All'acqua ha dedicato i suoi studi, il suo impegno civile e un'esperienza da manager. «L'accesso all'acqua non può dipendere dal potere d'acquisto, siamo cittadini, non clienti», attacca Riccardo Petrella, economista politico, fondatore e segretario del Comitato Mondiale dell'Acqua, consigliere della Commissione Europea a Bruxelles e presidente del Gruppo di Lisbona, uno dei portabandiera dei referendum di domenica 12 e lunedì 13 giugno. Il professore è convinto che «non possiamo far dipendere il nostro futuro dalla logica speculativa che vuole il massimo profitto subito, magari anche senza investimenti». E si chiede: «Come mai se si utilizza il finanziamento pubblico del bilancio per la difesa non si può farlo per un bene indispensabile come l'acqua?»
Professor Petrella, domenica e lunedì andiamo a votare due referendum sull'acqua. Lei cosa ne pensa?
«Innanzitutto voglio dire che trovo inaccettabile che il Premier abbia dichiarato di non andare a votare. Dovrebbe essere chiamato in Tribunale per mancato rispetto della Costituzione. Sono però fiducioso su questa nuova primavera e sulla voglia di tornare ad essere cittadini. La legislazione negli ultimi anni ha stabilito che la gestione dei servizi idrici debba essere unicamente privata, sancendo di fatto l'inabilità dello Stato. Sul primo quesito sono convinto che l'accesso all'acqua non possa dipendere dal mio o dal tuo potere d'acquisto e che un bene insostituibile per la vita debba essere gestito dai cittadini. La società è fatta da cittadini, non da consumatori. Se consideriamo l'acqua come una merce tutti noi saremo clienti e ciascuno potrà consumare in base alla sua capacità di comprare». E sulla questione dell'adeguatezza della remunerazione del capitale investito remunerato al 7 per cento? «Trovo il principio incomprensibile, persino in una logica capitalistica. E' assurdo che non si condizioni l'accesso al profitto in base a un risultato di performance sul mercato. Con la soglia del 7 per cento come profitto minimo, si vuole il profitto indipendentemente dal risultato e senza obbligo di reinvestimento».
Alcuni suoi colleghi economisti, come il professor Marattin, sostengono che se passasse il sì sul secondo referendum il costo per realizzare gli impianti non potrebbe essere coperto?
«E' un argomento che dal punto di vista economico non tiene. Non può essere la sola tariffa, cioè il prezzo, a garantire il finanziamento del costo del servizio. Penso che i costi possano essere finanziati innanzitutto attraverso la fiscalità. Se si utilizza il finanziamento pubblico del bilancio per la difesa, mi chiedo perché non si possa farlo per un bene indispensabile come l'acqua. La difesa è forse più importante rispetto all'accesso per tutti a un bene comune? I costi del trattamento e della distribuzione dell'acqua devono essere assunti dalla collettività, finanziati attraverso un'imposizione fiscale equa ed efficace. E non ha nemmeno senso parlare del controllo che le autorità pubbliche conserverebbero sull'assegnazione ai privati della gestione del servizio: è un controllo che in realtà è solo sulla carta, perché chi effettivamente ha la gestione operativa, acquisisce anche le conoscenze tecniche ed economiche del servizio».
Cosa risponde a chi sostiene che non è in discussione che l'acqua sia un bene comune, ma la gestione del servizio idrico implica processi di natura industriale e investimenti rilevanti?
«Ma perché dobbiamo pensare che per i beni di interesse generale non ci possa essere una finanza pubblica sufficiente ed adeguata. Chi ha detto che deve essere il capitale privato a finanziare? Mi chiedo come si faccia a pensare al capitale privato che oggi è dominato da una logica speculativa. Come possiamo far dipendere il nostro futuro dalla logica speculativa che vuole il massimo profitto subito, magari anche senza investimenti. Gli sprechi di una gestione pubblica sono solo il risultato di classi dirigenti prive di senso dello Stato. Avere un acquedotto o un asilo infantile è un investimento nella ricchezza collettiva».
A proposito di acquedotto, lei ha provato a mettere in pratica le sue teorie nella gestione dell'Acquedotto Pugliese, ma si è dimesso. Teoria e pratica sono così inconciliabili?
«Non mi è stato permesso di trasformare davvero l'Acquedotto Pugliese da Spa in ente di diritto pubblico. E' un sistema, con ancora oggi oltre il 50 per cento di perdite, che funziona nell'assenza di una coscienza comune. Occorre cambiare la cultura e ho riscontrato troppe resistenze sia da parte degli interessi corporativistici sia di quelli politici. L'Acquedotto era e continua ad essere un enorme serbatoio elettorale. E' il secondo acquedotto d'Europa, un sistema gigantesco di cui alcuni vanno fieri, non rendendosi conto invece che occorrerebbe una gestione decentralizzata, in modo tale da garantire trasparenza e da permettere ai cittadini di controllare».