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Attualità
settembre, 2010

Scusate, avete visto il mare?

Adesso che è finita l'estate, possiamo dirci la verità: tra animatori insoppartabili e turisti che fanno l'acquagym andare in spiaggia è diventata una tortura insopportabile. Infatti ci torneremo anche il prossimo anno, dimenticando tutto

A meno di avere diciotto anni, e quindi vivere l'estate come la stagione del rimorchio a oltranza, per cui il semplice affacciarsi su una spiaggia affollata produce diluvi ormonali e sceneggiature a manetta, ritrovarsi su una delle nostre spiagge quando l'industria balneare lavora a pieno regime arreca una particolare forma di delusione, simile a quella che si prova con certi vecchi film, che hai sempre pensato fossero dei capolavori finché non li hai rivisti.
Sono sconforti, questi, difficili da ammettere, perché tra l'altro non hanno neanche la nobile tristezza delle vere delusioni, ma semplicemente t'intossicano, un po' come sospettassi d'esserti rifilato una patacca tutto da solo.
Perché l'estate, è umano, ognuno se l'archivia nel suo filmino interiore e minuziosamente impreciso in cui si sovrappongono e si alternano scene d'infanzia, mari agitati e cavalloni che ti convincevi arretrassero quando gli scagliavi la pietra nella pancia, rocce con la forma degli animali più improbabili, gelati fuori produzione, canzonette, pizzerie che adottavano il nome del paese in cui si svolgevano i Mondiali di calcio, villette costruite (e già affittate) per metà, nomi e volti di amici mai più rivisti, baci, innamoramenti, genitori resi irriconoscibili dalla giovinezza sfocata ormai da decenni: un dossier semiattendibile di fatti realmente accaduti e ristrutturazioni spontanee intervenute nel corso degli anni a ricucire buchi e contraddizioni in vista del recupero di un minimo di coerenza narrativa, che formano un'opera ibrida con pretese neorealistiche, destinata inevitabilmente a soccombere di fronte alla dittatura del presente.
E siccome (è chiaro) non ci stai (non subito, almeno) ad accettare sportivamente l'idea che un ricordo così gelosamente custodito si svaluti davanti al primo, deprimente stabilimento dove ti è capitato di portare la famiglia a fare il bagno, hai due possibilità: o ti rassegni all'istante e dici: "Vabbè, ora mi stendo, leggo il giornale, poi faccio una nuotata e la chiudo lì", sopprimendo ogni aspirazione nostalgica e rifiutando la sfida ricattatoria della modernità; oppure ti lanci in una frustrante opera di mistificazione del reale, cercando disperatamente di sovrapporre quella suggestione di bellezza ormai corrotta allo scenario che hai di fronte, nella penosa speranza di convincerti che il film, tutto sommato, è ancora bello come una volta.
Per affrontare una simile impresa, l'unica è andare sui dettagli, fare archeologia degli affetti, pasolinizzarti: cercare resti, frammenti di natura risparmiata dall'abuso edilizio o quantomeno estetico, angoli sopravvissuti alla razzia del tempo e alla volgarità del gusto circostante, volti che mostrino una qualche impronta di passato.
Allora ti alzi dalla sdraio, molli l'ombrellone, ti congedi temporaneamente dalla famiglia dicendo: "Faccio due passi", e te ne vai in giro in cerca di autenticità (manco sapessi dove o come trovarla).
Così ti guardi intorno, scruti la sabbia (qualcuno incrocia il tuo sguardo indagatorio e ti domanda se non hai perso il telefonino, tante volte), l'orizzonte o meglio, quello che puoi vedere tra le barche dei ricchi ormeggiate là in fondo, che sembrano un'installazione riproposta nei weekend tanto per rinfacciarti chi (e soprattutto dove) sono loro, e chi (e soprattutto dove) sei tu; spii le facce dei bagnanti con curiosità antropologica ma non trovi niente, proprio niente che ti faccia rimbalzare addosso un minimo di déjà-vu, di sapore vagamente antico, è tutto cambiato, inutile accanirsi, io non c'entro niente, qua. E va bene, ti dici, sono vecchio, il mio film ha fatto il suo tempo e forse non era neanche così bello come pensavo; però ci sono cose che veramente non ti spieghi come abbiano fatto a passare nell'acquiescenza di tutti.
