il senatore forzista Giuseppe De Gennaro a fondare nel 1995 la Libera Università Mediterranea Jean Monnet in un capannone prefabbricato nell'entroterra barese, a Casamassima. Il senatore si è spento pochi anni fa e il suo posto di magnifico rettore lo ha preso il figlio Emmanuele: laurea 2-300 persone l'anno e fa contenti un bel po' di professori baresi che tiene a contratto tra gli ulivi. Si presenta come il luogo di formazione della classe dirigente e vanta circa 200 aziende partner. Palesi illusioni bocconiane e 723 mila euro l'anno di fondi pubblici.

Che, però, non sono ancora arrivati alla Kore di Enna. Doveva essere il quarto polo dell'istruzione superiore siciliana, voluta nel 1995 con spirito bipartisan dalla Provincia retta dal centrosinistra e dall'allora governatore di centrodestra Antonino Cuffaro. Ma a mettere i bastoni tra le ruote al campus di Enna sembra essere lo stesso Comitato che ha espresso non poche perplessità sulla qualità dell'ateneo (leggi) e ritarda il parere vincolante che dovrebbe sbloccare i finanziamenti ministeriali. Il Comitato si trincera dietro a un non-pronunciamento perché le pressioni sono tante e forti. Fosse per gli esperti, a Enna non arriverebbe nemmeno un euro pubblico, ma oggi a scendere in campo c'è persino il ministro Giorgia Meloni che dà voce allo sponsor più entusiasta dell'ateneo, la Giovane Italia (movimento fondato dal ministro l'anno scorso) siciliana, e spinge addirittura perché la Kore sia inglobata nel grande calderone delle università statali. Resta però il fatto che 3.500 ragazzi stanno frequentando le lezioni e attorno a loro si consuma un balletto che ha poco a che fare con la qualità dell'insegnamento.

Decidere quali università, statali e non, sono di qualità è un rebus che in Italia sembra insolubile. Ma non c'è dubbio che le università che sfuggono al controllo diretto del ministero, nate il più delle volte per fare cassa o per coagulare consensi e vanità di potentati locali, sono un buco nero. Basti pensare che un no secco alle università on line, una quota piccola ma in crescita delle private ancora però in attesa di finanziamento pubblico, lo hanno detto sia l'ex ministro Fabio Mussi e sia Mariastella Gelmini che ha dichiarato di volerle bloccare; salvo poi andare con Berlusconi in visita all'E-campus.

Ma Polidori è una colonna di Forza Italia e non stupisce che sia stato uno dei primi ad accreditarsi presso il ministero allora retto da Letizia Moratti. Perché a volere le università on line fu, con un decreto del 2003, proprio la ministra insieme al collega Lucio Stanca. A dire il vero, un'esperienza pre-esistente e virtuosa c'era: il consorzio di università pubbliche Nettuno voluto molti anni prima dall'allora ministro Antonio Ruberti. Ma l'impresa non era decollata e gli atenei si erano sfilati uno a uno dall'on line. Fino al decreto Stanca-Moratti che ha aperto la strada alle università telematiche non statali e al proliferare di accreditamenti: nel 2006 erano già 11 le università riconosciute dal ministero. Un'enormità. Che ha spinto l'allora ministro Fabio Mussi a fermare la corsa e a chiedere al Comitato di valutazione una revisione. Il dato che salta agli occhi agli esperti, infatti, è il numero eccessivo di autorizzazioni: in paesi con una tradizione di e-learning molto più avanzata della nostra, per esempio la Gran Bretagna, le università telematiche si contano sulle dita di una mano. E hanno un bacino di studenti sostanzioso: la celebre Open University, in Gran Bretagna, per esempio, ha più di 180 mila iscritti.

In Italia, invece, 11 istituzioni si spartiscono, in questo anno accademico, 24.684 studenti, dei quali quasi la metà si affidano alla Guglielmo Marconi di Roma (che ha ereditato il bacino d'utenza di un istituto da sempre specializzato nel recupero crediti). Alla Giustino Fortunato di Benevento (qui la valutazione del Cnvsu), il campus elettronico retto dall'ex ministro prodiano Augusto Fantozzi, ad esempio, si danno un gran da fare per 424 studenti.

Ma non è solo per questo che il Comitato ha siglato un documento molto critico e ritarda il parere che deve sbloccare i finanziamenti pubblici. Le istituzioni che gestiscono queste università, a sentire gli esperti ministeriali, per lo più non hanno esperienza nel campo dell'istruzione universitaria: su 11, solo la Uninettuno, l'erede del consorzio pubblico Nettuno, oggi come ieri retta da Maria Amata Garritto, operava in questo campo anche prima dell'accreditamento. Non solo: nessuno degli atenei è stato in grado di mantenere fede alle promesse fatte al ministero per ottenere l'accreditamento. E il numero dei docenti è ridicolo: al momento i docenti di ruolo sono 42, mentre se si applicassero i requisiti richiesti alle università convenzionali dovrebbero essere più di 700.

La conclusione degli esperti è univoca, e si applica sia alle telematiche che alle non statali: bisogna che ci sia un organismo capace di valutare tutte le università, tutte insieme, con gli stessi parametri. Per fare delle classifiche pubbliche e trasparenti. Notizia recente è che il ministro Gelmini ha chiesto a tutte le università statali di entrare nel Consorzio Alma Laurea per avere un'analisi omogenea di tutti gli atenei italiani. Il passo successivo, avvisano gli esperti, dovrebbe essere quello di sottoporre agli stessi criteri valutativi anche le non statali.

ha collaborato Tiziana Moriconi

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