La valturizzazione degli stabilimenti balneari, per esempio. Il fatto che l'animazione (e già la parola mi disturba il sistema nervoso: ma cosa sono, un depresso, un alcolista anonimo, un fallito, un infartuato, uno zombie, che ho bisogno di qualcuno che mi animi?) sia diventata ormai una prestazione accessoria che quasi ogni spiaggia a pagamento si sente in dovere di offrire ai clienti. State a sentire, vorrei dire a questi coatti del divertimento e dell'allegria obbligatoria, io non voglio essere animato, sono svogliato e pigro e mi piaccio così; anzi, la mia massima aspirazione è l'immobilità, d'accordo? E non è che sta scritto da qualche parte che se vai al mare devi per forza divertirti, figuriamoci poi unirti a dei giochi di gruppo a cui non avresti partecipato neanche quando avevi sette anni. Non lo voglio fare lo stramaledetto gioco dell'aperitivo, quello - ti sottolineano pure con enfasi - gentilmente offerto dalla direzione dello stabilimento (e capirai la generosità: quanto volete che costi, un Crodino? E dovrei anche vincere una gara, per rimediarlo?), e tanto meno mettermi in ammollo fino alla vita per prestarmi alle penose coreografie dell'acquagym, con il general trainer che sta lì a dare il buon esempio corporeo; m'ero appena appisolato, c'era anche un bel venticello favorevole, perché devo svegliarmi di soprassalto con le pulsazioni a 3 mila e il simpaticone di turno che mi descrive al microfono chiamandomi con la marca della maglietta che indosso e tutti che si girano dalla mia parte e ridono (ma vi sembra il caso di ridere, che non siamo neanche amici?): "Che fa quel signore con la barba, dorme? Abbiamo fatto le ore piccole, eeh? Avanti, non si faccia pregare, smaltisca un po' di pancetta, ci manca giusto un concorrente, venga a divertirsi" (e gli altri concorrenti, che manco ti conoscono: "Vie-ni! Vie-ni!"); ma tu vedi la Madonna, penso, mentre fingo anch'io di ridere e saluto con la mano in segno di negazione (mi sto anche giustificando: da non credere) per reagire all'imbarazzo, visto che i miei vicini d'ombrellone non la smettono di guardarmi e ridacchiare come deficienti.
In questo tipo di frangente (che poi è quello in cui mi sento definitivamente sopraffatto dalla modernità), quello che mi viene da domandarmi, e senza che lo faccia neanche apposta, è: "Chissà che fine ha fatto Emanuela, e quanti anni avrà". Poi faccio due conti e concludo che dovrà avere superato i cinquanta, visto che quando io ne avevo otto lei ne aveva venti e non poteva essere che così: vent'anni mi sembravano l'età perfetta per una ragazza bella e misteriosa come lei.
Se di tutto il mio filmino segreto dovessi indicare il fotogramma che più di ogni altro rappresenta per me l'estate, direi: Emanuela, avvolta nel telo blu dopo il bagno al tramonto, seduta sul suo scoglio preferito, con le gambe incrociate e il sole contro. La spiaggia, allora, diventava una sua estensione. Io la guardavo di nascosto, e m'incantavo. Mi sembrava così autosufficiente, così libera (questo lo dico adesso, ovviamente: a otto anni mica possedevo i concetti di autosufficienza e libertà).
Se qualcuno, all'epoca, mi avesse chiesto se fossi innamorato di Emanuela, avrei negato, essenzialmente perché non avrei capito di cosa stesse parlando. Certo non avrei voluto che nessuno sapesse che la guardavo. E quando a volte mi rivolgeva la parola (perché poi ci conoscevamo; nel senso che si conoscevano i nostri genitori), o mi passava accanto e mi salutava allungandomi una carezza sui capelli, mi veniva voglia di scappare per la paura d'essere scoperto.
Non so se Emanuela mi sarebbe piaciuta così tanto, se non avesse avuto quell'abitudine di fare il bagno al largo, e da sola, poco prima che il sole calasse, e poi assumere quella postura meditativa rivolta verso il tramonto una volta uscita dal mare. Probabilmente ammiravo la sua solitudine, il fatto che si sedesse semplicemente a pensare o ad aspettare qualcosa. Quello che ricordo è che avrei voluto essere lì, sentirmi invitato in quello spazio che mi sembrava inviolabile e solo suo, guardare l'orizzonte nello stesso modo in cui lo vedeva lei. Mi sembrava, ecco, come se Emanuela, quel posto - la spiaggia, il mare, il sole che tramontava- lo capisse meglio degli altri. E ci sapesse stare nel modo giusto.
Poi magari non era così. Magari era solo un po' depressa perché l'era appena finita una storia d'amore e voleva starsene un po' da sola. Oppure era preoccupata per qualche esame imminente. O si dava solo un po' d'arie da hippy. Magari non era neanche bella come sembrava a me, che la guardavo da lontano e avevo solo otto anni. E forse era anche lei uno di quei film che pensavo mi sarebbero piaciuti per sempre.
Quando mi abbandono a questi pensieri malinconici, per un momento mi sembra quasi di risentirla, quell'estate lì. Poi vedo arrivare una coppia di animatori con le gonnelline hawaiane e le collane di finti fiori colorati: prima che facciano in tempo a propormi il prossimo gioco, tiro fuori il telefonino dallo zaino e fingo di rispondere. Diego De Silva

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